Comunicati stampa

Nuova ricerca di Greenpeace, CNR-ISMAR e UNIVPM: nel Mediterraneo livelli di microplastiche paragonabili a quelli dei vortici di plastica del Pacifico (lun, 23 apr 2018)
Nelle acque marine superficiali italiane si riscontra un’enorme e diffusa presenza di microplastiche comparabile ai livelli presenti nei vortici oceanici del nord Pacifico, con i picchi più alti rilevati nelle acque di Portici (Napoli) ma anche in aree marine protette come le Isole Tremiti (Foggia). Sono questi alcuni dei risultati principali diffusi oggi dall’Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova (ISMAR), dall’Università Politecnica delle Marche (UNIVPM) e da Greenpeace Italia, frutto dei campionamenti nelle nostre acque realizzati durante il tour “Meno Plastica più Mediterraneo” della nave ammiraglia di Greenpeace, Rainbow Warrior, che la scorsa estate ha visitato le coste del Mediterraneo. Ai risultati prodotti dal CNR-ISMAR si aggiungeranno nei prossimi mesi anche quelli raccolti da UNIVPM, per stabilire la presenza e la composizione di microplastiche nei pesci e negli organismi marini. Obiettivo dei campionamenti effettuati da ISMAR è stato stabilire la quantità e la composizione di microplastiche sulla superficie delle acque marine italiane e nello zooplancton e produrre maggiori dati per supportare la standardizzazione e armonizzazione dei protocolli per la ricerca scientifica. Le plastiche sono polimeri sintetici la cui produzione è esponenzialmente aumentata negli ultimi 50 anni: solo nel 2015 sono stati prodotti 300 milioni di tonnellate e ogni anno in mare ne finiscono circa 8 milioni di tonnellate. I risultati di questo studio confermano l’enorme presenza anche nel Mediterraneo di microplastiche con valori paragonabili a quelli che si trovano nelle “zuppe di plastica” presenti nei vortici oceanici.  Preoccupante è il fatto che concentrazioni cosi elevate di microplastiche siano evidenti anche nel Mediterraneo, un bacino semi-chiuso fortemente antropizzato, con un limitato riciclo d’acqua che ne consente l’accumulo. Le microplastiche provengono da diverse fonti: quelle primarie derivano principalmente da prodotti per l’igiene personale (cosmetici, creme, dentifrici ecc.) o sono le materie prime come pellet o polveri di plastica utilizzate per la produzione di materiali plastici. Le microplastiche secondarie derivano invece dalla frammentazione e decomposizione di materiali plastici di dimensioni più grandi. Diversi studi hanno inoltre evidenziato che le microplastiche secondarie contengono additivi chimici come gli ftalati. La campagna ha permesso di analizzare campioni di acqua di mare prelevata in 19 stazioni lungo la costa italiana, da Genova ad Ancona. I prelievi sono stati effettuati sia in zone sottoposte a un forte impatto antropico (foci di fiumi e porti) che in aree marine protette. “I risultati indicano che l’inquinamento da plastica non conosce confini e che i frammenti si accumulano anche in aree protette o in zone teoricamente lontane da sorgenti di inquinamento”, dichiara Francesca Garaventa, responsabile CNR-Ismar dei campionamenti. “Infatti, nella stazione di Portici (Napoli) zona a forte impatto antropico, si trovano valori di microplastiche pari a 3,56 frammenti per metro cubo ma valori non molto inferiori - 2,2 - si trovano anche alle Isole Tremiti”. Per avere un’idea di cosa significhino tali valori, immaginiamo di riempire due piscine olimpioniche con l’acqua delle Isole Tremiti e l’acqua di Portici: nella prima ci troveremmo a nuotare in mezzo a 5.500 pezzi e nella seconda in mezzo a 8.900 pezzi di plastica. L’analisi ha permesso di identificare 14 tipi di polimeri. La maggior parte delle plastiche ritrovate è fatta di polietilene, ovvero il polimero con cui viene prodotta la maggior parte del packaging e gli imballaggi usa e getta. “I dati raccolti confermano che i nostri mari stanno letteralmente soffocando sotto una montagna di plastica e microplastica, per lo più derivante dall’uso e dalla dispersione di articoli monouso” commenta Serena Maso, campagna mare di Greenpeace. “Per invertire questo drammatico trend bisogna intervenire alla fonte, ovvero la produzione. Il riciclo non è la soluzione e sono le aziende responsabili che devono farsi carico del problema, partendo dall’eliminazione della plastica usa e getta.”  Questa importante campagna di monitoraggio, oltre a fornire un ampio quadro del livello di contaminazione delle coste italiane, sottolinea l’importanza di investire in programmi di raccolta dati e di identificare metodologie standard di campionamento ed analisi. Leggi i dati dei campionamenti Leggi il report (in inglese) Link a petizione di Greenpeace
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Greenpeace risponde a Generali: strategia sul cambiamento climatico insufficiente (gio, 19 apr 2018)
La strategia sul cambiamento climatico approvata a febbraio da Generali era già nota a tutti gli stakeholder, azionisti e non. Si tratta di una strategia insufficiente, un primo passo troppo timido, seppur verso la giusta direzione. Se però Generali pensa di aver completato il suo lavoro in difesa del clima con questa strategia, come sembra dalla nota pubblicata in occasione della odierna Assemblea degli Azionisti, si sbaglia di grosso. In particolare, in relazione al settore dell’underwriting: Generali assicura oggi alcune delle centrali e miniere di carbone più inquinanti d’Europa. E a quanto si apprende dalla strategia adottata non ha intenzione di smettere. Stiamo parlando, ad esempio, della miniera di Turow, situata al confine tra Polonia e Repubblica Ceca che ha forti impatti sul clima, da cui si estraggono 7,5 milioni di tonnellate all’anno di carbone, e che inoltre inquina anche l’acqua di oltre 30 mila persone. Se si vuole difendere il clima, come Generali dice di voler fare, non si può essere coinvolti in progetti del genere. Sul settore degli investimenti è certamente positivo il disinvestimento annunciato, così come l’aumento di investimenti in settori green (che non sono tuttavia specificati nel dettaglio). Il problema riguarda però le cosiddette “eccezioni”, previste per quei Paesi che sono al momento fortemente dipendenti dal carbone, come ad esempio la Polonia. Proprio in questi Paesi infatti si trovano le centrali e miniere più inquinanti d’Europa. Il settore del carbone polacco causa ogni anno oltre 5mila morti premature stimate, di cui più di 400 in Italia. Generali deve eliminare queste “eccezioni” e abbandonare completamente gli investimenti nel carbone, anche nell'Europa dell'Est. Il fatto che questi impianti rappresentino una minima parte degli investimenti e degli asset del Leone di Trieste altro non è che un’aggravante: dato che si tratta di un business marginale, dovrebbe essere più facile uscirne. E soprattutto Generali deve smettere di valutare le proprie “eccezioni” solamente in base all’importanza economica: una miniera che inquina l’acqua di 30 mila persone è un business che non deve essere portato avanti, e lo stesso vale per centrali a carbone come Opole, la più grande espansione al momento in costruzione in Europa, o Kozienice, la seconda centrale a carbone più grande d’Europa, che già prima della recente espansione causava oltre 600 morti premature stimate ogni anno. Poco importa quanto queste assicurazioni ed investimenti pesino sul business di Generali, gli impatti di queste “eccezioni” sono enormi sia sull’ambiente che sulle persone.
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Greenpeace in azione durante Assemblea azionisti di Generali: «Basta assicurare carbone e cambiamenti climatici» (gio, 19 apr 2018)
Alcuni attivisti di Greenpeace Italia sono entrati in azione questa mattina a Trieste, durante l’Assemblea degli azionisti di Assicurazioni Generali, aprendo un enorme striscione con la scritta “Generali – Basta assicurare carbone e cambiamenti climatici”, proprio all’ingresso del palazzo che ha ospitato l’evento. In contemporanea, altri attivisti hanno portato dei sacchi di carbone all’ingresso del palazzo, per protestare contro gli investimenti del gruppo assicurativo nella fonte fossile più inquinante. Gli attivisti di Greenpeace hanno inoltre chiuso l’area con transenne ed un cartello con la scritta “Attenzione: cambiamenti climatici in corso”. «Siamo qui per mostrare a tutti, azionisti e non, il lato meno conosciuto del Leone di Trieste. Generali assicura alcuni tra gli impianti più inquinanti d’Europa, e non ha alcuna intenzione di smettere», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e clima di Greenpeace Italia. «Stiamo parlando di centrali e miniere che si trovano in Est Europa, in particolare in Polonia, ma i cui impatti devastanti arrivano fin dentro casa nostra. Il settore del carbone polacco è responsabile infatti di più 5 mila morti premature stimate ogni anno, di cui oltre 400 anche in Italia» Greenpeace chiede a Generali di smettere di assicurare impianti e miniere a carbone, come la miniera di Turow, responsabile dell’inquinamento dell’acqua di oltre 30 mila persone o l’impianto di Opole, la più grande espansione di centrale a carbone al momento in costruzione in Europa. Con una recente inchiesta, Greenpeace Italia ha inoltre documentato che se da un lato Generali assicura il carbone più inquinante d’Europa, dall’altro non fa lo stesso con i cittadini colpiti dai peggiori impatti dei cambiamenti climatici. Il Leone di Trieste non assicura a Genova le case situate in alcune zone in passato colpite da alluvioni, completando così il paradosso che vede la compagnia triestina invece al centro degli investimenti in combustibili fossili che alimentano proprio i cambiamenti climatici. Il gruppo assicurativo ha recentemente approvato una strategia sul cambiamento climatico, con cui prevede un disinvestimento di 2 miliardi di euro dal settore del carbone. Purtroppo, però, nessun provvedimento è previsto sul lato delle assicurazioni, e dunque Generali continuerà ad assicurare alcuni tra gli impianti maggiormente responsabili dei cambiamenti climatici, nonché di disastrosi danni ambientali e sanitari. Anche da un punto di vista finanziario, nonostante l’annuncio di disinvestimento, la strategia prevede una “clausola d’eccezione” che riguarda proprio l’Est Europa, dove sono situati questi impianti, che Generali continuerà dunque non solo ad assicurare ma anche a finanziare. «Generali deve immediatamente disinvestire dal carbone, senza eccezioni, e deve smettere di assicurare infrastrutture legate a questa fonte inquinante, cominciando con il non rinnovare i contratti in scadenza», continua Iacoboni. «Solamente compiendo questo primo passo, e continuando poi con i settori del petrolio e del gas, Generali potrà dimostrare di stare dalla parte delle persone, e non delle grandi aziende che inquinano il Pianeta e scaricano gli impatti e i costi sui cittadini», conclude. Durante l’assemblea degli azionisti sono state consegnate a Generali le oltre 100 mila firme raccolte in Europa tramite diverse petizioni - promosse da Akcja Demokracja, We Move e Greenpeace – per chiedere al gruppo triestino di non assicurare più il carbone.
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Giornata Mondiale della Terra: oltre un milione di persone chiede alle grandi aziende interventi sulla plastica usa e getta (mer, 18 apr 2018)
Mentre si avvicina la Giornata Mondiale della Terra (22 aprile), più di un milione di persone ha sottoscritto la petizione di Greenpeace in cui si chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, McDonald’s e Starbucks di ridurre drasticamente l’utilizzo di contenitori e imballaggi in plastica monouso. “La plastica soffoca i nostri mari. Sono necessarie azioni urgenti da parte delle grandi aziende che continuano a produrre, vendere e utilizzare la plastica anche se non necessaria contribuendo, in modo sostanziale, a generare la grave situazione attuale. Per anni ci è stato detto che riciclare è la soluzione, tuttavia i numeri evidenziano che il riciclo da solo non basta a risolvere il problema e proteggere i mari del Pianeta dall’inquinamento da plastica” dichiara Giuseppe Ungherese, Responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Come dimostrano i più recenti dati scientifici - aggiornati al 2015 - solo il 9 per cento della plastica prodotta a livello mondiale a partire dagli anni Cinquanta è stata correttamente riciclata. Inoltre, sebbene le percentuali di riciclo siano migliorate negli ultimi decenni, è evidente che tale incremento non sarà sufficiente ad evitare problemi di inquinamento da plastica. La situazione potrà solo peggiorare considerando la vertiginosa crescita della produzione e dei consumi di plastica a livello mondiale. “La Giornata Mondiale della Terra è diventata un'opportunità di greenwashing per molte aziende che, sfruttando il falso mito del riciclo della plastica, continuano a immettere sul mercato enormi quantità di plastica usa e getta. La verità è che oggi l’equivalente di un camion di rifiuti in plastica finisce nei mari del Pianeta ogni minuto. È necessario che le grandi aziende affrontino concretamente la loro dipendenza dalla plastica monouso” conclude Ungherese. Per sottoscrivere la petizione di Greenpeace: no-plastica.greenpeace.it 
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Greenpeace in azione in Adriatico: «A due anni dal referendum, le trivelle minacciano ancora i nostri mari. Nuovo governo cambi rotta» (mar, 17 apr 2018)
Attivisti di Greenpeace hanno aperto due grandi striscioni, sui quali si legge “STOP TRIVELLE – IERI, OGGI, SEMPRE”, nei pressi della piattaforma Fratello Cluster, posizionata poco a nord di Pescara, entro le 12 miglia marine dalla costa. Con questa protesta hanno voluto ricordare la data del 17 aprile 2016, quando 15 milioni e 800 mila italiani votarono per il referendum sulle “trivelle”, con i “Sì” che rappresentarono quasi l’86 percento dei voti validi Gli attivisti dell’organizzazione ambientalista hanno inoltre voluto ribadire che l’opposizione di allora allo sfruttamento dei mari italiani per l’estrazione di fonti fossili è la stessa di oggi, ed è la stessa che sarà pronta a risollevarsi presto se l’Italia non cambierà rotta in materia di energia. Due anni fa, in occasione di una delle tornate referendarie più boicottate della storia repubblicana, e su una materia che molti ritenevano rilevante solo per alcuni territori, quasi 16 milioni di italiani decisero di recarsi ai seggi, per dire in larghissima maggioranza che nei nostri mari non deve esserci spazio per gli interessi dei petrolieri. Il quorum non fu raggiunto ma il segnale fu comunque inequivocabile contro il governo, guidato allora da Matteo Renzi, che aveva ostacolato in tutti i modi il voto e infine sostenuto l’astensione, schierandosi di fatto al fianco delle compagnie petrolifere. A due anni di distanza, i mari italiani sono ancora sotto la minaccia di nuove attività di ricerca di idrocarburi. Una recente sentenza del Consiglio di Stato ha rigettato il ricorso di Abruzzo e Puglia, dichiarando legittima la Valutazione d’Impatto Ambientale con cui il Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare aveva approvato la concessione di due enormi aree per la prospezione di idrocarburi alla Spectrum Geo. Da Rimini fin quasi all’estremità meridionale della Puglia, potrebbero presto cominciare le attività con l’airgun. I provvedimenti di VIA ottenuti dalla Spectrum Geo sono solo due dei nove emanati in questi anni dal Ministero dell’Ambiente. L’intero Adriatico è opzionato per nuove attività di ricerca di fonti fossili. «Oggi Greenpeace vuole ringraziare quei 16 milioni di italiani che due anni fa decisero di non voltarsi dall’altra parte di fronte alle sorti dei nostri mari; e dir loro che siamo ancora qui, perché purtroppo nulla è cambiato. La politica energetica portata avanti dal governo Gentiloni negli ultimi due anni, sebbene meno aggressiva di quella di Renzi, ha infatti continuato a intendere i nostri mari soprattutto come dei giacimenti», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. «Ma sia chiaro, la protesta di oggi non è una commemorazione, ma un deciso monito al governo che verrà, di qualunque segno esso sia: una larghissima parte dei cittadini italiani è contraria alle trivelle. E l’Italia dovrà cambiare presto strategia, tornando a investire sulle rinnovabili e smantellando presto le oltre cento piattaforme disseminate lungo i nostri mari, nella maggior parte dei casi improduttive ed esonerate persino da royalties e oneri fiscali», conclude Boraschi. Greenpeace comunica inoltre che tra pochi giorni, il 19 aprile, si aprirà un processo contro 10 suoi attivisti, accusati di “ingresso arbitrario in zona industriale” per l’azione che il 30 marzo del 2016 li vide occupare pacificamente una piattaforma al largo delle coste di Ravenna, la Agostino B. In quella circostanza gli attivisti denunciarono gli alti livelli di inquinamento causati da quell’impianto nell’ambiente marino circostante, invitando gli italiani al voto referendario. Si trattò, in quel caso come in ogni altro, di una protesta nonviolenta: uno strumento di partecipazione che Greenpeace ritiene fondamentale per contribuire al cambiamento della società in cui viviamo.
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La Nuova Zelanda vieta le trivellazioni offshore, Greenpeace: «Decisione storica, Italia segua esempio» (gio, 12 apr 2018)
Il governo della Nuova Zelanda ha deciso oggi di vietare ogni nuova attività di prospezione offshore per gli idrocarburi. Secondo Greenpeace, si tratta di una vittoria storica per la protezione dei mari e del clima che arriva dopo sette anni di crescente opposizione dell’opinione pubblica. Dopo Belize, Costa Rica e Francia, la Nuova Zelanda è il quarto Paese a muoversi in tal senso. Vietando le prospezioni per gas e petrolio, la coalizione di governo da poco eletta in Nuova Zelanda ha messo efficacemente al riparo dai rischi di nuove esplorazioni quella che è per estensione la quarta Zona Economica Esclusiva (ZEE) del Pianeta, con una superficie di oltre quattro milioni di chilometri quadrati di mare. Negli scorsi anni, alcune delle maggiori compagnie petrolifere mondiali – come Shell, Chevron, Petrobras, Statoil - hanno richiesto permessi di ricerca per idrocarburi nell’offshore neozelandese. Anche se benvenute dal governo precedente, le compagnie petrolifere negli anni hanno incontrato una forte resistenza da parte dei cittadini, delle comunità indigene e delle associazioni ambientaliste come Greenpeace. Negli ultimi sette anni, centinaia di migliaia di persone hanno marciato, inviato petizioni e partecipato ad azioni di protesta per fermare le esplorazioni petrolifere. Che le cose stessero per cambiare lo si è capito quando, il mese scorso, la nuova Premier Jacinda Ardern ha accettato di ricevere personalmente la consegna delle 50 mila firme raccolte da Greenpeace contro le trivelle in Nuova Zelanda. Resta da vedere se i cittadini permetteranno alle compagnie di sfruttare le concessioni già assegnate: il bando riguarda infatti solo lo stop a nuove concessioni. «La Nuova Zelanda ha preso una decisione storica per la tutela del clima, spronata da quelle decine di migliaia di persone che per anni si sono battute per proteggere le nostre coste da nuove esplorazioni alla ricerca di petrolio e gas», dichiara Russel Norman, Direttore Esecutivo di Greenpeace Nuova Zelanda. «È un messaggio forte e chiaro: stiamo per metter fine all’età del petrolio», conclude. Al contrario, in Italia sembra si prospetti un nuovo assalto alle coste e ai mari. Migliaia di chilometri quadrati del nostro territorio marittimo, soprattutto in Adriatico, sono oggetto di concessione per prospezioni con airgun (che generano onde sismiche tramite esplosioni allo scopo di mappare il fondale marino). In alcune aree sono previsti fino a tre passaggi. Sono aree in cui è nota la presenza - o la prossimità - di aree ad elevata biodiversità, ovvero di notevole importanza per la riproduzione di specie ittiche di grande importanza commerciale. «In Italia, come in Nuova Zelanda, mettere a rischio le risorse del mare, già minacciate da inquinamento e pesca distruttiva, per aumentare la dipendenza dagli idrocarburi, è una follia», afferma Alessandro Giannì, Direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. «In Nuova Zelanda se ne sono accorti. In Italia, il governo ha invece predisposto una Strategia Energetica Nazionale vaghissima sulle rinnovabili, ma concretamente indirizzata alla promozione del gas», conclude. Per Greenpeace, la coraggiosa decisione del governo della Nuova Zelanda mostra che ci sono altre vie per affrontare una rapida transizione verso la decarbonizzazione delle nostre società: una transizione equa, giusta, che produca occupazione e sviluppo. I numerosi scenari pubblicati da Greenpeace e molte altre associazioni e istituzioni dicono chiaramente che restare vincolati alle economie “fossili” è un freno allo sviluppo e all’occupazione, oltre che un terribile errore che espone tutti a pericoli gravissimi, ormai sempre più evidenti.
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Greenpeace: dobbiamo dimezzare la produzione di carne e prodotti lattiero caseari se vogliamo salvare il clima, la natura e la nostra salute (mar, 10 apr 2018)
Se vogliamo evitare gli impatti più devastanti dei cambiamenti climatici e rispettare l’Accordo di Parigi dobbiamo dimezzare produzione e consumo globale di carne e prodotti lattiero caseari entro il 2050. Lo afferma il rapporto di Greenpeace “Meno è meglio”.   In Europa la riforma della PAC (Politica Agricola Comune) deve facilitare la transizione dal modello degli allevamenti intensivi a forme di agricoltura e di allevamento ecologiche. “La Politica Agricola Comune ci sta spingendo verso un baratro di insostenibilità. Gli allevamenti intensivi sono una grande fonte di emissioni di CO2, di inquinamento dell’aria e dell’acqua e possono causare seri problemi alla salute tra cui lo sviluppo della resistenza agli antibiotici” afferma Federica Ferrario, responsabile campagna agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia. “L’Italia e l’Unione europea devono garantire che l'imminente riforma della PAC acceleri il passaggio a una produzione sostenibile di ortaggi e verdure e a ridurre gli allevamenti industriali, ritirando il sostegno della produzione intensiva di animali". Tre animali su quattro allevati in Europa sono tenuti in un ristretto numero di grandi allevamenti intensivi, mentre i piccoli produttori hanno ridotto il loro bestiame del 50 per cento.                                                                    Se non affrontiamo rapidamente la questione, il contributo dell’agricoltura alle emissioni di gas serra nel 2050 potrebbe arrivare al 52 per cento delle emissioni totali. Il 70 per cento di questo contributo è previsto proprio dai settori della produzione di carne e prodotti lattiero-caseari. In Europa gli allevamenti contribuiscono già alle emissioni di gas serra per il 12-17 per cento. Inoltre gli allevamenti contribuiscono all’inquinamento dell’acqua, in particolare con azoto e fosforo, e dell’aria, soprattutto con emissioni di ammoniaca e polveri sottili (PM2.5).   Non meno gravi gli impatti sanitari: per l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità), l’EFSA (Agenzia europea per la sicurezza alimentare) e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) la resistenza agli antibiotici è “una delle maggiori minacce alla salute umana”. Un rapporto congiunto EFSA/ECDC conferma la presenza negli animali allevati di batteri che hanno sviluppato resistenza ad antibiotici di importanza cruciale. E l’Italia è seconda solo alla Spagna in Unione europea per uso di antibiotici negli allevamenti.   “La necessità di ridurre domanda e offerta di prodotti di origine animale è ormai il pensiero dominante nella comunità scientifica. Solo una significativa riduzione del consumo di carne e latticini ci garantirà un sistema agroalimentare adatto per il futuro, a beneficio degli esseri umani e del Pianeta” afferma il professor Pete Smith, Università di Aberdeen, che ha preso parte ai lavori dell’IPCC (Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici).   Visita il sito: ilpianetanelpiatto.greenpeace.it   Leggi il rapporto “Meno è meglio
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Video inchiesta di Greenpeace con telecamera nascosta: «Generali assicura il carbone ma non i cittadini colpiti dai cambiamenti climatici» (lun, 09 apr 2018)
Assicurare la propria casa contro le alluvioni potrebbe essere impossibile se si vive in zone del nostro Paese ad alto rischio di fenomeni meteorologici estremi. A dimostrarlo, una video inchiesta realizzata a Genova da Greenpeace Italia con una telecamera nascosta in diverse agenzie di Assicurazioni Generali. L’associazione ambientalista vuole evidenziare una enorme contraddizione: se da un lato Generali non assicura i cittadini dagli impatti dei cambiamenti climatici nelle zone più a rischio, dall’altro invece finanzia ed assicura alcuni degli impianti più inquinanti d’Europa, principali responsabili proprio dei cambiamenti climatici in corso. Guarda la video inchiesta di Greenpeace Italia «Settimane fa abbiamo denunciato che il più grande gruppo assicurativo italiano, in consorzio con altre compagnie come Allianz, fornisce copertura assicurativa a centrali e miniere di carbone tra le più inquinanti d’Europa», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della Campagna Clima e Energia di Greenpeace Italia. «Oggi questo paradosso si completa con la scoperta che Generali non assicura i cittadini dagli impatti più disastrosi dei cambiamenti climatici che essa stessa, con le sue polizze ed i suoi investimenti sulla fonte fossile più inquinante, contribuisce ad alimentare».  Nell’ambito dell’inchiesta condotta da Greenpeace sono state contattate più di un terzo delle agenzie di Assicurazioni Generali presenti a Genova: nel 90 per cento delle agenzie visitate non è stato possibile iniziare l’iter per assicurare,​ contro le alluvioni,​ una casa situata a Genova in una zona a rischio alluvioni e inondazioni. «Riteniamo questa una contraddizione inaccettabile. Non si possono fornire coperture assicurative a centrali e miniere di carbone tra le più inquinanti d’Europa e, al contempo, negarle ai cittadini che subiscono gli impatti dei cambiamenti climatici», continua Iacoboni. «Generali deve immediatamente abbandonare il carbone, senza alcuna eccezione, e schierarsi dalla parte dei cittadini». Il Leone di Trieste ha di recente approvato una “strategia sul cambiamento climatico”, ritenuta però incompleta da Greenpeace dal momento che non prevede affatto di cessare la copertura assicurativa e finanziaria relativa ad alcuni inquinanti impianti a carbone in Polonia e in Est Europa. Per chiedere ad Assicurazioni Generali di fermare le coperture finanziarie ed assicurative per tutte le centrali a carbone, Greenpeace ha lanciato una campagna che ha già raccolto oltre 30 mila firme. Replica di Generali 
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Molti diesel Euro 6 sforano i limiti consentiti di inquinamento (gio, 15 mar 2018)
Un’indagine a cura dell’unità di giornalismo investigativo di Greenpeace UK rivela che, secondo test effettuati dalle stesse case automobilistiche, dozzine degli ultimi modelli di auto diesel "Euro 6", la cui vendita è stata approvata dopo lo scandalo Dieselgate, superano i limiti attualmente consentiti di inquinamento atmosferico Dall'aprile 2016, in seguito allo scandalo Dieselgate, i nuovi modelli di auto a gasolio sono stati sottoposti a un test sulle "emissioni reali di guida" (RDE), previsto per controllarne le emissioni effettive nel traffico. Tuttavia, fino al settembre 2017 questo test non era comunque vincolante per l’omologazione: fino a quel momento la certificazione Euro 6 ha continuato a essere basata su test di laboratorio vecchi e screditati. L'indagine di Greenpeace ha rivelato che durante questo "periodo di monitoraggio" molti dei più grandi produttori hanno continuato a introdurre modelli nuovi di zecca con emissioni di guida reali molte volte superiori ai limiti che sarebbero entrati in vigore di lì a poco. Greenpeace ha ottenuto i risultati dei test su strada dai 20 principali marchi automobilistici dell'Ue, per ogni nuovo modello di diesel approvato per la vendita durante il periodo di monitoraggio. I risultati mostrano che il 51 per cento dei nuovi motori diesel sottoposti a test tra aprile 2016 e settembre 2017 ha registrato emissioni di biossido di azoto (NO2) su strada superiori al limite di 168 mg / km consentito per i nuovi modelli che oggi richiedono l'approvazione. Le prestazioni peggiori sono quelle della Fiat Tipo 1.6, che ha registrato emissioni medie di 561mg/km e emissioni urbane di 753mg/km. Tra i modelli che superano i limiti di emissione ci sono anche modelli recentissimi, come il SUV compatto C3 Aircross 2017 di Citroën, lanciato sul mercato nel giugno dello scorso anno, che ha registrato emissioni di NO2 su strada fino a 350 mg/km. Tra i modelli che eccedono i limiti di emissioni vi sono anche alcuni “best seller” del mercato europeo, come la Ford Fiesta e la Volkswagen Golf. Il gruppo Volkswagen (VW) - la casa automobilistica che con i suoi “trucchi” è stata al centro dello scandalo Dieselgate – è stata l'unica azienda a non fornire dati sulle emissioni delle proprie automobili in contesti urbani, ovvero su una parte chiave del test RDE. Nonostante l'industria automobilistica si vanti del fatto che gli ultimi veicoli Euro 6 "dispongono di una tecnologia intelligente che converte la maggior parte degli ossidi di azoto in azoto innocuo e acqua", Greenpeace ha scoperto che questa tecnologia - riduzione catalitica selettiva (SCR), o AdBlue - non è stata montata su molti dei diesel approvati durante il periodo di monitoraggio. Ad esempio, il gruppo Renault, tra aprile 2016 e settembre 2017, ha avviato le procedure di omologazione per 14 "famiglie" di auto diesel: nessuna era dotata di SCR, e tutte le emissioni di NO2 registrate erano sopra il limite consentito oggi. «Il biossido di azoto, il gas all’origine dello scandalo Dieselgate, è un cancerogeno certo. E il cancro è solo una delle molte patologie che può causare», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace. «In moltissimi casi i diesel euro 6 non sono auto migliori di quelle con cui l’industria automobilistica ha truffato i consumatori per anni e avvelenato l’aria che tutti respiriamo. Sulle nostre strade circolano milioni di diesel le cui emissioni sono al di fuori di qualsiasi limite di tollerabilità. Questa tecnologia deve essere abbandonata presto dal mercato e chiediamo che venga bandita dalla circolazione nei prossimi anni», conclude. Le aziende automobilistiche hanno sottolineato che non vi era alcun limite legale per le emissioni di NO2 su strada prima di settembre 2017, e che dunque tutti i veicoli oggetto dell’indagine di Greenpeace rispettavano i requisiti legali in vigore al momento della loro approvazione. Leggi la versione completa del rapporto (in inglese)
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Preoccupa legge italiana sulle foreste in via di approvazione (mar, 13 mar 2018)
Il decreto legislativo sulla revisione della normativa nazionale in tema di foreste e filiere forestali - in attuazione dell’articolo 5 della legge 28 luglio 2016, n. 154 – che potrebbe essere approvato in questi giorni dal Consiglio dei Ministri ha aspetti preoccupanti che consigliano un ripensamento, peraltro auspicato da una parte consistente del mondo accademico e delle associazioni ambientaliste. “Il testo del decreto legge sulle foreste che si vorrebbe approvare in Consiglio dei Ministri preoccupa perché impone una visione delle foreste come mero serbatoio da cui attingere legname e disconosce il ruolo importante che esse svolgono a livello ecologico” commenta Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. Greenpeace valuta positivamente alcuni aspetti del testo, come l’armonizzazione di una normativa che è materia concorrente tra Stato e Regioni e che vede nel Paese una gran quantità di definizioni di “bosco”. Non è tuttavia accettabile che si tacciano i benefici naturalistici e ambientali dei boschi facendone oggetto soprattutto di una gestione economica. Inoltre, preoccupa l’introduzione del termine “trasformazione” per indicare l’eliminazione del bosco e che tale trasformazione possa essere compensata con altre opere e servizi (come un rimboschimento qualsiasi, anche in luoghi fisicamente distanti), o addirittura con una strada forestale oppure con un’oblazione alla Regione. “Approvare frettolosamente una legge così importante per le nostre foreste e per migliaia di specie animali e vegetali è un atto irresponsabile. Chiediamo al Governo Gentiloni di fare un passo indietro" conclude Borghi.
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In Antartide la pesca industriale sottrae cibo a pinguini e balene (mar, 13 mar 2018)
Un’indagine condotta da Greenpeace sugli ultimi cinque anni di pesca industriale al krill in Antartide rivela che questa attività sta saccheggiando le riserve di questo piccolo gamberetto nei mari del Polo Sud. Il krill ha un ruolo chiave nella catena alimentare antartica, dato che è cibo per animali come le balene azzurre e i pinguini di Adelia. La pesca a questa specie in una delle aree più incontaminate del Pianeta è in rapida crescita. Una volta pescato, questo gamberetto viene trasformato in integratori alimentari – ad esempio le capsule di Omega 3 - in mangimi per l’acquacoltura o per gli animali domestici. Sebbene venga presentata come una delle attività di pesca meglio gestite al mondo, il rapporto di Greenpeace International “Licence to Krill” descrive uno scenario molto diverso. I dati relativi al tracciamento dei pescherecci che pescano krill suggeriscono che alcuni tra questi si sono ancorati nei pressi di aree protette, a dispetto dei potenziali impatti sulla fauna e sui fondali. L’attività documentata dai tracciati suggerisce inoltre l’esistenza di attività di pesca rischiose, come il trasbordo delle catture (transhipment) su enormi navi frigorifero che hanno un pessimo track record: da carenze nella sicurezza a bordo a standard inaccettabili di protezione ambientale per gli sversamenti di reflui e oli. «L’industria della pesca al krill in Antartide si presenta con una faccia pulita ma la realtà è diversa, alquanto torbida», dichiara Frida Bengtsson, della campagna di Greenpeace per la protezione dell’Antartide. «La pesca avviene nei pressi delle aree di alimentazione di balene, pinguini e altri animali a rischio. È una lotta all’ultimo sangue per il cibo con specie che vivono in un’area incontaminata ma soggetta a pericolosi mutamenti. Come se non bastasse i cambiamenti climatici stanno riducendo il krill, la fauna antartica non dovrebbe dunque competere direttamente con attività di pesca che servono a produrre pillole e mangimi che si vendono dall’altra parte del mondo». Greenpeace chiede all’industria della pesca al krill di fermare immediatamente ogni attività nelle aree in cui la Commissione per l’Oceano Antartico sta valutando la creazione di Aree Protette, e alle imprese che acquistano krill e prodotti derivati di non rifornirsi più da pescherecci che continuano a pescare in questi mari. Il rapporto di Greenpeace viene pubblicato nell’ambito di una spedizione di tre mesi in Antartide. Nel corso di queste settimane l’organizzazione ambientalista ha compiuto ricerche scientifiche per mostrare quanto sia necessaria la creazione di santuari marini in Antartide, a cominciare dalla proposta di protezione per 1,8 milioni di chilometri quadrati nel Mare di Weddel. Oltre un milione di persone ha già firmato la petizione di Greenpeace a sostegno di questo santuario marino. Leggi il report “Licence to Krill: the little-known world of Antarcticfishing
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Greenpeace aderisce alla giornata internazionale delle donne: non c’e’ giustizia ambientale senza giustizia di genere (mer, 07 mar 2018)
Greenpeace Italia aderisce - per il secondo anno consecutivo - allo sciopero indetto dal movimento “Non Una di Meno” per l’8 marzo, Giornata Internazionale delle Donne. Lo fa invitando tutte le donne e gli uomini a scioperare dal lavoro produttivo, riproduttivo e di cura, e a mostrare l’adesione allo sciopero appendendo bandiere colorate negli uffici e utilizzando l’hashtag #Iosciopero. Greenpeace partecipa al corteo che sfilerà per le strade romane l’8 marzo e in tutta Italia i gruppi locali di volontari sono coinvolti in diverse attività organizzate da “Non una di Meno”. Scendiamo in piazza perché: -       La maggior parte delle persone che lavorano a Greenpeace, così come buona parte del volontariato e dei nostri attivisti sono donne. -       Combattiamo ogni giorno per un futuro verde e di pace, impossibile da realizzare senza uguaglianza e giustizia per tutti e tutte. -       Crediamo che la giustizia ambientale sia indissolubilmente legata alla lotta per la giustizia di genere, e che le donne siano fondamentali per raggiungere entrambe. -       Ripudiamo la violenza di genere in tutte le sue forme: oppressione, sfruttamento, sessismo, razzismo, omo e transfobia. “Crediamo che non esista democrazia senza parità di genere. Greenpeace combatte ogni giorno per un futuro verde e di pace, che è impossibile realizzare senza uguaglianza e giustizia per tutti e tutte” spiega Martina Borghi, di Greenpeace Italia. “In questi giorni vogliamo far emergere tanti esempi di leadership femminile nelle battaglie ambientali. Abbiamo incontrato le Mamme No Pfas che si battono in Veneto per il diritto all’acqua e alla salute, una battaglia che stanno portando avanti con tanta determinazione e coraggio. Abbiamo poi invitato in Italia, a fine marzo, Francinara Barè, leader indigena, Coordinatrice della COIAB (Confederazione Delle Organizzazioni Indigene dell’Amazzonia Brasiliana), che rappresenta oltre 600 gruppi indigeni dell’Amazzonia brasiliana.  Ci parlerà delle strategie adottate dalle comunità indigene per resistere agli attacchi compiuti dalle imprese private, le autorità o la criminalità organizzata”
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Greenpeace: a sette anni dalla catastrofe nucleare di Fukushima in alcune aree la contaminazione è cento volte superiore alle norme (gio, 01 mar 2018)
Greenpeace Giappone ha diffuso oggi un’analisi relativa alla situazione delle aree contaminate dalla catastrofe nucleare dell’11 marzo 2011. Una situazione ancora molto grave, con alcune aree che presentano valori di contaminazione radioattiva fino a 100 volte superiore alle norme. Questi i principali risultati del rapporto: ·       Anche dopo la decontaminazione, in quattro delle sei case di Iitate, i livelli medi di radiazione sono tre volte più alti rispetto all'obiettivo governativo a lungo termine. Alcune aree hanno mostrato un aumento rispetto all'anno precedente, che potrebbe derivare dalla ricontaminazione. ·       In una casa di Tsushima, nella zona di esclusione Namie, si stima una dose di 7 mSv all'anno, mentre il limite internazionale per l'esposizione pubblica in una situazione non accidentale è 1 mSv/anno. Tutto questo nonostante si tratti di un’area usata come banco di prova per la decontaminazione nel 2011-12. Un dato che evidentemente rivela l'inefficacia del lavoro di decontaminazione. ·       In una scuola nella città di Namie, dove l'ordine di evacuazione è stato revocato, la decontaminazione non è riuscita a ridurre significativamente i rischi di radiazioni, con livelli in una foresta vicina con un tasso medio di dose di oltre 10 mSv all'anno. Situazione particolarmente grave, dato che i bambini sono particolarmente esposti al rischio di esposizione alle radiazioni. ·       In una zona di Obori, il massivo livello di radiazioni misurato a 1m darebbe l'equivalente di 101 mSv all'anno, ovvero cento volte il limite massimo annuale raccomandato, supponendo che una persona resti lì per un anno intero. Questo elevato livello di esposizione radioattiva è chiaramente una minaccia, anzitutto per le migliaia di lavoratori impegnati nella decontaminazione​ ​che dovranno trascorrere molte ore in quella zona. Nel novembre scorso, l'Universal Periodic Review (UPR) dell'UNHRC (Alto Commissariato Rifugiati dell’ONU) sul Giappone ha emesso quattro raccomandazioni sui problemi di Fukushima. I governi degli Stati membri (Austria, Portogallo, Messico e Germania) hanno chiesto al Giappone di rispettare i diritti umani degli sfollati di Fukushima e adottare misure forti per ridurre i rischi di radiazioni per i cittadini, in particolare donne e bambini​,​ ​e per sostenere pienamente gli sfollati. La Germania ha invitato il Giappone a tornare alle radiazioni massime ammissibili di 1 mSv all'anno, mentre l'attuale politica governativa giapponese è di consentire esposizioni fino a 20 mSv all'anno. Se questa raccomandazione dovesse essere adottata, il governo nipponico non potrebbe far rientrare la popolazione nelle aree contaminate. «Il governo giapponese deve smettere di costringere le persone a tornare a casa e deve​ proteggere i diritti dei propri cittadini», dichiara Kazue Suzuki, della campagna Energia di Greenpeace Giappone. «È essenziale che il governo accetti pienamente e applichi immediatamente le raccomandazioni delle Nazioni Unite. I risultati delle nostre indagini sulla contaminazione da radiazioni forniscono la prova che esiste un rischio significativo per la salute e la sicurezza di un eventuale ritorno degli evacuati», conclude.  Leggi il rapporto “Reflections in Fukushima: The Fukushima Daiichi Accident Seven Years On” (in inglese)
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Pesticidi: l'EFSA conferma, gli insetticidi neonicotinoidi sono pericolosi per le api. Greenpeace: «subito un bando permanente» (mer, 28 feb 2018)
Un rapporto pubblicato oggi dall'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) conferma la pericolosità per le api di tre insetticidi neonicotinoidi largamente utilizzati. Sulla base di una revisione di oltre 700 studi su imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam, l'EFSA ha confermato che queste sostanze chimiche comportano rischi elevati per le api e che le restrizioni imposte dall'Ue nel 2013 non sono sufficienti per controllare tali rischi. «Le prove sono schiaccianti. I neonicotinoidi mettono gravemente a rischio le api, le coltivazioni e le piante che da esse vengono impollinate», dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace. «L’Italia e gli altri Paesi europei devono smetterla di tergiversare e sostenere pienamente il bando permanente dei neonicotinoidi proposto dall'Ue. Sarebbe un primo passo concreto per prevenire il catastrofico collasso delle popolazioni di api». Nel marzo del 2017, la Commissione europea ha proposto un bando permanente ai tre neonicotinoidi, con l’eccezione del loro utilizzo nelle serre. I Paesi membri voteranno questa misura il prossimo 22 marzo, dopo che lo scorso dicembre il voto era stato rimandato, appunto per attendere la pubblicazione del rapporto dell’EFSA. «L’Italia si era già espressa negativamente al bando temporaneo votato nel 2013, per questo la domanda che facciamo è sempre la stessa, come voteranno i rappresentanti del nostro Paese il prossimo 22 marzo? Al momento, dopo ripetute richieste e nonostante l’appello rivolto al ministro Martina da parte di quasi 140 mila persone, ancora si attende una risposta», conclude Ferrario. La revisione odierna delle evidenze scientifiche è stata possibile proprio grazie a queste restrizioni parziali in Ue, introdotte nel 2013, sull'uso dei tre insetticidi neonicotinoidi in agricoltura. Questa pubblicazione arriva dopo altre cinque relazioni dell'EFSA, nel 2015 e nel 2016, che evidenziano costantemente i pericoli che queste sostanze rappresentano per api mellifere e api selvatiche. Oltre a imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam, Greenpeace chiede anche il divieto per altri quattro neonicotinoidi, il cui uso è attualmente permesso in Ue: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone. L’utilizzo di questi quattro pesticidi è in continua crescita in sostituzione dei tre neonicotinoidi oggetto di restrizione temporanea. Sul sito http://salviamoleapi.org/firma-ora/ dell’organizzazione ambientalista si può aderire alla petizione per chiedere il bando dei pesticidi dannosi per api e altri impollinatori, l’estensione del bando europeo ai neonicotinoidi e investimenti in pratiche agricole sostenibili. Leggi la sintesi del rapporto “Rischi ambientali degli insetticidi neonicotinoidi”
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Stop diesel a Roma, Greenpeace: «decisione molto positiva, sia d'esempio alle altre città italiane» (mar, 27 feb 2018)
Nel giorno in cui la Corte Federale tedesca conferma che le città della Germania possono decidere in piena autonomia di vietare la circolazione dei veicoli diesel sui loro territori, il sindaco di Roma Virginia Raggi annuncia che dal 2024 il centro della Capitale sarà off limits per i veicoli diesel privati. «Quello della Raggi è un annuncio che risponde positivamente alla campagna che Greenpeace sta portando avanti da mesi, rivolta proprio al governo capitolino, oltre che a Milano, Torino e Palermo», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace Italia. «Abbiamo chiesto un segnale chiaro, una data di scadenza per la tecnologia motoristica più inquinante e nociva per l'ambiente e la salute, che servisse prima di tutto a orientare il mercato. Questo segnale è arrivato e speriamo dissuada fin d'ora i cittadini romani dal comprare ancora auto diesel; così come speriamo misure analoghe vengano presto adottate da tutte le altre città italiane». Sono già molte le città europee che si stanno mobilitando per fermare presto i veicoli più inquinanti: un elenco oramai lungo che include Atene, Madrid, Parigi, Copenaghen, Stoccarda, Oslo e altre ancora. Greenpeace ritiene che quella lanciata dalla giunta Raggi sia una sfida positiva, che deve essere raccolta anche da altre città italiane. «Ora ci attendiamo che da qui al 2024 si adottino misure progressive di restrizione della circolazione dei diesel, per non consegnare a una data sul calendario i buoni propositi, per dimostrare invece un impegno concreto, da subito», conclude Boraschi.
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Dai leader politici finalmente un chiaro segnale di attenzione all’ambiente. O no? (ven, 23 feb 2018)
Circolano sui social network le immagini elettorali di sette tra i principali leader politici, con messaggi che appaiono davvero molto ambientalisti. Purtroppo non è un cambiamento di rotta, ma una campagna di comunicazione di Greenpeace, com’è chiaro dal disclaimer: “questa è una fake news”. “L’ambiente non compare tra i temi di cui dibattono i candidati alle prossime elezioni politiche in Italia, eppure è un tema cruciale. La qualità dell'aria nelle nostre città è tra le peggiori d'Europa e gli effetti dei cambiamenti climatici sono già evidenti. Le politiche energetiche degli ultimi anni hanno soffocato lo sviluppo delle rinnovabili che in Italia devono invece tornare a crescere. Senza misure coerenti di riduzione drastica delle emissioni di gas serra e di adattamento e mitigazione siamo tutti esposti a rischi gravissimi” dichiara Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia. Greenpeace ha scelto i volti di Berlusconi, Bonino, Di Maio, Grasso, Meloni, Renzi e Salvini per far dire loro alcune delle cose che non sentiremo in questa campagna elettorale. Eccole.   Berlusconi promette di raddoppiare le rinnovabili in tre anni. Non è vero che l’Italia è ai primi posti in Europa per le fonti rinnovabili e che ha già raggiunto gli obiettivi europei fissati per il 2020. È solo un trucco statistico: negli ultimi anni l’Italia ha il record della peggior performance nello sviluppo delle rinnovabili e ha aumentato la quota di energia prodotta da fossili.   Bonino promette di opporsi a trattati come Ttip e Ceta. Abbiamo scarse possibilità di sentire in campagna elettorale impegni chiari contro la ratifica di accordi commerciali come il TTIP e CETA, che minano i nostri standard sulla sicurezza degli alimenti e la qualità delle produzioni agricole.    Di Maio si batte per lo stop ai diesel entro il 2021. La qualità dell'aria nelle nostre città è tra le peggiori d'Europa (oltre 90.000 morti premature/anno): bisognerebbe eliminare presto i diesel e ogni tipo di motore a combustibile fossile entro il 2021.   Grasso promette che l’Italia non diventerà il gasdotto d’Europa. La nostra Strategia Energetica Nazionale (SEN) prevede di fare dell’Italia un hub del gas, che dovrebbe essere usato anche per i trasporti terrestri. Almeno l’80 per cento di questo gas verrebbe dall’estero, alla faccia dell’indipendenza energetica.   Meloni vuole vietare la plastica usa e getta. Siamo nel Mediterraneo, il Paese con la maggior produzione pro-capite di rifiuti di plastica (2,3 kg a persona/giorno, secondo l’UNEP). A parte iniziative spot, non esiste nessuna strategia che mira a diminuire la produzione di rifiuti di plastica. Riciclare di più è importante, ma non basterà mai!   Renzi dice che avremmo dovuto votare sì al referendum sulle trivelle due anni fa. Il mancato raggiungimento del quorum ha lasciato libertà di azione alle trivelle petrolifere nei nostri mari e lanciato un pessimo segnale, con un governo che ha incitato i cittadini a disinteressarsi di ambiente e energia.   Salvini chiede acqua pulita, non come quella contaminata bevuta in Veneto per anni. Sono da 350 a 800.000 i cittadini del Veneto minacciati dall’inquinamento da PFAS. Solo da poco, e grazie alle pressioni dei cittadini e delle associazioni, si sono ridotti i limiti di queste pericolose sostanze nelle acque potabili e ancora non esiste nessun inventario pubblico delle fonti dell’inquinamento.
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Re:Common e Greenpeace: Generali continuerà ad assicurare il carbone? (gio, 22 feb 2018)
A seguito della approvazione odierna da parte del Cda di Assicurazioni Generali della strategia sul cambiamento climatico, Re:Common e Greenpeace Italia esprimono perplessità circa i contenuti della stessa, pur rimanendo aperte a conoscerne i dettagli. “La policy approvata questa mattina è vaga nei contenuti, e non sembra portare ad alcun cambiamento da parte di Generali nelle proprie attività di copertura assicurativa per centrali, miniere e infrastrutture legate al carbone – dichiara Luca Iacoboni, responsabile campagna Clima e Energia di Greenpeace Italia – Generali oggi fornisce copertura assicurativa ad alcuni dei più inquinanti impianti d’Europa e, a quanto appare, continuerà a farlo. Sul tema del disinvestimento ci sono delle potenzialità nella strategia, ma molto dipenderà da come verrà applicata la "clausola delle eccezioni" prevista nel testo”. Le associazioni offrono inoltre una valutazione negativa comparando la policy di Generali a quella di altri grandi compagnie assicurative, come ad esempio Axa. “Sebbene alcuni dettagli rimangano ancora da chiarire, la policy annunciata da Generali risulta molto debole, soprattutto in confronto a quella approvata da Axa lo scorso dicembre. Ci sembra illogico, oltre che sbagliato, continuare ad assicurare miniere e centrali di società dalle quale Generali vuole disinvestire” spiega Alessandro Runci di Re:Common. Greenpeace e Re:Common hanno pubblicato nei giorni scorsi un rapporto, in collaborazione con la rete Unfriend Coal, proprio sugli investimenti e le coperture assicurative fornite da Generali alle attività legate al carbone in Polonia, che risultano essere tra le più inquinanti d’Europa.
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Greenpeace: «bene voto commissione energia del Parlamento Europeo contro sovvenzioni a carbone, gas e centrali nucleari» (mer, 21 feb 2018)
La commissione energia del Parlamento europeo, durante le votazioni sulla riforma del mercato energetico, ha proposto alcune restrizioni alle controverse sovvenzioni per le grandi aziende energetiche. In particolare il cosiddetto “capacity mechanism” - sussidi alle centrali fossili per rimanere in standby – sarà consentito solo come "ultima risorsa" e rigorosamente regolamentato. «Oggi il buon senso ha vinto sulla lobby fossile. Mentre molti governi stanno cercando di sostenere con enormi sussidi le compagnie energetiche obsolete e ormai al fallimento, il Parlamento europeo riconosce l’importanza delle rinnovabili affermando che il denaro dei contribuenti non può più essere speso per vecchie e inquinanti centrali a carbone, gas o nucleare», dichiarato Luca Iacoboni, responsabile energia e clima di Greenpeace Italia. «La riforma energetica in discussione a Bruxelles deve rappresentare un investimento per il futuro dei cittadini: quelli che lo desiderano, e sono milioni, devono poter produrre la propria energia». Riguardo al capacity mechanism, il voto odierno sostiene la proposta della Commissione Europea di fermare entro il 2025 gli incentivi alle centrali in stand-by che emettono oltre 550 g di anidride carbonica per kilowattora. In generale, se confermata al termine dei negoziati, la decisione odierna imporrebbe ai Paesi come l’Italia che già prevedono l’adozione di questo sistema, di rivedere i propri piani di incentivi alle fonti fossili. La commissione parlamentare ha richiesto infatti una valutazione a livello europeo della domanda e dell'offerta di energia: in caso di problemi legati alla sicurezza energetica i Paesi dovranno ricorrere in prima battuta ad un aumento dell’utilizzo di energie rinnovabili, efficienza energetica e interconnessioni. La commissione energia del Parlamento Europeo ha sostenuto anche un’altra proposta della Commissione europea, rigettata invece dal Consiglio degli Stati Membri, che mira a favorire i cittadini che vogliono produrre in casa la propria energia. Si prevede infatti la priorità di dispacciamento per l’energia prodotta da piccoli impianti rinnovabili, che avranno la precedenza in rete rispetto a quella prodotta da carbone o nucleare. Il voto odierno è solamente un passaggio all’interno dei negoziati che riguardano il cosiddetto “Winter package”, un insieme di misure che deciderà il futuro energetico dei cittadini europei fino al 2030. Dopo la positiva posizione espressa oggi dalla commissione energia, inizierà nelle prossime settimane il “trilogo”, un negoziato tra Consiglio, Commissione e Parlamento Europeo che dovrebbe portare all’approvazione finale del provvedimento entro l’anno.
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Smog, Greenpeace italia e ClientEarth diffidano la Regione: "Nel Lazio è emergenza sanitaria: 60 giorni per adeguare piano qualità dell'aria" (lun, 19 feb 2018)
Greenpeace Italia e ClientEarth hanno notificato questa mattina una lettera di diffida alla Regione Lazio con la richiesta di adottare un "Piano di Risanamento per la Qualità dell'Aria" che individui le misure necessarie a riportare i livelli di inquinamento atmosferico nel Lazio al di sotto dei valori di legge nel più breve tempo possibile. Il ripetuto sforamento, anno dopo anno, dei livelli di inquinamento relativi a sostanze come il biossido d’azoto (NO2) e le polveri sottili (PM10) ha consolidato una crisi ambientale e sanitaria, nel Lazio, che richiede provvedimenti della massima urgenza. La Regione Lazio, per contro, segue ancora oggi un piano per la qualità dell’aria obsoleto, adottato oltre otto anni fa sulla base di una normativa vecchia, del 1999, e che è assolutamente carente e inadeguato alla luce delle disposizioni più stringenti previste dalla normativa corrente. Dal 2010, anno di recepimento della direttiva europea più aggiornata, in caso di sforamento dei limiti di legge per le concentrazioni di inquinanti, la legge impone alle Regioni di includere nei loro piani “misure appropriate affinché il periodo di superamento sia il più breve possibile”. A tal fine, le Regioni devono adottare un “Piano di Risanamento per la Qualità dell’aria”, in cui siano individuati i provvedimenti da adottare per ricondurre l’inquinamento atmosferico entro i limiti di legge, sia definito un calendario di interventi e siano valutati gli impatti e miglioramenti attesi. Tutti questi elementi, qualificanti del dettato normativo in vigore, sono assenti nel Piano attuale della Regione Lazio, facendone uno strumento del tutto inefficace. Le omissioni delle istituzioni hanno, purtroppo, conseguenze gravi per la qualità dell’aria e la salute dei cittadini nel Lazio, con livelli di inquinanti costantemente fuorilegge. A sette anni dalla data di entrata in vigore dei valori massimi di concentrazione annuale di NO2, a Roma le soglie legali sono superate anche del 50%. La serie storica dei rilevamenti di ARPA Lazio rivela che la capitale ha livelli di inquinamento da NO2 minori, di pochissimo, solo a quelli di Torino, e spesso più alti di quelli di Milano. Non va meglio con il PM10 nel frusinate, e in particolare nella Valle del Sacco: in dodici anni di vita della normativa su questo inquinante, i valori limite giornalieri sono stati superati puntualmente, anno dopo anno, fin quasi tre volte il numero consentito (fino a 93 giorni di sforamento nel 2017). Insomma, una “piccola Pianura Padana” nel centro Italia e una qualità dell’aria tra le peggiori in Europa. “Mentre l’Italia è sotto procedura d’infrazione in Europa, a un passo dal deferimento alla Corte di Giustizia per la sua inazione contro l’inquinamento atmosferico, la Regione Lazio manca persino di tenersi al passo con la legge; e abbandona la Capitale e ampie porzioni del suo territorio a una situazione ambientale gravissima, con conseguenze sanitarie per la popolazione inaccettabili. Chiediamo a chiunque si candidi a governare la Regione di approntare presto un nuovo Piano di Risanamento per la Qualità dell’Aria e chiediamo sia un impegno comune a tutti i candidati, per recuperare quanto sin qui colpevolmente non è stato fatto”, ha dichiarato Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace Italia. “Quello del Lazio è un record negativo: a più di 7 anni dall’entrata in vigore della Direttiva sulla qualità dell’aria, la Regione deve ancora adottare un vero piano con misure efficaci. È la prima volta che in Europa ci troviamo di fronte a un’inerzia così grave. A farne le spese, purtroppo, sono le migliaia di cittadini costretti a respirare ogni giorno livelli di inquinamento fuorilegge e a subire impatti gravissimi sulla loro salute. Non possono esserci scuse. Se la Regione non si attiverà tempestivamente per adottare il Piano di Qualità dell’Aria, non esiteremo a rivolgerci ai giudici per proteggere il diritto di tutti a respirare un’aria pura, come abbiamo già fatto con successo in tante altre città d’Europa”, ha dichiarato Ugo Taddei, avvocato responsabile del progetto Clean air di ClientEarth. La Regione Lazio ha ora un massimo di 60 giorni per mettere mano al Piano per la Qualità dell’aria e introdurre misure efficaci ed idonee ad assicurare, al più presto, il rispetto dei valori limite previsti dalla normativa vigente. In caso di ulteriore inerzia, Greenpeace Italia e ClientEarth non esiteranno a rivolgersi al T.A.R. del Lazio. Un’azione simile contro Regione Lombardia ha già dato risultati lo scorso anno. Il ricorso al TAR della Lombardia, fatto da Cittadini per l’Aria Onlus con il sostegno di ClientEarth nel febbraio 2017, ha spinto la Giunta regionale a dare il via in aprile all’aggiornamento del PRIA, il Piano Regionale degli Interventi per la qualità dell’Aria. Greenpeace e ClientEarth ricordano che secondo l’ultimo report dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA), a livello europeo, l’Italia è il Paese con il più alto numero assoluto di morti premature stimate in relazione al NO2, con oltre 17 mila casi. A preoccupare, oltre ai valori assoluti, è l’incidenza sanitaria media di questo inquinante – tipico delle emissioni dei motori diesel - sulla popolazione, che mostra valori quasi doppi (0,28 casi ogni 1000 abitanti) rispetto alla media Ue.
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Smog, Greenpeace: «risposta non soddisfacente da comune di Palermo, agire subito su inquinamento da NO2» (ven, 16 feb 2018)
Greenpeace ritiene fuorviante e insoddisfacente la nota diffusa ieri dal Comune di Palermo, riguardante le misure che l'amministrazione intende adottare in risposta ai problemi di inquinamento atmosferico segnalati dall'associazione. «L'inquinante che abbiamo monitorato, e rispetto al quale abbiamo chiesto al sindaco Orlando urgenti provvedimenti, non è il PM10 cui si riferisce la nota del Comune, ma il biossido di azoto (NO2), un gas tipico delle emissioni dei motori diesel, responsabile in Italia del maggior numero di morti premature in Europa: oltre 17 mila l'anno», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace. «Ne abbiamo misurato le concentrazioni nei pressi delle scuole primarie e dell'infanzia perché gli effetti patogeni di quel gas sono maggiori sulla popolazione minorile, come documentato ampiamente dalla letteratura scientifica». I rilevamenti effettuati da Greenpeace rendono risultati in linea con i monitoraggi di lungo periodo di Arpa, che segnalano come Palermo, tra le città più popolose in Italia, mostri negli ultimi anni concentrazioni di NO2 inferiori solo a quelle di Torino, Roma e Milano e, dal 2008 al 2016, costantemente sopra il limite di legge di concentrazione media annua. L’organizzazione ambientalista ricorda che il biossido di azoto è classificato tra le sostanze certamente cancerogene: i suoi effetti patogeni sono principalmente a carico delle vie respiratorie, del sistema sanguigno, delle funzioni cardiache. Una prolungata esposizione a questo gas può causare attacchi cardiaci, ictus, trombi arteriosi o venosi, innalzamento della pressione. È dimostrata la correlazione tra esposizione prolungata ad alte concentrazioni di NO2 e diabete. È particolarmente nocivo sui bambini, causando infezioni alle vie respiratorie, asma, polmoniti, ritardo nello sviluppo del sistema nervoso e dei processi cognitivi, mancato sviluppo polmonare. L’esposizione al NO2 è causa inoltre di nascite precoci e sottopeso; per le donne in gravidanza c'è un maggiore rischio di complicanze. «Chiediamo al sindaco di Palermo Leoluca Orlando di non rimandare la soluzione di questo problema ambientale e sanitario all'avvio - a livello regionale e nazionale - di una "riflessione sulla limitazione alla circolazione dei veicoli più inquinanti"; e di non limitarsi a generiche campagne di sensibilizzazione», continua Boraschi. «Chiediamo provvedimenti urgenti e puntuali per tutelare la salute pubblica. Molte città in Europa stanno programmando un percorso di fuoriuscita dalla mobilità alimentata con le fonti fossili, avendo come primo obiettivo di medio termine il phase out dei veicoli diesel. Palermo dovrebbe seguire questo esempio», conclude.
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Mais OGM? la vera sfida e’ un’agricoltura resiliente ai cambiamenti climatici (gio, 15 feb 2018)
Commentando lo studio scientifico sul mais OGM reso noto oggi, Greenpeace sottolinea come le colture OGM, considerate una panacea per la produzione di cibo, costituiscano in realtà un freno per l'innovazione ecologica in agricoltura. Sottopongono l'agricoltura al controllo e ai brevetti di poche aziende agrochimiche e a rischi imprevedibili, a danno della biodiversità e del nostro made in Italy. “La maggioranza delle colture OGM ha come caratteristica principale la resistenza agli erbicidi o a determinati parassiti, ma la vera sfida per l’agricoltura del futuro è la capacità di adattarsi a un clima che cambia, svincolandosi dall’uso di sostanze pericolose” dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. “Mentre mancano colture OGM “resilienti” ai cambiamenti climatici, esistono tecniche di selezione molto più all'avanguardia ed efficaci come la Mas (Marker Assisted Selection - Selezione Assistita da Marcatori), che sfrutta la conoscenza del Dna per identificare le caratteristiche migliori delle diverse varietà, per effettuare gli incroci più convenienti, senza le problematiche degli OGM. La Mas sta già avendo brillanti risultati come varietà di frumento resistenti alla siccità e varietà di riso resistenti alle inondazioni, già coltivate dagli agricoltori” prosegue Ferrario. Bisogna investire fondi (pubblici e privati) per una ricerca che serva a sviluppare pratiche e soluzioni sostenibili e l’agroecologia sta già dimostrando il suo potenziale, come riconosciuto anche dai 400 scienziati di fama mondiale, membri dell’International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development (IAASTD), finanziata dall'ONU. La protezione delle colture deve avvenire con un approccio a più livelli: aumentando l’eterogeneità e la diversità dei paesaggi agricoli, tutelando gli habitat degli impollinatori e favorendo i naturali meccanismi di lotta biologica agli infestanti.
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Sei eco-consigli per essere una bomba a San Valentino (mer, 14 feb 2018)
Nel giorno di San Valentino Greenpeace propone sei eco-consigli per “andare in verde”. L’amore per il Pianeta si dimostra anche in queste occasioni e il vecchio “Fate l’amore, non la guerra” è stato rafforzato anche da recenti studi che dimostrano come fare l’amore sia un antidoto contro l’aggressività. Un gruppo di ricercatori del California Institute of Technology (Caltech) di Pasadena ha individuato una correlazione tra le aree cerebrali che governano l’aggressività e quelle che rispondono agli stimoli sessuali. 1. Spegnete le luci. Risparmierete energia ed emissioni di Co2. Se volete vedere il vostro partner, fate l’amore durante il giorno. 2. Cibi afrodisiaci. Via libera a peperoncino, zenzero, mandorle, asparagi, se provenienti da agricoltura biologica: un tête-à-tête con i pesticidi non è molto romantico. Vegetariana, leggera e sostenibile è la cena perfetta per una serata… movimentata. 3. Ostriche e frutti di mare? Saranno pure afrodisiaci, ma filtrano l’acqua e accumulano le sostanze inquinanti. Se scegliamo di consumare pesce o frutti di mare, preferiamo prodotti freschi, di provenienza locale e da pesca artigianale. 4. Lubrificatevi. Dimenticate i lubrificanti a base di combustibili fossili, come la vaselina, e preferite quelli a base di acqua. La lingua è comunque lo strumento migliore 5. Giocate. Evitate i gadget contenenti PVC, la cui produzione è altamente inquinante: meglio oggetti in gomma naturale o cuoio. Può essere divertente inventare dei giochi di ruolo ecologici, interpretando parti diverse e trovando una soluzione erotica a problemi che riguardano l’ambiente. 6. Aiutare il pianeta può essere eccitante: lavarsi assieme nella doccia fa risparmiare acqua e assicura un lavaggio più profondo delle zone intime.
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Generali investe nel carbone polacco e alimenta i cambiamenti climatici (gio, 08 feb 2018)
Generali, colosso italiano delle assicurazioni, svolge un ruolo di primissimo piano nella copertura assicurativa delle principali centrali a carbone della Polonia, tra cui le più inquinanti di tutta Europa. È quanto rivela “Dirty Business”, report lanciato oggi dalla rete internazionale Unfriend Coal, di cui fanno parte anche Greenpeace e Re:Common. Il rapporto spiega come alcune compagnie assicurative sostengano finanziariamente il comparto carbonifero in Polonia, settore in grande espansione con 10 gigawatt di nuove centrali e 3,2 miliardi di tonnellate di lignite da miniere a cielo aperto. Tra le centrali finanziate da Generali ci sono Kozienice, secondo impianto più grande d'Europa, Turow, che si calcola inquini l'acqua potabile di circa 30mila persone, e Opole, che passerà da circa 1.500 a oltre 3 mila megawatt di capacità e che già emette 5,8 milioni di tonnellate di CO2 l'anno. La centrale di Turow e la centrale di Belchatow sono le più inquinanti di tutta Europa, responsabili di migliaia di morti premature stimate, eppure la compagnia energetica polacca PGE intende costruire nuovi impianti a carbone per una capacità di 5.260 megawatt. Fra il 2016 e il 2017, Generali ha inoltre aumentato il suo portafoglio di investimenti in azioni della polacca PGE e di altre aziende del settore per un totale di 9,7 milioni di euro di investimento. Una mossa in controtendenza rispetto ad altre compagnie assicurative, come Axa, Allianz e Aviva, che invece dal 2015 hanno cominciato a disinvestire dal business del carbone per circa 16 miliardi di euro. «È giunto il momento per il Leone di Trieste di decidere se prendere la leadership nel settore seguendo l’esempio virtuoso di Axa, o se invece rendersi responsabile della peggiore catastrofe sanitaria e climatica associata alla promozione di una fonte energetica così obsoleta come il carbone», ha dichiarato Alessandro Runci di Re:Common. «Assicurazioni Generali sta purtroppo giocando un ruolo da protagonista non solo nel mantenere in vita l’attuale produzione da carbone in Polonia, ma addirittura nella costruzione di nuove e inquinanti centrali», ha dichiarato Luca Iacoboni di Greenpeace Ialia. «Un comportamento inaccettabile che Generali deve interrompere subito, adottando una policy quantomeno in linea con quella di altri colossi del settore come Axa, fermando così i propri investimenti e le polizze assicurative nel settore del carbone», conclude. La rete Unfriend Coal è composta da 350.org, CIEL, ClientEarth, Greenpeace, Market Forces, Rainforest Action Network, Re:Common, The Sierra Club, The Sunrise Project, the UK Tar Sands Network, Urgewald, Waterkeeper Alliance. Leggi il report Dirty business
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Petroliera Sanchi, fuoriuscita potrebbe aver raggiunto un’isola giapponese. Greenpeace: «preoccupati per rischi ambientali e possibile minaccia per salute persone» (ven, 02 feb 2018)
Greenpeace esprime preoccupazione per i rischi ambientali e la potenziale minaccia per la salute sia delle persone che della fauna selvatica dell’Isola di Takarajima, che lo scorso 28 gennaio è stata raggiunta da una marea nera di idrocarburi. È plausibile che si tratti di sostanze sversate in seguito all’affondamento della petroliera Sanchi. «L'isola di Takarajima è indicata, nei modelli elaborati dal National Oceanography Center (NOC), come area ad alto rischio di contaminazione a seguito del disastro della Sanchi. È molto probabile che il petrolio che vediamo nelle immagini fornite da KTS TV e Asahi Shimbun provenga proprio da quella petroliera», dichiara Paul Johnston della Science Unit di Greenpeace International. «Per confermare che queste sostanze provengano dalla Sanchi ci sarebbe bisogno di confrontarle con un campione prelevato dal sito in cui la petroliera è affondata. Sulle coste giapponesi potrebbe essere arrivato olio combustibile emulsionato, oppure un residuo pesante proveniente dal condensato trasportato dalla Sanchi: sarà impossibile stabilirlo finché i test non saranno terminati. In ogni caso, i cetacei e gli uccelli sono ad alto rischio di esposizione, e anche i pesci potrebbero venire contaminati». Secondo Greenpeace è importante intensificare la sorveglianza e i campionamenti per la qualità dell’acqua per valutare la portata dell'incidente e il suo potenziale impatto. Le autorità giapponesi dovrebbero rapidamente attivarsi per tutelare le coste. «Per minimizzare le conseguenze del disastro, gli sforzi dovrebbero essere orientati soprattutto verso l'uso di metodi di recupero meccanici per evitare che il petrolio arrivi sulle coste. L’uso di disperdenti chimici deve essere evitato perché si tratta di sostanze, spesso molto pericolose che vanno usate solo come risorsa estrema», dichiara Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. «La rimozione meccanica è il metodo meno dannoso anche per la pulizia della costa: tutte le persone coinvolte nelle attività di pulizia devono essere inoltre adeguatamente protette dall'esposizione per inalazione e dal contatto cutaneo con gli idrocarburi», conclude Giannì.
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Smog, Greenpeace in azione a Bruxelles: «Vogliamo aria pulita ora» (mar, 30 gen 2018)
Attivisti di Greenpeace sono entrati in azione stamattina a Bruxelles, scoprendo il loro petto e mostrando un lavoro di body art che ritrae i loro polmoni, per chiedere aria pulita e provvedimenti contro lo smog ai Paesi convocati d’urgenza oggi dal Commissario europeo per l’ambiente Karmenu Vella. Nel 2017 la Commissione europea aveva messo in guardia cinque dei Paesi presenti all’incontro – Italia, Francia, Spagna, Germania e Regno Unito – riguardo a un imminente provvedimento della Corte Europea contro le ripetute violazioni degli standard comunitari sulla qualità dell’aria, in vigore dal 2010. Anche Repubblica Ceca, Romania, Ungheria e Slovacchia sono stati convocati oggi a Bruxelles, a causa del mancato rispetto delle leggi europee sulla qualità dell’aria. L’Italia, unico Paese insieme alla Francia, è sotto procedura d’infrazione sia per le concentrazioni di particolato che per quelle di biossido di azoto. «I gas di scarico delle auto uccidono in Europa decine di migliaia di persone. Mentre ci sono delle leggi in vigore per proteggerci, per anni i nostri governi non hanno intrapreso le azioni necessarie a riportare l’inquinamento atmosferico entro i limiti previsti», dichiara Benjamin Stephan della campagna Inquinamento di Greenpeace. «Tutto ciò è criminale e deve essere sanzionato. Ogni giorno di ritardo nell’abbandonare le auto a diesel o benzina in favore di forme di mobilità pulita, porterà ulteriori morti e renderà inevitabili i blocchi delle auto» Come spiega il report di Greenpeace “Ogni respiro è un rischio”, il biossido di azoto - che negli ambienti urbani proviene per il 70-80 per cento dal settore dei trasporti, e in massima parte dai diesel - è classificato tra le sostanze certamente cancerogene. I suoi effetti patogeni sono principalmente a carico delle vie respiratorie, del sistema sanguigno, delle funzioni cardiache. È inoltre particolarmente nocivo sui bambini. «Il nostro auspicio è che l’intervento della Commissione sia effettivamente severo come è stato annunciato. È ora di ripristinare, urgentemente, la piena legalità ambientale a beneficio dei nostri polmoni», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace Italia. «È difficile immaginare con quali credenziali l’Italia cercherà di scongiurare il deferimento alla Corte. Siamo un Paese in cui, mentre i livelli di inquinamento atmosferico sono tra i peggiori in Europa, crescono le vendite di auto diesel, non si investe in mobilità alternativa, si continua a garantire le lobby delle fonti fossili. Sin qui, per trasformare la mobilità, specie quella urbana, in Italia si sta facendo poco più di niente», conclude Boraschi. Greenpeace ricorda che in Italia, tra il 2013 e il 2015, di cinquanta milioni di euro stanziati per avviare la realizzazione di una rete di ricarica per i veicoli elettrici, sono stati infine spesi poco più di seimila euro. I nove Paesi convocati oggi, Italia inclusa, hanno sempre superato i limiti di qualità dell'aria Ue per il biossido di azoto (NO2) dal 2010. La normativa Ue in materia impone agli Stati Membri di limitare l'esposizione dei cittadini agli inquinanti atmosferici nocivi e stabilisce come soglia massima per le concentrazioni medie annue di NO2 i 40 microgrammi per metro cubo (μg/m3), ovvero il valore individuato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per la protezione della salute umana. Secondo l’Agenzia europea dell’Ambiente, in Europa si registrano annualmente 487.600 morti premature a causa dell’inquinamento atmosferico. In Italia l’esposizione a lungo termine al particolato, al biossido di azoto e all’ozono è direttamente legata a oltre 90 mila morti premature l’anno. L’Agenzia Europea dell’Ambiente calcola inoltre che in Europa, ogni anno, circa 75 mila morti premature sono causate dal solo biossido di azoto. All’Italia, in questa triste classifica, spetta il primato assoluto, con circa 17.300 casi di morte prematura e un tasso di incidenza sanitaria doppio rispetto alla media Ue.
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