Comunicati stampa

Greenpeace denuncia la Giunta Regionale del Veneto per calunnia e diffamazione (mer, 21 giu 2017)
Greenpeace Italia ha depositato oggi presso la Procura della Repubblica una denuncia per calunnia e diffamazione nei confronti di tutti i membri della Giunta Regionale del Veneto. Lo scorso 29 maggio la Giunta ha approvato all’unanimità la delibera 783 relativa ad “Iniziative in ordine alla pubblicazione di informazioni non corrette sui siti Internet in ordine alla vicenda pfas”. Nel testo della delibera si legge che è ritenuta particolarmente offensiva “la considerazione secondo cui la soglia di materiale litoide scavabile nei prossimi anni in Veneto introdotta dalla Giunta è mafiogena”. Vista la totale falsità di questa affermazione attribuita a Greenpeace e diffusa attraverso i principali organi d’informazione locali, l’associazione ha deciso di procedere legalmente. “Mentre a causa dei ritardi delle istituzioni regionali sul fronte ambientale migliaia di cittadini veneti continuano a subire sulla propria pelle le gravi conseguenze dell’inquinamento da PFAS, il massimo organo istituzionale del Veneto vota all’unanimità una delibera contenente affermazioni attribuite a Greenpeace senza verificarne la veridicità. La superficialità e la negligenza dimostrate pongono seri interrogativi sulle capacità della Giunta di affrontare in modo adeguato la grave emergenza ambientale che sta interessando una gran parte del Veneto” dichiara Giuseppe Ungherese, Responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.  Non meno inquietante è la scarsa trasparenza: infatti sul Bollettino Ufficiale della Regione Veneto disponibile on line è presente solo il “titolo” della delibera con il mandato a querelare Greenpeace. Dal testo che Greenpeace è riuscita ad ottenere, si capisce che la mancata pubblicazione della delibera è un atto deciso in modo esplicito (art. 3 della delibera 783 del 29/05/2017) dalla Giunta. La contaminazione da PFAS (sostanze perfluoralchiliche) in una vasta area del Veneto è nota dal 2013 e, ad oggi, le autorità regionali non hanno adottato alcun provvedimento efficace per fermare l’inquinamento. Non c’è ancora un censimento degli scarichi di PFAS nell’ambiente che individui chi continua a fare profitti utilizzando queste sostanze pericolose. Purtroppo, come dimostrano i dati recenti diffusi da Greenpeace nel rapporto “Non ce la beviamo”, relativo alla presenza di PFAS in campioni di acqua potabile prelevati in scuole primarie e fontane pubbliche del Veneto, l’inquinamento da PFAS va ben oltre la cosiddetta “zona rossa” e riguarda anche grandi città come Verona, Padova e Vicenza.  “La Giunta Regionale spreca tempo e denaro dei contribuenti veneti per perseguire legalmente con accuse false Greenpeace piuttosto che impegnare tutte le sue risorse per la tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini. Greenpeace si impegna fin da ora ad impiegare l’intero ammontare del risarcimento economico che otterrà dal procedimento legale nei confronti della Regione Veneto per effettuare ulteriori indagini sulla contaminazione da PFAS in Veneto” conclude Ungherese. Leggi il testo integrale della Deliberazione della Giunta Regionale n. 783 del 29/05/2017:   http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/Delibera%20Giunta%20Regionale.pdf Scarica il BUR della Regione Veneto nr. 57 del 13/06/2017 con gli "omissis" della delibera con il mandato a querelare Greenpeace http://bur.regione.veneto.it/BurvServices/pubblica/DettaglioDgr.aspx?id=346646
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Giornata mondiale del rifugiato: 21,5 milioni i rifugiati ambientali per colpa dei cambiamenti climatici (mar, 20 giu 2017)
Oggi viene celebrata la Giornata internazionale del rifugiato, indetta dalle Nazioni Unite per commemorare l'approvazione nel 1951 della Convenzione relativa allo statuto dei rifugiati da parte dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite. Secondo il rapporto di Greenpeace Germania “Climate Change, Migration and Displacement”, ogni anno 21,5 milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case a causa di siccità, tempeste o alluvioni. Se prendiamo in considerazione il solo 2015, si tratta di un numero quasi doppio rispetto alle persone costrette a fuggire da guerre e violenza. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha sviluppato il concetto di “migrazione ambientale”: il cambiamento climatico porta al degrado ambientale cui contribuiscono anche altri fattori, come ad esempio lo sfruttamento eccessivo delle risorse naturali. Il degrado ambientale distrugge le basi materiali della sussistenza e sempre più espone le persone colpite al rischio di disastri naturali.   «Eventi meteorologici estremi sempre più frequenti costringono milioni di persone nei Paesi più poveri ad abbandonare le proprie case in cerca di sicurezza», dichiara Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. «I Paesi più industrializzati e i Paesi in via di sviluppo devono lavorare insieme per trovare soluzioni concrete, sia per affrontare direttamente questi fenomeni che per sostenere e proteggere chi non ha altra scelta che lasciare la propria casa». Leggi il rapporto “Climate Change, Migration and Displacement” (in inglese): https://www.greenpeace.de/sites/www.greenpeace.de/files/20170524-greenpeace-studie-climate-change-migration-displacement-engl.pdf Leggi l’introduzione (in italiano): www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2017/Climate/Briefing_Climate_Change_Migration_and_Displacement%20.pdf
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Al via tour in Europa meridionale della Rainbow Warrior: «Tappe anche in Italia: meno plastica, più Mediterraneo» (gio, 08 giu 2017)
In occasione della Giornata mondiale degli Oceani, per sollevare l’attenzione e raccogliere dati e testimonianze dirette sull’inquinamento da plastica che affligge i nostri mari, Greenpeace lancia oggi dalla Spagna un tour di ricerca scientifica condotto dalla Rainbow Warrior. La nave toccherà nell’ordine anche Italia, Croazia, Grecia, per concludersi sulle coste bulgare del mar Nero. Nel Mediterraneo circa il 96 per cento dei rifiuti galleggianti è composto da plastica. Un problema che purtroppo non interessa solo la superficie del Mare Nostrum, dato che rifiuti in plastica sono stati ritrovati anche a più di 3 kilometri di profondità. I livelli di accumulo di questo materiale nel Mediterraneo sono comparabili a quelli delle aree tropicali conosciute come “zuppe di plastica”. Per questo Greenpeace invita tutti a firmare una petizione rivolta ai governi europei, affinché si impegnino per la graduale eliminazione dei prodotti usa e getta in plastica, come bicchieri, posate e buste. «Secondo alcune stime, ogni anno a livello globale dalle 192 nazioni costiere del Pianeta finiscono negli oceani tra i 4,8 e 12,7 milioni di tonnellate di plastica. Tutto ciò è semplicemente inaccettabile», dichiara Serena Maso, campagna Mare di Greenpeace Italia. «Riciclare non basta a risolvere il problema dell’inquinamento da plastica, i governi dovrebbero prima di tutto dare priorità alla prevenzione del problema alla fonte, ad esempio riducendo gli imballaggi e i prodotti monouso, per poi puntare sul riutilizzo e infine sul riciclo». La nave Rainbow Warrior di Greenpeace sarà in Italia dal 22 giugno al 9 luglio. Il tour partirà da Genova, toccherà la Campania e si concluderà in Adriatico. Tanti gli eventi e le attività di informazione per i cittadini, organizzati con la collaborazione scientifica dell’Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova, la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli e l’Università Politecnica delle Marche. 
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Trump fuori da Parigi. Decisione moralmente deplorevole. Il mondo va in un'altra direzione (gio, 01 giu 2017)
Uscire dagli accordi di Parigi marginalizzerà gli Stati Uniti. È una decisione moralmente deplorevole, di cui Trump si pentirà. Greenpeace, commentando l’anacronistica decisione di Trump di abbandonare gli Accordi di Parigi, sottolinea che gli Stati Uniti stanno perdendo la leadership globale sul tema dei cambiamenti climatici, e con essa anche tutti i benefici economici e lavorativi legati alla transizione energetica verso le energie rinnovabili. “Uscire dagli accordi di Parigi marginalizzerà gli Stati Uniti. È una decisione moralmente deplorevole, di cui Trump si pentirà. Agire in difesa del clima non è tema di un dibattito politico, ma un imperativo per salvaguardare il Pianeta e chi lo abita” dichiara Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. “Stiamo assistendo ad un cambiamento di portata storica, con Europa, Cina e ed altri Paesi che stanno guidando la rivoluzione energetica, e sempre più lo faranno. Quasi 200 Paesi si sono impegnati due anni fa a Parigi in difesa del clima, e solamente uno ha deciso di tirarsi indietro: è evidente quanto Trump sia lontano dal resto del mondo. Mentre la Cina cancella le centrali a carbone, Trump cancella le azioni in difesa del clima: stanno cambiando gli equilibri del mondo. La rivoluzione energetica è destinata a continuare, con i leader del resto del mondo, migliaia di aziende e i cittadini che compiono grandi passi avanti” afferma Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.
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Greenpeace al G20: Salviamo i mari dall’invasione della plastica (gio, 01 giu 2017)
Attivisti di Greenpeace protestano oggi a Brema, in Germania, durante la Conferenza del G20 sull’inquinamento marino da plastica. Cinquanta attivisti si sono immersi in un lago in prossimità della sede dell’incontro e hanno formato la scritta “ACT” (Agite) per chiedere passi concreti e soluzioni vincolanti per ridurre l’uso e la produzione di plastica usa e getta. Gli attivisti hanno aperto uno striscione con il messaggio “Per oceani liberi dalla plastica”. “I nostri oceani soffocano sotto otto milioni di tonnellate di plastica che viene gettata e finisce in mare ogni anno. Il problema sta rapidamente peggiorando e per risolverlo servono fatti concreti e scelte ambiziose, non parole. I potenti della terra riuniti al G20 hanno la responsabilità di questo cambiamento attraverso l’adozione di provvedimenti e soluzioni legalmente vincolanti che risolvano il problema alla fonte e favoriscano l’innovazione e l’implementazione di sistemi di fornitura alternativi e sostenibili” dichiara Serena Maso, Campagna Mare di Greenpeace Italia. Si stima che il 60-80 per cento dei rifiuti marini sia costituito da plastica. Tra i 4 e i 12 milioni di tonnellate di plastica finiscono ogni anno nei mari, e solo il 14 per cento della plastica viene riciclato. Greenpeace chiede ai governi di vietare la produzione della plastica all’origine, come primo passo fondamentale, includendo un piano con tempistiche vincolanti per i prodotti usa e getta di plastica, tra cui imballaggi e microsfere. Tutte le aziende e i produttori di materiali in plastica, come ad esempio gli imballaggi, devono obbligatoriamente dotarsi di un “Sistema di Responsabilità Estesa del Produttore” per contribuire a risolvere il problema. “Riciclare non basta, è necessario che i governi affrontino il problema dando priorità alle politiche di gestione dei rifiuti e adottando azioni mirate per prevenire il problema alla fonte, riducendo la produzione e per il riuso e il riciclo dei prodotti”, continua Maso. “L’innovazione e l’implementazione di sistemi di fornitura alternativi e la sostituzione delle microsfere con materiali sostenibili sono fondamentali”. Negli ultimi cinquant’anni la produzione globale di plastica è cresciuta in modo esponenziale. Solo tra il 2002 e il 2013 è aumentata del 50 per cento circa, passando da 204 a 299 milioni di tonnellate. A questi ritmi entro il 2020 si produrranno più di 500 milioni di tonnellate di plastica ogni anno: un aumento del 900 per cento rispetto ai livelli del 1980.  
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Oltre 100 autori firmano per la libertà di espressione e la difesa delle foreste (mer, 31 mag 2017)
Più di 100 autori di tutto il mondo hanno firmato un appello di Greenpeace per la libertà d’espressione e la difesa delle foreste. Tra questi diversi scrittori italiani, come Roberto Saviano, Erri De Luca e Susanna Tamaro, e il fumettista Zero Calcare. L’appello, diffuso in Italia al Salone del Libro di Torino, nasce in seguito alle cause legali multimilionarie presentate da una società canadese, Resolute Forest Products, contro Greenpeace, per mettere a tacere le critiche che l’organizzazione ambientalista ha mosso alle controverse attività di disboscamento nella foresta boreale canadese. Queste azioni legali potrebbero costituire un pericoloso precedente per la libertà di espressione. “La libertà si scrive sulla carta, la carta libera è carta di foreste vive come la parola” ha scritto Roberto Saviano, e gli fa eco Susanna Tamaro: “La lotta pacifica contro il degrado ambientale è fondamentale per il nostro tempo”. Gli autori che hanno firmano si sono impegnati a difendere "la libertà di espressione come pilastro delle società democratiche e pacifiche, il diritto degli individui di organizzarsi e protestare senza intimidazione, [e] coloro che proteggono pacificamente le foreste del mondo". Greenpeace, in un recente rapporto, mostra che alcune grandi case editrici internazionali acquistano carta da Resolute e le sta invitando a esprimersi per la libertà di espressione e a lavorare con l’azienda canadese per diventare più sostenibili. Tra gli autori che hanno firmato l’impegno di Greenpeace figurano il premio Nobel J.M. Coetzee, Naomi Klein, Margaret Atwood, Ian McEwan, Alec Baldwin, Jane Fonda e molti altri. "Le case editrici e gli autori sono alleati naturali nella nostra lotta per proteggere la libertà di espressione. Vogliamo celebrare il potere delle parole e l'incredibile lavoro che gli autori e le case editrici fanno ogni giorno per garantire il pensiero critico e la diffusione delle idee nella nostra società. Ora, chiediamo loro di fermare questo pesante tentativo da parte di un'azienda della carta di silenziare il dissenso" afferma Martina Borghi, Campagna Foreste di Greenpeace Italia. Questa settimana Greenpeace partecipa alla Book Expo di New York, in contatto con case editrici e lettori, e presenta l'installazione artistica “Treewhispers” dell'artista Pamela Paulsrud, che celebra il nostro stretto legame con gli alberi. Leggi l’appello: http://www.greenpeace.org/usa/authors-pledge/ Leggi il rapporto “ClearcuttingFree Speech: How Resolute Forest Products is going to extremes to silencecritics of its controversial logging practices
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G7 di Taormina: «Su lotta a cambiamenti climatici Trump sempre più isolato, prossimo G20 sia punto di svolta» (sab, 27 mag 2017)
Commentando quanto emerso in fatto di lotta ai cambiamenti climatici da questa due giorni di G7 a Taormina, Jennifer Morgan, Direttrice Esecutiva di Greenpeace International, dichiara: «Europa, Canada e Giappone hanno oggi preso una posizione chiara, dimostrando di nuovo quanto Trump sia lontano dal resto del mondo sul tema dei cambiamenti climatici. Gli esiti del G7 confermano che la transizione energetica non è arrestabile, ma i leader devono adesso mantenere la determinazione e assicurarsi che il prossimo G20 segni maggiore ambizione dal punto di vista delle politiche climatiche. Il Presidente Trump deve ora tornare a Washington e fare la scelta giusta, per affrontare seriamente il tema dei cambiamenti climatici e prendere parte alla salvaguardia del clima con il resto del mondo».
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G7: attivisti di Greenpeace in azione a Taormina per la difesa del clima (ven, 26 mag 2017)
In concomitanza con l’apertura dei lavori del G7, alcuni attivisti di Greenpeace hanno lanciato oggi un appello ai capi di governo, aprendo degli striscioni con il messaggio “Planet Earth first” e “Climate Justice now” a bordo di otto canoe posizionate nelle acque antistanti la spiaggia di Giardini Naxos. Altri attivisti dell’organizzazione ambientalista nel frattempo hanno trasportato in acqua una riproduzione della Statua della libertà alta 4 metri, con indosso un giubbotto di salvataggio, a simboleggiare la minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici e dall’innalzamento del livello dei mari. Greenpeace chiede ai leader del G7 di implementare con rapidità i trattati di Parigi. L’accordo raggiunto da quasi 200 Stati nel dicembre 2015, durante la COP21, mira a stabilizzare l’aumento della temperatura del Pianeta su quota 1,5 gradi, per evitare le catastrofiche conseguenze del riscaldamento globale. «Gli Stati del G7 hanno alimentato in modo decisivo il fenomeno dei cambiamenti climatici, ora devono procedere nel trovarvi soluzione», dichiara Jennifer Morgan, Direttrice Esecutiva di Greenpeace International. «Se Trump volesse venir meno a questo suo dovere, allora toccherebbe al resto del G7 andare avanti senza gli Stati Uniti. La risposta allo slogan di Trump “America First” dovrebbe essere “Planet Earth First”.  La transizione verso le energie rinnovabili è già in corso. Tre dei Paesi del G7 – Regno Unito, Francia e Canada – hanno già annunciato lo scorso anno una data di abbandono dal carbone, mentre per l’Italia questo potrebbe avvenire entro il 2025 o il 2030. Anche la Germania si sta muovendo in questa direzione, come conferma il piano energetico a lungo termine reso noto lo scorso anno. Ma il presidente degli Stati Uniti Trump pare voler imboccare la strada sbagliata, minacciando di uscire dall'Accordo di Parigi. Secondo Greenpeace, il G7 deve chiedere a Trump di assumersi le proprie responsabilità.
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Greenpeace: Weather disasters displacing 21.5 million every year; G7 must act on climate (gio, 25 mag 2017)
Greenpeace called on the the G7 countries to ramp up their actions to prevent devastating climate change in light of a report reminding leaders that weather related disasters such as droughts, storms and floods are already causing the displacement of 21.5 million people each year. Ahead of the G7 Summit in Sicily, six Greenpeace Italy activists also unfurled a 110 square metre banner in Taormina with the message ‘Climate Justice Now’. All the activists are free. The Greenpeace Germany report Climate Change, Migration and Displacement [1] explores the complex relationships between these phenomena, warning that climate change and environmental degradation are already important triggers of displacement and migration. The number of people internally displaced due to extreme weather in the year 2015 was almost double the number of people displaced due to conflicts and violence. Earlier this week, new figures [2] by the Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC) found that last year alone weather-related disasters displaced as much as three times more people than conflicts. While the causality between single weather extremes and climate change is complex, the long-term trend is clear: climate change is expected to increase weather-related disaster displacement. "These figures are another wake-up call. Worsening weather extremes are already forcing millions of people in the world’s poorest countries to leave their homes in search of safety," Giuseppe Onufrio, Greenpeace Italy Executive Director, said. "This is an injustice that will only worsen if we keep burning coal, oil and gas. In Paris almost 200 countries committed to strong climate action and the G7 nations, with high responsibility for the amount of greenhouse gas pollution in the atmosphere, must lead the way. “Climate action will help prevent the displacement of people by extreme weather disasters. The G7 are obliged to reduce their emissions significantly and quickly, and to support those threatened by their pollution, and should not tolerate any country from failing to fulfil their commitments to the Paris agreement.” The Greenpeace Germany commissioned report, written by University of Hamburg political scientists Phd Hildegard Bedarff and professor Cord Jakobeit, highlights the need for industrialised and developing countries to work together on solutions to both address the drivers of forced migration and to support and protect those with no options but to leave their homes. "The G7 countries must send a strong signal to US President Trump that it is unacceptable for him to renege on America’s climate commitments. The future of millions of people in climate vulnerable nations around the world is at stake and the G7 must make clear their commitment to their safety,” Onufrio added. “The path forward is clear: accelerate climate action and the clean energy transition. The world is already moving ahead and the G7 can and should lead the way.” Notes for editors: [1] Please find the report at: http://gpurl.de/IzyAC [2] IDMC (2017) Global Report on Internal Displacement. http://www.internal-displacement.org/global-report/grid2017/ Pictures available: http://media.greenpeace.org/shoot/27MZIFJJP5M09
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G7 Taormina, Greenpeace in azione: «Ogni anno oltre 21 milioni di persone migrano per disastri naturali, G7 intervenga per salvare clima» (gio, 25 mag 2017)
Attivisti di Greenpeace Italia sono entrati in azione oggi a Taormina, alla vigilia del G7 che prende il via domani nella città siciliana, aprendo uno striscione di oltre 110 metri quadrati con il messaggio “Climate Justice now”. L’organizzazione ambientalista chiede ai capi di governo riuniti in Sicilia di mettere in campo azioni più ambiziose per contrastare i cambiamenti climatici, che già oggi impattano su milioni di persone. Secondo il rapporto “Climate Change, Migration and Displacement”, pubblicato oggi da Greenpeace Germania, ogni anno 21,5 milioni di persone sono costrette a lasciare le proprie case a causa di siccità, tempeste o alluvioni. Se prendiamo in considerazione il solo 2015, si tratta di un numero quasi doppio rispetto alle persone costrette a fuggire da guerre e violenza.               «L’intensificarsi di eventi meteorologici estremi costringe milioni di persone ad abbandonare le proprie case in cerca di sicurezza, soprattutto nei Paesi più poveri», dichiara Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia. «Un’ingiustizia che peggiorerà se continuiamo a bruciare petrolio, carbone e gas, i maggiori responsabili dell’aumento della temperatura sulla Terra. Due anni fa, durante la COP21, i leader di quasi 200 Paesi si sono impegnati a contrastare i cambiamenti climatici e i Paesi del G7 devono ora mostrare a tutti la via da seguire, senza tollerare che nessuno venga meno agli impegni presi a Parigi». Il rapporto esamina il collegamento tra cambiamenti climatici, degrado dell’ambiente e migrazioni, e sottolinea la necessità che i Paesi più industrializzati e i Paesi in via di sviluppo lavorino insieme per trovare soluzioni concrete, sia per affrontare direttamente questi fenomeni che per sostenere e proteggere chi non ha altra scelta che lasciare la propria casa. «I Paesi del G7 devono mandare un forte messaggio al Presidente Donald Trump», continua Onufrio. «È inaccettabile che gli Stati Uniti si sottraggano agli impegni assunti in fatto di politiche climatiche. Il futuro di milioni di persone che abitano aree vulnerabili alle conseguenze dei cambiamenti climatici è a rischio. Bisogna accelerare le politiche in difesa del clima e la transizione verso le energie rinnovabili. Molti Paesi si stanno già muovendo in questa direzione, il G7 deve assumere la leadership per guidare questo cambiamento». Leggi il rapporto “Climate Change, Migration and Displacement”  
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GREENPEACE ACCOGLIE TRUMP CON UN MESSAGGIO SULLA CUPOLA DI S.PIETRO: PLANET EARTH FIRST! (mar, 23 mag 2017)
Alla vigilia dell’incontro tra Papa Francesco e Donald Trump, Greenpeace ha proiettato sulla cupola della Basilica di San Pietro il messaggio "Planet Earth First!" (Prima il pianeta Terra!”) in risposta al motto di Trump "America First!". Il presidente degli Stati Uniti ha recentemente abolito numerose misure per la protezione del clima, desiderando favorire le aziende petrolifere e del carbone. Gli Usa sono il secondo emettitore di gas serra al mondo, superati solo negli ultimi anni dalla Cina. “I cambiamenti climatici sono la minaccia che più tocca la nostra generazione, per questo i veri leader mondiali si stanno impegnando per salvaguardare il nostro futuro. Trump non può sfuggire a questa responsabilità rinnegando l’impegno degli Stati Uniti preso a Parigi” spiega Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. “Prima dell’incontro con il Papa abbiamo voluto consegnare questo messaggio a Trump, convinti che la sua prima priorità debbano essere le persone e il pianeta, non il profitto di chi inquina. Il presidente non può fermare la transizione verso fonti di energia pulita e deve invece accelerarla”.  Nella “Laudato Si’ sulla cura della casa comune”, promulgata il 18 giugno 2015, la prima enciclica sull’ambiente, Papa Francesco identificava la lotta ai cambiamenti climatici come priorità, affermando anche che “i combustibili fossili, altamente inquinanti – specialmente il carbone, ma anche il petrolio e, a un livello minore, il gas – devono essere sostituiti gradualmente e senza ritardi”. Nelle prossime settimane Trump deciderà se gli Stati Uniti devono continuare o meno ad essere parte dell’Accordo di Parigi sul clima, un patto storico in cui quasi 200 Paesi si sono impegnati a contenere il riscaldamento del pianeta entro 1,5 gradi Celsius. Il 71 per cento degli americani – insieme ad aziende come Google e Microsoft e a diversi governi locali statunitensi - chiede che gli Usa non si tirino indietro. In vista del G7 che si apre giovedì a Taormina, Greenpeace chiede anche un impegno chiaro di tutti gli Stati per dare piena attuazione all’Accordo di Parigi.  
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Corte della Georgia concorda con Greenpeace: trasferito in California settentrionale il caso sollevato da azienda della carta e del legname (gio, 18 mag 2017)
Il 16 maggio 2017 la Corte statunitense del Distretto della Georgia del Sud ha stabilito il trasferimento della causa Resolute vs Greenpeace nel Distretto Nord della California, dal momento che Resolute non è riuscita a dimostrare perché il caso si sarebbe dovuto discutere in Georgia. Intentata dall’azienda Resolute Forest Products nel maggio 2016, la causa da 300 milioni di dollari canadesi vorrebbe che le organizzazioni ambientaliste indipendenti Greenpeace International, Greenpeace USA e Stand.earth venissero etichettate come "organizzazioni criminali" in base a una norma, il RICO (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act) originariamente creata per perseguire la mafia. «Questo è uno sviluppo positivo per il caso», dichiara Tom Wetterer, consigliere generale di Greenpeace USA. «Abbiamo sempre sostenuto che le attività di Greenpeace in Georgia costituivano una legittima difesa per proteggere la foresta boreale, non un comportamento criminale. Siamo fiduciosi che quando il tribunale della California esaminerà le nostre istanze di rigetto, arriverà alla stessa conclusione per quanto riguarda il lavoro che abbiamo fatto altrove: si tratta della libertà di espressione, garantita dal primo emendamento». «Questo è un caso da manuale di iniziativa legale fatta per intimidire», ha detto Todd Paglia, Direttore Esecutivo dell’organizzazione Stand.earth. «E la Corte ha appena consegnato a Resolute la sua prima, e di certo non ultima, grande sconfitta del tentativo di mettere a tacere, attraverso cause legali, chi la critica". La Corte ha stabilito che Resolute non è stata in grado di spiegare in quale modo le attività di informazione e sensibilizzazione realizzate da Greenpeace su Resolute e i suoi azionisti durante un meeting in Georgia possano essere una frode o estorsione. Gli attivisti di Greenpeace hanno descritto la loro partecipazione all'incontro come "un'opportunità per chiedere a Resolute di considerare la protezione della Foresta Boreale una priorità fondamentale" e hanno poi invitato i cittadini a sostenere l’attività su Facebook e Twitter: tutto ciò secondo il tribunale "supporta la conclusione che gli imputati organizzarono e tennero una protesta… [I querelanti non] forniscono una base fattuale per poter concludere che gli imputati abbiano commesso frode o estorsione prima, durante o dopo… ." Resolute ha chiesto di sostenere la causa in Georgia perché ha attività in tale Stato, ma Greenpeace ha richiesto un cambiamento di sede presso il Distretto della Nord della California perché la maggior parte delle dichiarazioni citate nel caso provengono da imputati che vivono e lavorano in quella zona. «Il tentativo di Resolute di sostenere questo processo in Georgia e la successiva decisione del giudice di consentirne il trasferimento in California è coerente con la tesi di Greenpeace secondo cui la scelta di Resolute di fare causa in Georgia è stato un esempio di ‘forum shopping”. La scelta opportunistica del foro è una caratteristica determinante delle cause legali che hanno l’obiettivo di intimidire: il querelante presenta la causa in una sede giudiziaria che ritiene favorevole. Siamo lieti di vedere che il giudice è d'accordo con noi e ha spostato quella che continuiamo a considerare una causa infondata in una sede più appropriata”, continua Wetterer. «Noi speriamo che Resolute rinsavisca, la smetta di fare la prepotente con chi difende l’ambiente e faccia le giuste mosse per proteggere le foreste boreali del Canada», ha dichiarato Paglia. Clicca qui per accedere alla sentenza del 16 maggio 2017 della Corte statunitense del Distretto della Georgia del Sud Clicca qui per ulteriori informazioni e documenti sulle cause legali esistenti tra Resolute Forest Products e gli imputati Clicca qui per leggere il rapporto di Greenpeace “Clearcutting Free Speech: How Resolute Forest Products is Going to Extremes to Silence Critics of its Controversial Logging Practices” pubblicato il 16 maggio 2017  
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Nuovo report denuncia attacco a libertà di espressione da parte di azienda della carta e del legno (mar, 16 mag 2017)
Greenpeace pubblica oggi un nuovo rapporto, “ClearcuttingFree Speech: How Resolute Forest Products is going to extremes to silencecritics of its controversial logging practices”, che descrive come l’azienda Resolute Forest Products stia sferrando un massiccio attacco legale a chi la critica, con l’obiettivo di ridefinire l'attivismo come attività criminale. Invece di optare per una gestione forestale sostenibile, di investire in foreste sane e di creare posti di lavoro, Resolute cerca di intimidire voci critiche come quella di Greenpeace con cause legali milionarie che minacciano la libertà d’espressione. Se queste cause dovessero avere successo, si potrebbe costituire un pericoloso precedente che potrebbe fermare le organizzazioni che criticano le aziende in Nord America e incoraggiare le aziende in tutto il mondo a usare tattiche simili contro chi le critica. «Greenpeace è internazionalmente riconosciuta per la sua attività indipendente a tutela dell’ambente, per cui fa sentire senza timore la propria voce. Si tratta di un'attività di interesse pubblico, non criminale. Le voci di chi ci sostiene non verranno messe a tacere perché un’azienda come Resolute vuole farla franca abbattendo foreste intatte», dichiara Bunny McDiarmid, Direttrice Esecutiva di Greenpeace International. Nel maggio del 2016, Resolute ha intentato negli Stati Uniti una causa legale per 300 milioni di dollari canadesi nei confronti di vari uffici di Greenpeace, contro un’altra organizzazione, Stand.earth, e contro singoli attivisti. In precedenza, nel 2013, Resolute aveva intentato una causa per diffamazione per 7 milioni di dollari canadesi contro Greenpeace Canada e due membri del suo staff, causa tuttora in corso. L’azienda ha anche utilizzato queste tattiche aggressive, legali e di pubbliche relazioni contro altre organizzazioni come Rainforest Alliance, un organismo indipendente di audit ambientale. Il rapporto indica come importanti case editrici internazionali, tra cui Penguin Random House, HarperCollins, Simon & Schuster e Hachette acquistino carta da Resolute. Greenpeace invita queste case editrici internazionali a unirsi alla richiesta di tutelare la libertà di espressione e il diritto ad associarsi per la difesa di temi di interesse pubblico, come la conservazione delle foreste. Per questa ragione, e per spiegare perché è importante proteggere la foresta boreale, Greenpeace Italia sarà presente per l’intera durata del Salone Internazionale del Libro di Torino con un set fotografico aperto a tutti, dove sarà possibile sostenere le richieste dell’organizzazione ambientalista in difesa delle foreste e della libertà di espressione. «Questo è un paradosso per le case editrici internazionali: in un contesto politico in cui la libertà di espressione è sempre più minacciata, le case editrici, che dipendono notevolmente dalla libertà di espressione, dovrebbero disincentivare questi gravi tentativi di silenziare il dissenso, specialmente se provenienti proprio da uno dei loro fornitori», dichiara Amy Moas, Senior Forest Campaigner di Greenpeace USA. «Il nostro obiettivo è una foresta sana in cui i diritti delle popolazioni indigene vengano rispettati, i posti di lavoro siano garantiti alle comunità e habitat importanti vengano protetti. Non stiamo chiedendo alle aziende di smettere di rifornirsi dalla foresta boreale del Canada, stiamo chiedendo alle aziende del settore della carta e del legno, e ai loro clienti, di essere parte di soluzioni durature per la foresta», aggiunge Moas. «Invitiamo gli editori a lavorare con Resolute per trovare soluzioni più sostenibili per la foresta e a chiedere a Resolute di abbandonare queste cause legali che mirano chiaramente a silenziare chi li critica». «Se Resolute dovesse vincere queste cause, non solo si rischierebbe un mondo senza Greenpeace e i suoi 45 anni di storia di protezione ambientale, ma saremmo di fronte anche un mondo in cui la libertà d’espressione verrebbe notevolmente ridotta per Organizzazioni della Società Civile, individui, artisti, giornalisti e case editrici di tutto il mondo», continua. «Resolute punta a etichettare l'attività di tutela ambientale come attività criminale negli Stati Uniti e a stabilire un precedente per zittire un legittimo dissenso. Resolute non considera però i milioni di persone che rendono così forte il movimento ambientalista. Insieme, le nostre voci sono vitali per proteggere i nostri diritti, le nostre comunità e il Pianeta», conclude Moas. Nonostante le cause in corso, Greenpeace continua a tenere la porta aperta a Resolute, per lavorare insieme a soluzioni durature nella foresta boreale per tutte le parti interessate. Leggi il rapporto “ClearcuttingFree Speech: How Resolute Forest Products is going to extremes to silencecritics of its controversial logging practices”  
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Più di 800 mila veneti potenzialmente esposti, stop ai PFAS (lun, 15 mag 2017)
In una conferenza stampa svoltasi oggi a Padova, Greenpeace ha presentato il rapporto “Non ce la beviamo”, in cui vengono presentati i risultati di un monitoraggio condotto dall’associazione sulla presenza di PFAS (sostanze perfluoralchiliche) nell’acqua potabile. I campioni di acqua potabile sono stati raccolti lo scorso aprile in diciotto scuole primarie e sette fontane pubbliche nelle province di Vicenza, Verona, Padova e Rovigo. In più della metà dei campioni sono stati superati i valori di PFAS ritenuti sicuri per la salute in Svezia e Stati Uniti. Questo dato è ancora più grave visto che gran parte dei superamenti riguarda le scuole: i bambini, come è noto, sono tra i soggetti più a rischio. I risultati hanno evidenziato, seppur in concentrazioni diverse, la presenza di PFAS in tutti i campioni analizzati, incluse Padova, Verona, Vicenza e alcuni comuni della Provincia di Rovigo, oltre ai comuni della zona rossa per i quali la contaminazione è già nota. Nel campione di acqua prelevato presso la scuola di San Giovanni Lupatoto, un comune non incluso nella zona a maggiore contaminazione, è stato addirittura superato, seppur di poco, il livello di PFOS (Acido Perfluorottansolfonico) consentito nell’acqua potabile in Veneto. “Possiamo dire ora che i cittadini potenzialmente esposti alla contaminazione da PFAS attraverso l’acqua potabile sono oltre 800 mila. È un’emergenza ambientale senza precedenti che tocca anche i principali capoluoghi veneti” dichiara Giuseppe Ungherese, Responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “I provvedimenti di tipo sanitario adottati finora dalla Regione Veneto non sono sufficienti a tutelare l’ambiente e la salute dei cittadini. La situazione è fuori controllo. Sono passati già quattro anni dalla scoperta della contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche, quanti anni ancora dovranno aspettare i cittadini affinché la Regione individui e blocchi gli scarichi di PFAS? Se non si interviene sulla contaminazione alla radice, trattandosi di sostanze bioaccumulabili, la situazione si aggraverà ulteriormente” conclude Ungherese. Dal rapporto emerge la presenza di PFAS anche nell’acqua potabile di scuole e fontane pubbliche lontane dalla zona più contaminata. Inoltre, nelle varie località sono state riscontrate diverse tipologie di PFAS con pattern di contaminazione differenziati che suggeriscono la possibile presenza di altre fonti di inquinamento rispetto a quelle già individuate e che insistono sulla zona rossa. Oltre che nei comuni della zona rossa, i PFAS sono stati trovati nell’acqua a San Bonifacio, San Giovanni Lupatoto e Verona (provincia di Verona) e Polesella e Occhiobello (provincia di Rovigo). Per la prima volta, sono stati trovati PFAS nell’acqua distribuita nella città di Padova, con livelli di contaminazione di poco inferiori a quelli registrati in comuni limitrofi alla zona rossa. Seppur in basse concentrazioni, i PFAS sono stati individuati anche nel campione di acqua potabile prelevato nella città Vicenza, dove il composto più abbondante era il PFOSA (Perfluoroottan-sulfonamide), un tipo di PFAS non ricercato nelle analisi di routine delle ULSS venete ma che per la sua pericolosità è già soggetto a restrizioni nell’acqua potabile in Danimarca. Nei mesi scorsi, proprio per tutelare l’ambiente e la salute dei cittadini, Greenpeace ha lanciato una petizione per chiedere alla Regione Veneto di censire e bloccare tutte le fonti di inquinamento da PFAS e di adeguare, ai livelli più restrittivi vigenti in altri Paesi, le concentrazioni di PFAS consentite nell’acqua potabile.  Leggi il rapporto:  "Non ce la beviamo
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Volontari di Greenpeace in tutta Italia: «Stop ai pesticidi, salviamo le api» (sab, 13 mag 2017)
I volontari di Greenpeace hanno organizzato oggi attività di sensibilizzazione in 21 città italiane per chiedere il bando dei pesticidi dannosi per api e altri impollinatori, l’estensione del bando europeo ai neonicotinoidi e investimenti in pratiche agricole sostenibili. Indossando dei costumi, i volontari dell’organizzazione ambientalista hanno inoltre rappresentato le api costrette a lasciare il loro habitat naturale per colpa dei pesticidi che mettono a rischio la loro sopravvivenza. Il 17 e 18 maggio prossimi l’Italia e gli altri Paesi dell’Unione europea discuteranno infatti proprio la messa al bando definitiva di tre insetticidi neonicotinoidi: imidacloprid e clothianidin della Bayer, e thiamethoxam della Syngenta. Nel 2013 l'Unione europea ha limitato sia gli usi di imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam, a causa del rischio elevato per le api, sia il trattamento delle sementi di mais, girasole, colza e cereali primaverili e l’irrorazione di una buona parte delle colture attrattive per le api, prima e durante la fioritura. Tuttavia molti impieghi sono ancora autorizzati. Da allora, sono emerse sempre maggiori evidenze scientifiche sui danni che queste sostanze causano alle api ma anche a molte altre specie, tra cui farfalle, uccelli e insetti acquatici. «Chiediamo al ministro Martina di vietare i pesticidi più dannosi per api e impollinatori, a cominciare dai tre neonicotinoidi in discussione la prossima settimana e di investire in pratiche agricole sostenibili», dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia. «E con noi lo chiedono più di centomila italiani che hanno firmato il nostro appello. Continueremo questa battaglia fino a che queste sostanze non saranno completamente bandite».
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Stop ai neonicotinoidi in UE, “sciopero” delle api al Ministero delle politiche agricole (gio, 11 mag 2017)
Questa mattina 11 attivisti di Greenpeace travestiti da api operaie hanno inscenato uno sciopero, con tanto di picchetto, di fronte al Ministero delle politiche agricole, per chiedere il bando totale dei pesticidi neonicotinoidi. Gli attivisti hanno protestato mostrando uno striscione con la scritta “Stop ai pesticidi – Salviamo le api”, impugnando cartelli e scandendo slogan come “Niente api, niente cibo”. Il 17 e 18 maggio prossimi l’Italia e gli altri Paesi dell’Unione europea discuteranno proprio la messa al bando definitiva di tre insetticidi neonicotinoidi: imidacloprid e clothianidin della Bayer, e thiamethoxam della Syngenta. La Commissione europea ha proposto il divieto a livello Ue per questi tre insetticidi sistemici, ormai tristemente famosi per il loro impatto su api e altri impollinatori naturali. Se tale proposta dovesse diventare legge, verrebbero banditi definitivamente. L’unica deroga riguarderebbe l'uso in serra, "in cui la coltura soggiorna per il suo intero ciclo di vita all'interno della serra e non è quindi ripiantata al di fuori". «Chiediamo al ministro Martina di vietare i pesticidi più dannosi per api e impollinatori, a cominciare dai tre neonicotinoidi in discussione la prossima settimana e di investire in pratiche agricole sostenibili», dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia. «E con noi lo chiedono più di centomila italiani che hanno firmato il nostro appello. Continueremo questa battaglia fino a che queste sostanze non saranno completamente bandite». Nel 2013 l'Unione europea ha limitato sia gli usi di imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam, a causa del rischio elevato per le api, sia il trattamento delle sementi di mais, girasole, colza e cereali primaverili e l’irrorazione di una buona parte delle colture attrattive per le api, prima e durante la fioritura. Tuttavia molti impieghi sono ancora autorizzati. Da allora, sono emerse sempre maggiori evidenze scientifiche sui danni che queste sostanze causano alle api ma anche a molte altre specie, tra cui farfalle, uccelli e insetti acquatici. «Le api e gli altri impollinatori naturali sono fondamentali per avere ecosistemi sani e per la produzione di alimenti», continua Ferrario. «Sostenendo questo bando il ministro Martina potrà aiutare l'intera Ue a fare un passo importante per tutelare l'ambiente e preservare la nostra agricoltura vietando questi insetticidi una volta per tutte», conclude. La nuova proposta estende in modo significativo un bando parziale di questi neonicotinoidi già in vigore dal 2013. Quattro anni fa l’Italia aveva votato contro le restrizioni, ma ora sarebbe estremamente controproducente rifare lo stesso errore, visto tutte le evidenze scientifiche che confermano la pericolosità di queste sostanze. Per informare i cittadini sull’importanza delle api per agricoltura e ambiente, sabato 13 maggio i volontari di Greenpeace saranno presenti in molte città italiane per promuovere attività di sensibilizzazione. Sarà possibile inoltre aderire all’appello dell’organizzazione ambientalista per chiedere il bando dei pesticidi dannosi per api e altri impollinatori, l’estensione del bando europeo ai neonicotinoidi e investimenti in pratiche agricole sostenibili. Leggi la sintesi del rapporto “Rischi ambientali degli insetticidi neonicotinoidi”: http://www.greenpeace.org/italy/RischiNeonicotinoidi
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SEN: bene uscita da carbone, ma niente regali a economia fossile (gio, 11 mag 2017)
Greenpeace apprezza quanto annunciato oggi dal ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda - illustrando la nuova Strategia Energetica Nazionale - in materia di fuoriuscita dal carbone. Il contributo che questa fonte fossile offre al sistema energetico nazionale non è essenziale; se l’Italia vuole mostrarsi seria nel sostenere gli Accordi di Parigi non può che darsi obiettivi ambiziosi per chiudere al più presto l’era del carbone. “Ovviamente c’è una notevole differenza tra chiudere l’ultima centrale a carbone nel 2025 o nel 2030. Calenda dice inoltre che uscire dal carbone costerà tre miliardi di euro. Questa stima include i risparmi che il nostro Paese avrebbe dal mancato import di carbone, i benefici sanitari, climatici ed economici che verranno dall’azzeramento delle emissioni? L’Agenzia Europea per l’Ambiente, pochi anni fa, stimava in oltre 500 milioni l’anno gli impatti del solo impianto di Brindisi: qualcosa ci dice che all’Italia converrebbe uscire dal carbone anche dal punto di vista economico” dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. Greenpeace mette poi in guardia da ogni ipotesi di nuovi e ingiustificabili favori economici alle aziende delle fossili. Calenda ha dichiarato – secondo le agenzie - che "il tema degli stranded cost da corrispondere ai proprietari delle centrali nel caso di uscita al 2025 e con impianti ancora non ammortizzati” rappresenta un costo per il Paese. Greenpeace ricorda come il parco di produzione termoelettrica a carbone è composto in larghissima misura di impianti vecchi, ampiamente ammortizzati, i cui costi di realizzazione, cioè, sono stati ripagati da anni. Lo scenario per le rinnovabili tracciato dal ministro Calenda, inoltre, è tutt’altro che ambizioso, non in linea con gli obiettivi internazionali di salvaguardia del clima. “Quando parla di ‘promozione dell’autoconsumo’ Calenda dovrebbe avere l’onestà di una premessa: ricordare cioè che a oggi in Italia ogni forma di autoconsumo e scambio peer to peer di elettricità, ovvero quanto si sta sperimentando ovunque nel mondo, è fortemente scoraggiata dalla burocrazia o impedita dalle norme. Speriamo anche su questo punto alle parole seguano i fatti” prosegue Boraschi. L’Italia finora ha fatto ben poco in tema di rinnovabili, visto che il raggiungimento degli obiettivi delle rinnovabili al 2020 è dovuto in larga parte alla correzione di errori statistici. Con maggiori ambizioni, e senza le politiche antirinnovabili degli ultimi governi, i nostri risultati sarebbero stati certamente migliori. Sul fronte trasporti, infine, per Greenpeace, ogni investimento per rinnovare il parco veicoli deve andare verso la mobilità elettrica, ovvero per la realizzazione di una infrastruttura diffusa di ricarica e per l’acquisto di veicoli elettrici. Neppure un centesimo per passare a nuove categorie, tipo Euro 6, specie se diesel. Il riferimento fatto da Calenda a una penetrazione dell’elettrico oltre il 10 per cento al 2030, in questo scenario, è una prospettiva senza ambizione che anzi sa di uno stop a un mercato in grande crescita, come confermato da diverse analisi di mercato.
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Per oltre 130 mila veneti acqua potabile considerata pericolosa per la salute negli Usa (mar, 09 mag 2017)
Dall’analisi dei dati ufficiali ottenuti da alcune ULSS della Regione Veneto, Greenpeace ha rilevato che oltre 130 mila cittadini veneti sono stati esposti ad acqua potabile che negli Stati Uniti non è considerata sicura per la salute umana a causa della presenza di PFAS (sostanze perfluoroalchiliche). Il numero sale a circa 200 mila abitanti se questi valori vengono confrontati con i livelli di sicurezza svedesi. Acqua potabile che supera le soglie stabilite da questi Paesi è arrivata, infatti, nelle case di tanti veneti almeno una volta nel corso del 2016. “Chiediamo alla Regione Veneto di dimostrarci con prove scientifiche la maggiore tolleranza ai PFAS da parte dei veneti rispetto ai cittadini americani e svedesi, per giustificare l’adozione di livelli di sicurezza di PFAS così elevati nelle acque potabili” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Greenpeace, dopo aver presentato nei mesi scorsi un’istanza pubblica di accesso agli atti alla Regione Veneto, pubblica oggi un grafico interattivo, con una sintesi dei dati ufficiali del 2016 ottenuti nei mesi scorsi da cinque ULSS - 6 Euganea (ex ULSS 17), 8 Berica (ex ULSS 5 e 6) e 9 Scaligera (ex ULSS 20 e 21) - e relativi ad oltre 90 comuni veneti. Per ogni comune viene riportata la concentrazione minima, media e massima di PFAS nell’acqua potabile oltre a un confronto con i livelli consentiti in Svezia e Stati Uniti. Proprio negli Stati Uniti una concentrazione superiore a 70 nanogrammi per litro di due PFAS, il PFOA (acido Perfluoroottanoico) e il PFOS (Perfluorottansulfonato), non è considerata sicura per la salute umana e nei casi in cui si superi questo valore viene sospesa l’erogazione di acqua potabile. In Svezia una concentrazione di PFAS nell’acqua potabile fino a 90 nanogrammi per litro, riferita alla somma di ben undici composti, è considerata sicura per la salute. In Veneto invece solo per il PFOA, un composto classificato come potenzialmente cancerogeno per l’uomo dall’agenzia delle Nazioni Unite per la ricerca sul cancro (IARC), sono consentiti livelli fino a 500 nanogrammi per litro nell’acqua potabile. Per garantire la tutela della salute e della sicurezza dei cittadini, nelle scorse settimane Greenpeace ha lanciato una petizione per chiedere alla Regione Veneto di abbassare i livelli consentiti di PFAS nell’acqua potabile allineandoli con i valori più restrittivi adottati in altre nazioni. I dati che Greenpeace rende noti oggi sono pubblicati in forma aggregata nel bollettino “Acqua potabile in Veneto” disponibile sul sito istituzionale della Regione Veneto e suddivisi per comune sui siti ufficiali di alcune ULSS del veronese. “Di fatto oggi, almeno per i dati più recenti pubblicati sul sito della Regione, è quasi sempre impossibile risalire alla presenza di PFAS nell’acqua potabile del proprio comune. Con la pubblicazione odierna vogliamo garantire a tutti i veneti che vivono in aree contaminate da PFAS il diritto di sapere il grado di contaminazione dell’acqua potabile. In una situazione di inquinamento così grave la Regione dovrebbe assicurare un facile accesso alle informazioni” conclude Ungherese. Consulta i dati sulla presenza di PFAS nelle acque potabili dei comuni veneti: http://stop-pfas.greenpeace.it/#dati Link all’elenco dei comuni che superano i livelli di PFAS consentiti negli Stati Uniti e Svezia: http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/file/2017/Inquinamento/Comuni_che_superano_i_livelli_di_sicurezza_.pdf  
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Greenpeace a Gentiloni: Il G7 può essere la Caporetto degli accordi di Parigi (mer, 03 mag 2017)
A pochi giorni dal vertice del G7 che si terrà a Taormina (26 e 27 maggio), la Direttrice Esecutiva di Greenpeace International Jennifer Morgan ha incontrato l’ambasciatore Raffaele Trombetta, responsabile del processo preparatorio e della negoziazione tra i Capi di stato del G7. Durante l’incontro i rappresentanti dell’organizzazione ambientalista hanno consegnato un appello al Presidente Gentiloni. “In queste ore l’amministrazione USA sta decidendo se abbandonare l’Accordo sul Clima di Parigi. Questo G7 rischia di passare alla storia come il culmine del fallimento della diplomazia internazionale” – recita la lettera indirizzata al Presidente del Consiglio. “Questo è il momento in cui la comunità internazionale deve mostrarsi compatta ed è il momento in cui la Presidenza del G7 deve assumerne la leadership. Il vertice di Taormina potrà risolversi in un fenomenale disastro o in un successo inatteso. Ci appelliamo al Presidente del Consiglio come garante dello spirito di cooperazione tra i Paesi del G7 perché adesso si faccia di tutto per convincere il Presidente Trump a non seguire la logica “America first”, ma piuttosto “Planet Earth first”. Abbiamo sia le tecnologie che le risorse finanziarie per prevenire le peggiori conseguenze del cambiamento climatico. Quello che non abbiamo è tempo da perdere: le decisioni della Presidenza USA rischiano di ritardare un’azione urgente. Proprio oggi è stato ufficializzato il nuovo massimo storico della concentrazione di CO2 in atmosfera (410 ppm). Rallentare o fermare la svolta di Parigi per una azione decisa a tutela del clima è un atto immorale gravido di nefaste conseguenze. È necessario che il G7 non azzeri o indebolisca gli obiettivi climatici con un accordo al ribasso, ma mantenga alta l’ambizione per una rapida ed efficace applicazione dell’Accordo di Parigi, mettendo in campo da subito azioni concrete, anche poiché questo è uno degli aspetti chiave per prevenire conflitti, minacce alla sicurezza internazionale e migrazioni. Il miglior modo per mettere in primo piano gli interessi dei cittadini è rafforzare la cooperazione internazionale e affrontare in modo efficace problemi globali, come i cambiamenti climatici. Se gli Stati Uniti dovessero abbandonare o indebolire il negoziato globale sul clima devono sapere che si isoleranno pericolosamente dalla Comunità Internazionale, contro la storia e gli interessi di tutti. Anche dei cittadini americani.
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Sondaggio Greenpeace-SWG: Metà degli italiani compra più abiti del necessario (mer, 03 mag 2017)
Un italiano su due dichiara di possedere più capi di abbigliamento di quelli che davvero gli servono e il 46 per cento afferma di avere nel guardaroba abiti mai utilizzati o addirittura ancora provvisti di etichetta. È quanto emerge da un sondaggio condotto da SWG per Greenpeace, su un campione di 1.000 italiani, uomini e donne tra i 20 e 45 anni, relativo alle abitudini degli italiani nell’acquisto di capi di abbigliamento. Secondo la ricerca, per più di metà degli italiani l’acquisto eccessivo di capi di abbigliamento aiuta a combattere la noia e lo stress o ad aumentare l’autostima. Tuttavia gli intervistati dichiarano che il senso di euforia e soddisfazione post-shopping ha una durata limitata, che si esaurisce circa due giorni dopo l’acquisto. “La presenza di offerte e promozioni rappresenta una tentazione irresistibile per tre italiani su quattro ma, viste le basse percentuali di riciclo degli abiti, questo genera un elevato impatto ambientale” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. L'industria tessile è tra i settori produttivi più inquinanti al mondo e, anche a causa del massiccio impiego di fibre sintetiche derivanti dal petrolio come il poliestere, il riciclo dei capi di abbigliamento a fine vita è estremamente difficile. Un’altra criticità ambientale che si aggiunge all’uso di sostanze chimiche pericolose, di cui Greenpeace chiede l’eliminazione dal 2011 con la campagna Detox. Secondo la ricerca, le donne residenti al Nord-Ovest e al Sud Italia - di età compresa tra i 30 e i 39 anni, con reddito personale superiore ai duemila euro – sono il segmento della popolazione più incline allo shopping eccessivo. “Le donne giovani con un lavoro ben remunerato sono quelle che subiscono maggiormente lo stress di una società altamente competitiva” dichiara Donata Francescato, docente di Psicologia di Comunità all’Università “La Sapienza” di Roma. “Possedere qualcosa è un modo per reinventare se stessi, per compensare la distanza tra l’autopercezione e come invece si desidererebbe essere. Questa discrepanza è presente anche in altre forme di disturbi psicologici, come il gioco d’azzardo, l’abuso di alcol, i disordini alimentari e sessuali, disturbi sempre più diffusi nelle nostre società liquide e ansiogene”. Il sondaggio evidenzia un’influenza medio-alta dei social sulla propensione agli acquisti di capi di abbigliamento e nove intervistati su dieci dichiarano di effettuare acquisti online. Questa tendenza è meno evidente in Germania ed è invece più marcata in paesi asiatici come Cina, Hong Hong e Taiwan dove Greenpeace ha realizzato un sondaggio analogo, i cui risultati verranno resi noti nei prossimi giorni. “Il sondaggio mostra che un quinto degli italiani è dipendente dallo shopping, si tratta dei cosiddetti shopping-addicted” continua Ungherese. “Se queste abitudini non cambiano, nei prossimi anni il nostro pianeta sarà invaso da montagne di rifiuti tessili. È necessario invertire la rotta: prima di effettuare il nostro prossimo acquisto abbiamo il dovere di chiederci se ne abbiamo realmente bisogno”. Leggi la ricerca completa: http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2017/Inquinamento/35736_SWG_Greenpeace_marzo2017.pdf Leggi il commento della professoressa Donata Francescato: http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2017/Inquinamento/Commento_Donata_Francescato.pdf  
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Greenpeace presenta la campagna 5x1000: Non alzare le spalle. Alza la voce (ven, 21 apr 2017)
Greenpeace lancia oggi la sua campagna di comunicazione annuale per chiedere ai cittadini, in occasione della presentazione della dichiarazione dei redditi, di sostenere l’associazione ambientalista devolvendo il 5x1000. La campagna, che viene declinata in versione tv, radio, web e cartaceo presenta alcune immagini sia delle azioni dimostrative di Greenpeace che delle mobilitazioni di piazza, alle quali ognuno può dare il proprio contributo. Tante volte ci capita di assistere a ingiustizie, piccole e grandi, e di non dire nulla, di rimanere in silenzio a guardare. Ignorare i problemi non li risolve, per cambiare bisogna farsi sentire. Non si può essere indifferenti alla distruzione del pianeta, bisogna aggiungere la propria voce per ottenere un cambiamento: per questo il claim “Non alzare le spalle. Alza la voce”. Greenpeace è presente in Italia da oltre 30 anni e la sua voce si è fatta sentire: per la protezione del mare, delle foreste, contro l’inquinamento, il nucleare e i cambiamenti climatici. Ma non basta. Bisogna dare più voce a Greenpeace – un’organizzazione indipendente, che non accetta fondi da istituzioni o aziende, per preservare la propria credibilità – ed è importante il contributo che arriva dal 5x1000. Destinare il 5x1000 a Greenpeace Italia è facile e non costa nulla: basta mettere la firma nel primo settore in alto denominato: "Sostegno del volontariato..." e inserire il codice fiscale di GREENPEACE: 97046630584 Vedi il video della campagna 5x1000: http://www.greenpeace.org/italy/it/Cosa-puoi-fare-tu/5x1000
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Peschereccio battente bandiera italiana fermato in Sierra Leone per attività illegali di spinnamento di squali (ven, 21 apr 2017)
Durante attività di monitoraggio contro la pesca illegale nei mari dell’Africa occidentale, condotte in queste settimane insieme alle autorità di nazioni costiere come Guinea Bissau e Sierra Leone, la nave Esperanza di Greenpeace ha scoperto diversi casi di pesca illegale di cui uno, registrato lo scorso 15 aprile, che coinvolge direttamente un peschereccio battente bandiera italiana. Si tratta del peschereccio “Eighteen”, di proprietà della compagnia siciliana Asaro Matteo Cosimo Vincenzo srl., impegnato in attività di pesca nei mari della Sierra Leone. Guarda il video Come emerge dal video di Greenpeace, durante un controllo le autorità dello stato africano e gli attivisti dell’organizzazione ambientalista hanno infatti trovato a bordo dell’Eighteen pinne di squalo e, quindi, hanno fermato il peschereccio. Sebbene la terribile pratica dello shark finning - che consiste nella taglio delle pinne degli squali e il successivo rigetto della carcassa in mare - non sia ancora stata proibita dalla legislazione della Sierra Leone, il divieto di rimozione delle pinne di squalo è invece previsto dalla normativa Ue e si applica a tutti i pescherecci europei e in tutti i mari. La normativa Ue vieta inoltre la detenzione, il trasbordo e lo sbarco di pinne di squalo da pescherecci europei. «Siamo di fronte a una chiara violazione, il primo caso che ci risulta coinvolgere direttamente un peschereccio italiano in un’attività illegale di shark finning. Abbiamo dunque segnalato questo grave caso di illegalità alle autorità competenti», dichiara Serena Maso di Greenpeace Italia. «Seguiremo l’evolversi della vicenda e ci aspettiamo che vengano prese severe misure nei confronti dei responsabili, sia da parte della Commissione europea che dall’Italia. La pratica del finning è inaccettabile e crudele: oltre a rappresentare uno spreco di risorse che non ha giustificazioni, contribuisce a decimare le popolazioni di squali, fondamentali per mantenere in equilibrio la salute degli oceani, ma già in fortissimo declino in tutti mari del mondo a causa della pesca eccessiva e illegale». Oltre a quello dell’Eighteen, le autorità hanno scoperto altri tre casi di pesca illegale, rispettivamente su due navi cinesi e su un peschereccio coreano. A bordo di uno dei due pescherecci cinesi sono state trovate 70 buste contenenti carcasse di squalo. Le autorità della Sierra Leone hanno ordinato a questi tre pescherecci di tornare al porto di Freetown per compiere ulteriori indagini.   «Quanto abbiamo rilevato in soli quattro giorni di monitoraggio nei mari della Sierra Leone è un’ulteriore conferma di come l’area dell’Africa occidentale abbia bisogno di rafforzare le proprie politiche di gestione della pesca», dichiara Ahmed Diame di Greenpeace Africa. «Le risorse marittime della regione si stanno esaurendo a una velocità allarmante, soprattutto a causa dei troppi pescherecci che competono per pochi pesci, spesso praticando pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata. Il saccheggio in corso è una minaccia per i milioni di persone della regione che dipendono dagli oceani per il loro cibo». Quasi la metà di tutte le navi presenti in queste acque è di proprietà di società cinesi, mentre il 40 per cento è di società dell'Unione europea. Greenpeace chiede una migliore gestione delle attività di pesca nei mari dell’Africa occidentale, in modo da mettere fine alla pesca eccessiva e illegale. I governi locali e le nazioni che hanno flotte di pesca operanti in queste aree, come l’Italia, gli Stati membri dell’Ue e la Cina devono assumersi maggiori responsabilità e lavorare congiuntamente per assicurare la legalità, la sostenibilità ambientale di queste attività e una distribuzione socialmente equa delle risorse.  L’Esperanza di Greenpeace continuerà la sorveglianza di questi mari insieme alle autorità locali fino all’inizio di maggio.
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L’impegno di Apple per una produzione al 100% con materiale riciclato è una svolta per l’intero settore (gio, 20 apr 2017)
Con l’impegno a produrre nuovi dispositivi con materiali al 100% riciclati, annunciato ieri, la Apple è la prima azienda del settore IT ad assumere piena consapevolezza del grave impatto ambientale generato dalla produzione di apparecchi elettronici. “L’impegno di Apple è molto ambizioso e conferma l’urgenza con cui un intero settore deve ridurre il consumo di risorse e la produzione di rifiuti elettronici che stanno generando un grave impatto ambientale sul nostro pianeta. L’utilizzo di materiali riciclati nella produzione avrà delle importanti ricadute positive, riducendo la richiesta di metalli rari e altre risorse preziose” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. L’impegno di Apple, unito ai progressi dell’azienda statunitense verso una produzione che impieghi solo energia rinnovabile nei propri cicli produttivi, segna una grande svolta per l’intero settore e lancia il guanto di sfida a tutti i più importanti marchi dell’IT come Samsung, Huawei e Microsoft ad adeguarsi in tempi brevi. Poco meno di un mese fa Samsung si era impegnata a riciclare gli oltre 4,3 milioni di Galaxy Note 7 richiamati in tutto il mondo negli ultimi mesi. "Mentre Samsung sta ancora cercando di riconquistare la fiducia dei propri clienti in seguito al grave problema che ha interessato nei mesi scorsi il Galaxy Note 7, Apple dimostra che è possibile fare molto di più. La transizione all’impiego di materiali riciclati al 100% è fondamentale per ridurre l'impatto ambientale dell’intero settore, tuttavia è necessario che Apple e altre aziende dell’IT si impegnino a progettare dispositivi che durino più a lungo e siano facilmente riparabili e riciclabili a fine vita" conclude Ungherese.
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Cinque consigli per una pasquetta senza plastica e pesticidi (gio, 13 apr 2017)
1. SCEGLI frutta e verdura di stagione. Acquista prodotti sfusi, biologici e possibilmente a chilometro zero. Evita quelli confezionati con polistirolo o plastica. 2. PORTA LA SPORTA. Per il tuo picnic usa un bel cestino di vimini. Altrimenti una sporta di tela o una scatola di legno, ma niente buste di plastica. Firma la petizione al ministro dell’Ambiente per salvare il mare dalla plastica: http://no-plastica.greenpeace.it Le tartarughe, le balene, i pesci e gli uccelli marini ringraziano. 3. RIUSA. Se porti cibi caldi, usa contenitori in vetro e non in plastica. Quanti vasetti di marmellata hai tenuto da parte “perché magari possono servire”? Preferisci bicchieri e stoviglie riutilizzabili.  4. METTI IN CAMPO LA TUA CREATIVITÀ. Avvolgi i panini in tovaglioli di stoffa. Puoi ritagliare delle vecchie stoffe o strofinacci di colori diversi e usarli per impacchettare il cibo. Un bel nodo e via! 5. SCEGLI un grande prato verde per il tuo picnic. Se non vedi fiori o insetti, preoccupati. Probabilmente sono stati sparsi dei diserbanti, dannosi per l’ambiente e per la tua salute. Firma l’Iniziativa dei cittadini europei per vietare l’erbicida più diffuso al mondo, il glifosato: http://stop-glifosato.greenpeace.it
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