Comunicati stampa

La Corte del Distretto Nord della California respinge le accuse di Resolute Forest Product contro Greenpeace (mer, 18 ott 2017)
La Corte statunitense del Distretto Nord della California nelle scorse ore ha respinto le accuse che l’azienda canadese Resolute Forest Product aveva mosso, nel maggio 2016, contro le organizzazioni ambientaliste Greenpeace International, Greenpeace USA e Stand.earth e contro singoli attivisti. L’azienda canadese, gigante della produzione di carta e legname, aveva etichettato le suddette organizzazioni come "criminali" in base al RICO (Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act), una norma creata negli anni Settanta per perseguire la mafia. Il giudice distrettuale Jon S. Tigar, nell’ordine con cui ha respinto il caso, ha scritto: "Il discorso degli imputati costituiva l'espressione di opinioni o di diversi punti di vista che costituiscono una parte vitale della nostra democrazia". Ha aggiunto inoltre che "le pubblicazioni di Greenpeace in questione si basano su studi o fatti" e che "l'Accademia, e non il tribunale, è il luogo appropriato per risolvere disaccordi scientifici". «Siamo lieti che il tribunale abbia liquidato questo tentativo di abusare del nostro sistema giuridico e di zittire critiche legittime su questioni di interesse pubblico», dichiara Tom Wetterer, Direttore Affari Legali di Greenpeace USA. «Questa è una notizia molto positiva per tutti noi, per i valori che condividiamo e per la foresta boreale del Canada. Le accuse di Resolute hanno rappresentato un chiaro tentativo di zittire voci in difesa dell'ambiente», conclude. «Per Resolute è giunto il momento di lavorare con le organizzazioni ambientaliste, tra cui Greenpeace, e creare un percorso collaborativo e sostenibile», aggiunge Daniel Brindis, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace USA. «Il Pianeta ha bisogno della foresta boreale e insieme possiamo sviluppare soluzioni sostenibili e a lungo termine, che rispettino i diritti delle Popolazioni Indigene, proteggano le comunità locali e assicurino la sopravvivenza di specie a rischio».
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Glifosato: il ministro della salute conferma a Greenpeace che l’Italia voterà no al rinnovo (mar, 17 ott 2017)
Questa mattina gli attivisti di Greenpeace hanno offerto un simbolico “aperitivo al glifosato” al ministro Beatrice Lorenzin, aprendo uno striscione con la scritta “La salute non è in vendita, Stop glifosato”, di fronte al Ministero della Salute. Nel frattempo due attivisti vestiti con tuta protettiva, maschera antigas ed erogatore di pesticidi a spalla, hanno simulato l’irrorazione con il glifosato dell’ingresso, del piazzale antistante il Ministero e di alcuni alimenti esposti. Durante la manifestazione il ministro della Salute ha raggiunto gli attivisti dichiarando che l’Italia si opporrà al rinnovo dell’autorizzazione al glifosato il prossimo 25 ottobre, quando i Paesi Ue saranno chiamati a votare. «Siamo molto soddisfatti, finalmente la posizione del governo italiano è chiara e inequivocabile. Autorizzare per altri dieci anni una sostanza che sta già inquinando il nostro ambiente ed è classificata come probabilmente cancerogena per l’uomo sarebbe un gesto irresponsabile. Adesso tocca agli altri Paesi europei esprimersi con altrettanta fermezza per tutelare la salute e l’ambiente» dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. Dopo le rivelazioni che stanno emergendo grazie ai cosiddetti “Monsanto Papers” e lo scandalo del “copia-incolla” - ovvero parti del rapporto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) che ha valutato i rischi dell’uso del glifosato sono stati copiati dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione di Monsanto - nessuno può affermare con certezza che il glifosato è sicuro.Greenpeace chiede perciò di istruire un'inchiesta per verificare l’esistenza di eventuali indebite influenze da parte di Monsanto o di altri produttori di glifosato sulle valutazioni che collegano il glifosato con il cancro negli esseri umani. La valutazione in discussione in sede europea riguarda, infine, solo il principio attivo, non le formulazioni che vengono effettivamente commercializzate, per le quali nessuno sta verificando i rischi. Nella sua valutazione del 2015, l’EFSA ha riferito che non è possibile escludere effetti avversi dei formulati a base di glifosato. Eppure si vuole delegare questa valutazione ai singoli Paesi membri, che dovrebbero valutarne il rischio e garantire la sicurezza.   Intanto, 1,3 milioni di europei (più di 70 mila persone in Italia), hanno firmato in meno di cinque mesi, l'Iniziativa dei cittadini europei (ECI) per vietare il glifosato, assicurare che le valutazioni scientifiche dei pesticidi per l'autorizzazione in Ue si basino esclusivamente su studi pubblicati, e per proteggere persone e l'ambiente dai pesticidi tossici. È l'ECI sottoscritta più rapidamente in assoluto da quando l'Ue ha introdotto questo strumento nel 2012, promossa in Italia da una coalizione composta da oltre 45 associazioni.
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Greenpeace Nordic blocca ingressi a stabilimento svedese che mette in pericolo la grande foresta del nord (lun, 16 ott 2017)
Questa mattina quaranta attivisti di Greenpeace Nordic hanno bloccato gli ingressi di Östrand, un importante stabilimento in cui si lavora cellulosa e che rifornisce Essity, principale azienda europea produttrice fazzoletti, carta igienica, asciugatutto e tovaglioli. Gli attivisti, provenienti da sette diversi Paesi, hanno posto un container sulla strada di accesso allo stabilimento, dove i camion consegnano il legname. Sono stati inoltre bloccati i binari che conducono ad Östrand, così come la strada usata per trasportare la cellulosa. È stato infine aperto un grande banner con un messaggio diretto ad Essity: “Non gettare via le foreste”. Östrand, di proprietà dell’azienda SCA, si rifornisce da compagnie di legname che stanno distruggendo aree identificate dalle autorità svedesi come aventi “valori di conservazione ecologica particolarmente elevati”. La protesta pacifica di oggi arriva a pochi giorni di distanza dalla diffusione da parte di Greenpeace International del rapporto “Wiping Away the Boreal”, che rivela come nella filiera di approvvigionamento di Essity ci siano fornitori coinvolti nella distruzione di aree importanti della Grande Foresta del Nord in Svezia, Finlandia e Russia. «È assurdo che Essity permetta che meravigliose aree di foresta vengano distrutte per produrre articoli usa e getta come i fazzoletti. L’azienda deve impedire che i propri fornitori sacrifichino parti fondamentali di foresta boreale», afferma Martina Borghi, responsabile campagna Foreste di Greenpeace Italia. Nelle scorse settimane l’organizzazione ambientalista ha lanciato una petizione online che ha già raggiunto più di 200 mila firme. «Centinaia di migliaia di persone hanno già aderito al nostro appello in difesa della foresta boreale», continua Borghi. «Ora Essity deve ascoltare la voce di queste persone e dei suoi stessi clienti: dobbiamo smettere di abbattere alberi ora, prima che la Grande Foresta del Nord venga fatta a pezzi e perda la sua preziosa biodiversità», conclude. Leggi “Wiping Away the Boreal"
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Le draghe idrauliche – attrezzi da pesca tra i più distruttivi – non possono ottenere il marchio MSC di sostenibilità (ven, 06 ott 2017)
Un rapporto di Greenpeace pubblicato oggi chiarisce gli impatti distruttivi delle draghe idrauliche, un attrezzo di pesca ampiamente utilizzato in Italia e che potrebbe presto ottenere un marchio di sostenibilità ambientale. MSC (Marine Stewardship Council), il marchio internazionale di certificazione dei prodotti ittici sostenibili, ha avviato all’inizio dell’anno un processo di valutazione per la certificazione delle vongole della laguna veneta. “Un marchio di sostenibilità per le draghe idrauliche sarebbe una vera e propria beffa, a danno non solo dei consumatori e dell’ambiente, ma anche di quei pescatori che realmente praticano una pesca sostenibile e che ora potrebbero vedere queste flotte distruttive equiparate alla pesca artigianale” dichiara Serena Maso, campagna Mare di Greenpeace. Le draghe idrauliche (conosciute anche con il nome di vongolare o turbosoffianti) sono attrezzi dotati di strutture rigide che vengono trainate sui fondali. Con potenti getti d’acqua, le draghe idrauliche smuovono i fondali sabbiosi per catturare molluschi, con impatti notevoli anche sugli habitat marini e gli organismi che li popolano. “È vergognoso che MSC possa anche solo prendere in considerazione la possibilità di certificare come artigianale e sostenibile una flotta di pesca che utilizza uno degli attrezzi più devastanti. MSC farebbe bene a spostare la sua attenzione e i suoi sforzi verso altre tipologie di pesca realmente sostenibili, ovvero quelle che operano con un minimo impatto sull’ambiente e con attrezzi artigianali” conclude Maso. Leggi il report “La sostenibilità ambientale delle draghe idrauliche? Non esiste”
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Conferenza "Our Ocean" a Malta, Greenpeace e break free from plastic: «L’inquinamento causato dalla plastica è un mostro che va fermato» (gio, 05 ott 2017)
Un drago di quattro metri per quattro che sputa plastica usa e getta è stato installato oggi alla Conferenza internazionale "Our Ocean 2017" di Malta per denunciare il problema globale dell’inquinamento derivante dalla plastica. Il Movimento Break Free From Plastic (BFFP), di cui Greenpeace fa parte, chiede che i principali responsabili di questo disastro, tra cui le aziende che producono beni di largo consumo come Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, Coca-Cola e PepsiCo, smettano di produrre plastica monouso e che i politici adottino misure legislative efficaci contro l’usa e getta. La Conferenza "Our Ocean 2017" riunisce rappresentanti dei governi, della società civile, del mondo scientifico, della finanza e dell’economia di tutto il mondo, per discutere della protezione degli oceani. Quest'anno il focus di discussione è incentrato sui rifiuti marini. Ogni anno finiscono in mare dalla terraferma fino a 12 milioni di tonnellate di plastica, perlopiù oggetti usa e getta e imballaggi. E il problema non sembra diminuire: si prevede un aumento della produzione ma la gestione dei rifiuti e il riciclaggio non riescono a stare al passo con questo incremento, pertanto sono anche le aziende a dover farsi carico del problema. "Our Ocean 2017" è dunque un'occasione per i Paesi e le aziende di tutto il mondo per iniziare a risolvere il problema alla fonte garantendo ad esempio la graduale eliminazione della plastica monouso piuttosto che concentrarsi solo sulle soluzioni di fine ciclo, come il riciclaggio o lo smaltimento dei rifiuti. Break Free from Plastic e Greenpeace invitano inoltre i cittadini di tutto il mondo ad unirsi a questo movimento e ad attivarsi per contribuire a identificare le principali aziende e i marchi responsabili dell’inquinamento da plastica. A questo scopo a settembre nelle Filippine, grazie al coinvolgimento di tanti volontari, è stata realizzata un’intensa attività di pulizia delle spiagge utilizzando la metodologia del “Brand Audit”, ovvero la verifica e identificazione del marchio presente nei rifiuti recuperati. “Brand Audit” si stanno realizzando anche in Europa, in Croazia, Spagna e Paesi Bassi. I primi risultati suggeriscono che grandi aziende che producono beni di largo consumo quali Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, Colgate-Palmolive, PepsiCo e Coca-Cola, sono tra i principali inquinatori. Tutti i dati e i dettagli della metodologia utilizzata possono essere consultati all'indirizzohttp://plasticpolluters.org/ «La nuova metodologia ideata per la verifica e identificazione dei marchi, testata in diversi Paesi, sta rivelando che i maggiori responsabili dell’inquinamento da plastica sono alcune tra le più grandi aziende del mondo, e sono chiaramente quelle che devono assumersi le responsabilità», dichiara Serena Maso, della campagna mare di Greenpeace Italia. «La produzione e l'utilizzo quotidiano di quantità enormi di plastica monouso è devastante per i nostri oceani. L'unica soluzione è fermare la cattiva abitudine di utilizzare prodotti usa e getta, sviluppando modelli alternativi di fornitura dei prodotti e iniziare ad eliminare gradualmente la plastica usa e getta». Le Istituzioni dell'Ue e gli Stati Membri stanno attualmente rivedendo le normative sui rifiuti ed entro la fine del 2017 la Commissione pubblicherà la Strategia sulla plastica nel Pacchetto sull’Economia Circolare. Secondo Delphine Levi Alvares, coordinatore di BFFP Europa, "questa è un'occasione unica per affrontare alla fonte il problema l'inquinamento marino derivante dalla plastica e contribuire a raggiungere gli obiettivi sullo sviluppo sostenibile. Invitiamo la Commissione europea e gli Stati Membri a concordare un obiettivo vincolante di riduzione dei rifiuti marini a livello comunitario e adottare misure adeguate per ridurre significativamente l'uso della plastica monouso. L’Ue ha messo la prevenzione e la riduzione dei rifiuti al primo posto nella gerarchia di gestione dei rifiuti; la sopravvivenza dei nostri oceani dipende dalla forza con cui quell’impegno sarà trasformato in azione". Greenpeace è parte di Break Free from Plastic, un movimento globale che mira a un futuro libero dall’inquinamento derivante dalla plastica. “Fin dal suo lancio nel settembre 2016, oltre 900 organizzazioni non governative provenienti da tutto il mondo hanno aderito al movimento per richiedere una massiccia riduzione delle plastiche monouso e soluzioni durature alla crisi dell'inquinamento derivante dalla plastica”, afferma Von Hernandez, coordinatore globale di BFFP. Oltre a Greenpeace, i membri di BFFP includono, tra gli altri, Zero Waste Europe, Fondazione Surfrider, Oceana, Story of Stuff, Global Alliance for Incinerator Alternatives (GAIA) e Seas at Risk. Contatti: Felice Moramarco, ufficio stampa, 348.7630682 (A ROMA) Serena Maso, campagna Mare di Greenpeace Italia, 342.6706351 (A MALTA)
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Greenpeace in azione a quartier generale della Tempo, «stop a prodotti di carta che “usano e gettano” la foresta boreale» (mer, 04 ott 2017)
Questa mattina attivisti di Greenpeace Italia sono entrati in azione ad Altopascio (Lucca), presso il quartier generale di Essity, proprietaria di marchi come Tempo e Tena, per chiedere all’azienda di eliminare dalla propria filiera i fornitori coinvolti nella distruzione di aree importanti della Grande Foresta del Nord in Svezia, Finlandia e Russia. Mentre cinque attivisti hanno portato all’ingresso del palazzo di Essity la riproduzione gigante di una confezione di pacchetti di fazzoletti con la scritta “Il peggiore di tutti i TEMPO”, denunciando come l’uso di polpa di cellulosa derivante da foreste ad Alto Valore di Conservazione stia “consumando” la foresta Boreale, altri attivisti hanno trasmesso il rumore della foresta che viene tagliata e aperto un banner con la scritta “La foresta vale più di un fazzoletto”. Nel frattempo a Porcari, a pochi chilometri di distanza, presso uno stabilimento appartenente alla stessa azienda altri cinque attivisti hanno attaccato su bobine giganti di cellulosa degli adesivi con il messaggio “Più foreste, meno fazzoletti” e aperto un banner con la richiesta: “È TEMPO di cambiare – Salviamo la Grande Foresta del Nord”. «Chiediamo a Essity di rivedere la propria politica di approvvigionamento, in modo da contribuire alla protezione della foresta Boreale e dei diritti delle Popolazioni Indigene che la abitano», afferma Martina Borghi, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia. «L'azienda deve aumentare l'uso di fibre riciclate nella sua produzione di fazzoletti, carta igienica, asciugatutto e tovaglioli e comunque non deve usare mai fibre provenienti da foreste ad Alto Valore di Conservazione». Quello del tissue, ovvero di articoli come fazzoletti, carta igienica, asciugatutto e tovaglioli, è un mercato in espansione in Europa. In Italia, nel 2016, il consumo pro capite complessivo di questi prodotti è stato di 9 chilogrammi. «Tutti noi, ogni giorno, possiamo fare qualcosa di concreto per difendere foreste così importanti per il clima e la biodiversità del Pianeta», continua Borghi. «Ad esempio informandoci sull’origine delle materie prime dei prodotti tissue che acquistiamo e preferendo prodotti di carta 100 percento riciclata post consumo e non sbiancata. Inoltre, quando è possibile, è meglio utilizzare prodotti durevoli come tovaglioli e canovacci di stoffa, invece di prodotti monouso», conclude Borghi.   CONTATTI: Ufficio stampa, 06.68136061 Felice Moramarco, ufficio stampa, 348.7630682 Gabriele Salari, ufficio stampa, 342.5532207 Martina Borghi, campagna foreste, 346.3789986
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Greenpeace scrive ai consiglieri del veneto: i nuovi limiti per i PFAS non sono i più bassi al mondo (lun, 02 ott 2017)
Nelle ore che precedono l’adozione da parte della Regione Veneto della delibera che fissa i nuovi limiti ai PFAS, sostanze chimiche inquinanti presenti nelle acque potabili di molti comuni, Greenpeace ha mandato a tutti i consiglieri regionali la comunicazione allegata per spiegare perché non è vero che i nuovi limiti sono i più bassi al mondo. In Veneto il limite di PFOA proposto è di 60 nanogrammi per litro in tutta la Regione e di 40 per la Zona Rossa. Ma in Vermont il limite è di 20 nanogrammi e in New Jersey il valore raccomandato è di 14. Il nuovo limite di 300 nanogrammi per litro per tutti gli altri PFAS - inclusi i composti a catena corta - non è il più basso al mondo. In Svezia il valore complessivo per la somma di 11 PFAS, inclusi PFOA e PFOS, è 90 nanogrammi per litro. “Altri Paesi hanno adottato da tempo limiti più restrittivi, la Regione Veneto ha perso anni. Non perda ora l’occasione di andare fino in fondo” commenta Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace.  http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2017/Inquinamento/Grafica_Pfas.pdf CONTATTI:
 Ufficio stampa, 06.68136061 int. 203 – 348.7630682 Gabriele Salari, ufficio stampa, 342.5532207 Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace, 340.9524775
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“Solar quiz” in tutta Italia: come combattere i cambiamenti climatici con un occhio al risparmio? (sab, 30 set 2017)
I volontari di Greenpeace hanno organizzato oggi attività di sensibilizzazione in 19 città italiane, invitando i cittadini a partecipare a un “solar quiz”, un modo divertente per testare il grado di conoscenza sul mondo dell'energia solare e degli energy citizen, ovvero chi produce in casa almeno parte dell’energia che consuma. I volontari dell’organizzazione ambientalista hanno inoltre distribuito una guida realizzata in collaborazione con Italia Solare, con informazioni pratiche su come diventare proprio un energy citizen. Dal costo dei pannelli al loro smaltimento, dalla possibilità di utilizzare energia di notte a come installare il fotovoltaico in condominio, in questa guida Greenpeace e Italia Solare hanno raccolto soluzioni e risposte a tutte le domande più frequenti sull’energia solare. «Il Pianeta si sta scaldando a ritmi insostenibili, e gli eventi meteorologici estremi sempre più forti e frequenti ce lo ricordano tragicamente, dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Enormi sono le responsabilità di governi e grandi aziende, ma ognuno di noi può e deve fare qualcosa per contribuire a cambiare l’attuale modello energetico, che ci tiene vincolati ad energie inquinati e costose. Ogni cittadino può installare il proprio impianto fotovoltaico, fare efficienza energetica, oppure diventare membro di una cooperativa 100% rinnovabile. L’energia solare, inoltre, non fa bene solamente alla salute del Pianeta, ma conviene anche economicamente, visto che dopo aver ammortizzato l’investimento iniziale è possibile avere energia “gratuita” per almeno 15 anni», conclude Iacoboni. 
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Boosta e Violante Placido per Greenpeace in un evento dedicato a Michelangelo Antonioni (gio, 28 set 2017)
In occasione del 105° anniversario della nascita di Michelangelo Antonioni, BASE Milano (via Bergognone, 34) ospita domani, 29 settembre (ore 22,30), un concerto-evento a cura di Davide Boosta Dileo (fondatore e tastierista dei Subsonica) dal titolo Attraverso il deserto, il Deserto Rosso: una colonna sonora sporca, suonata dal vivo che attraversa le immagini e le voci di un capolavoro mai dimenticato e mai passato di moda. L’evento, organizzato dalla Nazionale Cantanti, devolverà i proventi della serata a Greenpeace Italia e vedrà anche la partecipazione di Violante Placido, che leggerà alcuni brani. Il concerto segna l’apertura di una esposizione, dal titolo “Enrico Appetito per Michelangelo Antonioni sui set 1959-1964”, ospitata sempre da BASE Milano fino all’8 ottobre. A cura di ETICAARTE (con la collaborazione di Istituto LUCE Cinecittà), la mostra fotograficaci porta sui set di due dei più celebri film di Antonioni – L’avventura e Il deserto rosso – attraverso gli occhi del fotografo di scena Enrico Appetito, che ha saputo cogliere momenti e aspetti sconosciuti del suo lavoro e del suo modo di guardare il mondo. Una sezione della mostra ospita una selezione di foto di Greenpeace, che illustrano i quasi 50 anni di storia dell’organizzazione. Sin dalla prima spedizione verso l’isola di Amchitka, per impedire un test atomico americano, Greenpeace ha sempre affidato ai suoi fotografi il compito di documentare i crimini verso il pianeta, e le battaglie per difenderlo: «Le foto che esponiamo sono in dialogo con gli scatti di Enrico Appetito. Un omaggio a un maestro, Michelangelo Antonioni, che è stato uno dei primi a illustrare nelle sue pellicole il tema del degrado ambientale nella Rivoluzione industriale» afferma Andrea Pinchera, direttore Comunicazione e Raccolta Fondi di Greenpeace Italia.  L’evento è pubblico, il costo del biglietto è di euro 5.  CONTATTI:
 Ufficio stampa, 06.68136061 int. 203  Gabriele Salari, ufficio stampa, 342.5532207
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Fazzoletti e altri prodotti di carta usa e getta consumano la foresta boreale. In Italia uso pro capite 9 chilogrammi all’anno (mer, 27 set 2017)
Importanti aree della Grande Foresta del Nord, in Svezia, Finlandia e Russia, vengono distrutte per ricavare polpa di cellulosa usata per produrre fazzoletti, carta igienica, asciugatutto e tovaglioli da Essity, il principale produttore di questi articoli in Europa, secondo nel settore a livello mondiale. Come dimostra “Wiping out the boreal”, rapporto lanciato oggi da Greenpeace International, è spesso da questi alberi che vengono ricavati i prodotti di marchi come Tempo, Lotus, Cushelle, Colhogar ed Edet. «È sconvolgente pensare che alberi che hanno svettato per decenni, o addirittura per secoli, vengano abbattuti per produrre fazzoletti o asciugatutto che verranno utilizzati per qualche secondo e poi gettati via», dichiara Martina Borghi, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia. «Non possiamo permettere che foreste ad Alto Valore di Conservazione, incluse le foreste vergini, vengano rase al suolo per produrre prodotti monouso». La Grande Foresta del Nord, ovvero l'ecosistema forestale boreale, rappresenta quasi un terzo delle foreste rimaste sulla Terra. Le vaste torbiere e il permafrost che la caratterizzano ne fanno il più grande deposito di carbonio tra gli ecosistemi terrestri del nostro Pianeta, rendendo questa foresta indispensabile nella lotta contro i cambiamenti climatici. Eppure solo il 3 percento della sua estensione è protetto. All’inizio di quest’anno, in seguito ad un riassetto societario, il Gruppo SCA è stato diviso in due aziende indipendenti: SCA, che lavora nel settore forestale, ed Essity, specializzata nel tissue, ovvero fazzoletti, carta igienica, asciugatutto e tovaglioli. Il report di Greenpeace International mostra come Essity acquisti da SCA della polpa di cellulosa derivante proprio da aree di foresta boreale ad Alto Valore di Conservazione, incluse le foreste vergini. Queste zone sono l’habitat di specie minacciate, come il lupo grigio e la lince. Inoltre, SCA sostituisce gli alberi che taglia con piantagioni di pino contorto (Pinus contorta), specie arborea non autoctona, che alterano l’ecosistema forestale e rendono difficoltoso l’approvvigionamento di cibo per le renne, e la vita del popolo Sami, la cui sussistenza è basata soprattutto sul pascolo di questi animali. Quello del tissue è un mercato in espansione in Europa. In Italia, nel 2016, il consumo pro capite complessivo di fazzoletti, carta igienica, asciugatutto e tovaglioli è stato di 9 chilogrammi all’anno. «Essity è tra i leader nella produzione di tissue e deve assumere la leadership anche nella lotta per salvare la Grande Foresta del Nord», continua Borghi. «Chiediamo quindi ad Essity di eliminare dalla propria filiera i fornitori coinvolti nella distruzione di aree importanti della “corona verde” del nostro Pianeta, assicurando in questo modo anche il rispetto dei diritti dei Popoli Indigeni», conclude Borghi.   Leggi “Wiping out the boreal”   CONTATTI: Ufficio stampa Greenpeace Italia, 06.68136061, int.133/123 Felice Moramarco, ufficio stampa, 348.7630682 Martina Borghi, campagna foreste, 346.3789986
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PFAS, Greenpeace: «Positivo l’impegno della regione per la riduzione dei limiti nelle acque potabili, ma in Svezia sono più bassi» (lun, 25 set 2017)
Commentando l’annuncio del presidente del Veneto Luca Zaia sulla riduzione dei limiti di PFAS nell’acqua potabile - che secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente saranno portati a 90 nanogrammi per litro per la somma dei due composti a catena lunga PFOA e PFOS, e 300 nanogrammi per litro per tutti gli altri PFAS - Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace Italia, dichiara: «La Regione Veneto, seppur con ritardo, accoglie finalmente gli appelli di migliaia di cittadini che hanno firmato la nostra petizione Stop PFAS in Veneto. Diversamente da quanto asserito dal presidente, però, i limiti non sono i più bassi in Europa, tant’è che in Svezia sono pari a 90 nanogrammi per litro per tutti i PFAS, sia a catena corta che a catena lunga, mentre in Veneto, una volta in vigore il nuovo provvedimento, saranno pari a 390». Sei mesi fa Greenpeace lanciò una petizione per chiedere alla Regione Veneto due cose: abbassare i livelli di sicurezza di PFAS nell’acqua potabile, adeguandoli con i valori più restrittivi vigenti in altri Paesi europei come la Svezia; censire e bloccare tutte le fonti di inquinamento da PFAS. «Tutti i provvedimenti sull’acqua potabile saranno vani se non si procederà nel più breve tempo possibile a bonificare l’area inquinata e fermare le emissioni industriali di queste sostanze» conclude Ungherese. CONTATTI:
 Ufficio stampa, 06.68136061 int. 203 – 348.7630682 Gabriele Salari, ufficio stampa, 342.5532207 Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace, 340.9524775
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Emergenza PFAS in veneto, chi inquina paga vale anche per Miteni? (ven, 22 set 2017)
Chi paga per l’inquinamento da Pfas in Veneto? È questo uno degli interrogativi principali a cui cerca di dare una risposta il nuovo rapporto di Greenpeace presentato oggi a Venezia presso la Sala San Leonardo, “Emergenza Pfas in Veneto, chi inquina paga?”. Elaborato dall'istituto di ricerca indipendente olandese SOMO in collaborazione con Merian Research (Berlino), il rapporto tenta di fare luce sull’assetto societario di Miteni, l’azienda chimica di Trissino ritenuta dalle autorità locali la fonte principale dell’inquinamento da PFAS (sostanze perfluoroalchiliche) in una vasta area del Veneto. Alcuni dirigenti della presente e della passata gestione di Miteni risultano indagati, dalla Procura di Vicenza, per reati ambientali. Nel caso venissero confermate le ipotesi di reato a carico di Miteni, l’azienda dovrebbe coprire i costi delle bonifiche e altre richieste di risarcimento. Tuttavia, dall’indagine di SOMO emerge che Miteni ha chiuso i suoi bilanci in passivo negli ultimi 10 anni e che il collegio sindacale dell’azienda, nell’ultimo bilancio, ha invitato la proprietà a una ricapitalizzazione per non compromettere la continuità aziendale. Dal 2009, Miteni fa parte del gruppo ICIG a sua volta controllato dalla holding lussemburghese ICI SE (International Chemical Investors), che, a fine 2016, aveva in cassa più di 238 milioni di euro. Sempre guardando al bilancio 2016, le risorse finanziarie con cui invece Miteni potrebbe far fronte ad eventuali risarcimenti erano pari ad appena 6,5 milioni di euro. Una cifra modesta se paragonata con i soli costi per il rifacimento degli acquedotti che la Regione Veneto stima in 200 milioni di euro. “I dati pubblicati oggi indicano che Miteni versa in una situazione finanziaria estremamente difficile. La domanda che si fanno i cittadini e che si è fatta anche Greenpeace è: chi paga?” commenta Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace. “Pare escluso che Miteni, se condannata, possa risanare questo territorio e risarcire i suoi cittadini per i danni sanitari e ambientali di un inquinamento che coinvolge più di 350 mila persone. Uno dei cardini dell’ordinamento giuridico italiano ed europeo– chi inquina paga – verrebbe così eluso”. L’attuale proprietà Miteni ha più volte sostenuto di non essere responsabile dell’inquinamento, riconducendolo alle precedenti gestioni, e di non essere a conoscenza dei gravi rischi ambientali connessi al sito di Trissino prima di procedere all'acquisto. Tuttavia la vendita della società da parte di Mitsubishi ad ICIG per solo 1 euro, a fronte di un valore superiore ai 33 milioni, e la continuità di cariche di Brian Anthony McGlynn nelle due gestioni, pongono dei seri interrogativi sulla possibilità che l’attuale proprietà non sapesse della contaminazione. Inoltre nel bilancio 2009, già durante la gestione ICIG, Miteni fa riferimento all'implementazione di una barriera idraulica, peraltro attiva sin dal 2005, "secondo i programmi concordati con le autorità locali". La barriera idraulica è una delle tecniche di bonifica più comuni in siti inquinati dove la contaminazione può interessare direttamente le falde acquifere. Per quale ragione Miteni avrebbe realizzato nel 2005 un’opera così importante? Sulla base di quali dati ambientali le autorità locali hanno chiesto a Miteni di migliorare la barriera idraulica già attiva dal 2005? Eppure varie autorità locali sostengono di essere state informate del “rischio PFAS” solo nel 2013. In attesa che l’inchiesta giudiziaria faccia il proprio corso, Greenpeace chiede alla Regione Veneto di censire e bloccare tutte le fonti di inquinamento da PFAS, sostanze chimiche pericolose per l’ambiente e per l’uomo, e di adottare livelli di sicurezza di PFAS nell’acqua potabile in linea con i valori più restrittivi vigenti in altri Paesi.   Leggi il rapporto “Emergenza Pfas in Veneto, chi inquina paga?” Leggi il rapporto completo di SOMO   Contatti: Ufficio Stampa, 06.68136061 Gabriele Salari (a Venezia) 342.5532207 Felice Moramarco (a Roma) 348.7630682 Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace, 340.952477
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Entra in vigore il CETA, Greenpeace: «Mette a rischio gli standard Ue per alimenti e agricoltura» (gio, 21 set 2017)
Parte oggi la fase di applicazione provvisoria del CETA, accordo commerciale tra Unione europea e Canada. Per ricordare quali rischi questo trattato arrecherà agli standard europei in fatto di ambiente, benessere degli animali e sicurezza del cibo, Greenpeace e l’Institute for Agriculture and Trade Policy (IATP) pubblicano tre nuovi briefing che evidenziano le principali preoccupazioni per il settore alimentare e l'agricoltura. Il CETA darà alle aziende del Nord America diversi strumenti per indebolire gli standard europei su ormoni della crescita, OGM, “lavaggio” della carne con sostanze chimiche, clonazione animale. A rischio anche le nostre regole sull’indicazione del Paese d’origine in etichetta (Country of Origin Labelling - COOL). «Il Canada ha standard di sicurezza sul cibo più deboli e un settore agricolo molto più dipendente da sostanze chimiche e OGM rispetto all’Unione europea», dichiara Federica Ferrario, responsabile della campagna Agricoltura sostenibile e Progetti speciali di Greenpeace Italia. «Questo accordo dà alle grandi aziende nord americane dell’agro-business nuovi strumenti per attaccare gli standard europei, per questo gli Stati Membri devono rigettare il CETA, a cominciare dal nostro Paese che altrimenti agirebbe a tutto svantaggio del nostro tanto invidiato Made in Italy».  L’applicazione provvisoria del CETA implica che da oggi oltre il 90 percento del trattato entra in vigore, nonostante manchi il via libera dei singoli Parlamenti nazionali e regionali degli Stati Membri dell’Ue. Tra le misure in vigore già da oggi ci sono l’abbassamento dei dazi, l’aumento del volume di commerci e soprattutto l’avvio della cosiddetta “cooperazione normativa” che darà alle multinazionali un corridoio di accesso privilegiato ai decisori politici. I Parlamenti di molti Paesi membri stanno discutendo sulle implicazioni del CETA e il Belgio, lo scorso 6 settembre, ha ufficialmente richiesto alla Corte di Giustizia europea un parere in merito al sistema di risoluzione delle controversie per la protezione degli investimenti (Investment Court System - ICS) previsto dall’accordo.  Se il CETA entrerà in vigore con il proposto sistema ICS di protezione degli investimenti, le grandi corporation nord americane dell’industria conserviera delle carni potranno denunciare a una corte arbitrale internazionale l’Ue e gli Stati Membri per i tentativi di espandere le norme sull’etichettatura di origine dei prodotti. Discorso simile per la pasta e la volontà dell’Italia di introdurre la relativa etichettatura d’origine. Il Canada esporta grandi quantità di frumento in Italia, poi trasformato in pasta. Con l'entrata in vigore del CETA, iniziative come questa potrebbero essere passibili di condanne e pesanti sanzioni. Analoghi problemi si prospettano sul fronte OGM. Ad esempio, nel 2016 le autorità canadesi hanno autorizzato il commercio del salmone OGM e circa 4,5 tonnellate di filetti di salmone OGM sono state già vendute in Canada senza nessuna etichettatura. Il CETA moltiplicherà le esportazioni di questo prodotto dal Canada all’Ue, abbassando le tariffe ed espandendone la quota di mercato. Considerata l’assenza di un sistema di etichettatura e tracciabilità in Canada, potrebbe diventare davvero complicato evitare l’immissione sul mercato europeo di salmoni OGM.  Leggi la sintesi in italiano Leggi i briefing in inglese Leggi ”I dieci principi di Greenpeace per gli accordi sul commercio”   CONTATTI: Ufficio stampa, 06.68136061, int. 123 – 133 - 239 Felice Moramarco, ufficio stampa Greenpeace Italia, 348.7630682 Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia, 348.3988616
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Serve una moda slow, il riciclo dei vestiti è una chimera (lun, 18 set 2017)
All’apertura della Settimana della moda di Milano, Greenpeace ha pubblicato oggi il nuovo rapporto “Fashion at the crossroads”, che raccoglie quasi 400 esempi di alternative al modello corrente di industria della moda, che consuma troppe risorse. Per la prima volta viene presentata una rassegna di soluzioni già praticate che, messe insieme in un quadro coerente, aiutano a disegnare scenari più sostenibili. Per presentare il rapporto, Greenpeace ha organizzato presso Frigoriferi Milanesi un dibattito con rappresentanti di piccole e medie imprese europee che stanno intraprendendo un percorso verso la moda slow, un modello che non comporta compromessi di natura etica, sociale o ambientale e si allontana dal fast fashion e dal consumo eccessivo di capi d’abbigliamento che hanno un impatto ambientale non sostenibile. “L’economia circolare è sulla bocca di tutti, ma dietro questa bella etichetta si nasconde il sogno impossibile dell’industria che la circolarità possa risolvere il problema di un consumo eccessivo di risorse. In ogni caso dobbiamo consumare meno perché il riciclo al 100 per cento è una chimera!” afferma Chiara Campione, Senior Corporate Strategist di Greenpeace Italia. Da sei anni Greenpeace porta avanti la campagna Detox per l’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose dal tessile. Finora hanno aderito 80 marchi internazionali – tra i quali più di 50 realtà tessili italiane - che rappresentano il 15 per cento della produzione tessile globale in termini di fatturato. L’associazione sostiene che questo importante risultato rischia di essere rovinato da una “economia circolare” ancora immatura in cui la produzione tessile globale continua a crescere esponenzialmente e il riciclo avviene prima di aver eliminato le sostanze chimiche pericolose. “Il nostro scopo è fornire una risposta critica all’economia circolare così come propagandata dai grandi marchi della moda. Il Pulse report, recentemente presentato al Copenhagen Fashion Summit, prefigura un futuro “circolare” nel quale il settore sarà ancora più dipendente dall’inquinante poliestere, senza affrontare il nodo del consumo eccessivo di capi d’abbigliamento e del conseguente calo della loro qualità e durata” spiega Campione. Oggi Greenpeace, a Milano, ha offerto il podio ad alcuni pionieri di una nuova visione slow della moda, in cui si cercano modelli alternativi di business, si interviene per ridurre l’impatto della produzione tessile, aumentare la longevità dei prodotti, il loro riciclo e una nuova vita per i prodotti. È anche ora che venga adottata una normativa sulla responsabilità delle aziende che preveda il ritiro obbligatorio dei prodotti a fine vita, per evitare che finiscano in discarica o all’inceneritore, e che premi chi si impegna sul fronte della riduzione dell’impatto ambientale del prodotto.   Leggi il briefing (in italiano)   Leggi il rapporto integrale (in inglese)   CONTATTI: Gabriele Salari, ufficio stampa, a MILANO, 342.5532207  Felice Moramarco, ufficio stampa, 348.7630682 Chiara Campione, Senior Corporate Strategist, a MILANO, 347.0100310
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Glifosato, valutazione EFSA copiata da documenti Monsanto. Greenpeace: «Inaccettabile, Italia e altri stati Ue votino contro rinnovo di questa sostanza» (ven, 15 set 2017)
Commentando l'articolo “Glifosato, la valutazione dei rischi Ue copiata daidocumenti Monsanto” pubblicato questa mattina sul sito de La Stampa, Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura sostenibile di Greenpeace Italia, dichiara: «Che si tratti di negligenza o di dolo il risultato non cambia: è assolutamente inaccettabile che enti governativi, invece di fare una valutazione scientifica indipendente, facciano propria l'analisi delle aziende interessate. Quanto è accaduto rimette in discussione l'intero processo di approvazione dei pesticidi nell'Unione europea. Votare contro il rinnovo del glifosato diventa ancora di più un passo obbligato per l'Italia e gli altri Stati Membri, per proteggere persone e ambiente da questa sostanza chimica pericolosa. Chiediamo ancora una volta come intenda votare il governo italiano. Il suo assordante silenzio sulla vicenda è diventato ormai insostenibile», conclude Ferrario.
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Cento attivisti in azione al salone dell’auto di Francoforte per chiedere aria più pulita (gio, 14 set 2017)
Cento attivisti di Greenpeace, tra cui nove italiani, sono entrati oggi in azione al Salone dell’auto di Francoforte, subito dopo la visita della Cancelliera Merkel, per chiedere misure di protezione dall’impatto sanitario causato dalle auto diesel. I cento attivisti, vestiti da pazienti ospedalieri, si sono riuniti pacificamente in una delle sale espositive per poi “esplodere” in una forte tosse collettiva. Quindi hanno lasciato le loro mascherine respiratorie ospedaliere agli stand espositivi. Con questa protesta nonviolenta Greenpeace vuole evidenziare le contraddizioni del settore dell’auto. Se da un lato molti brand annunciano proprio in questi giorni al Salone di Francoforte il lancio di nuovi modelli di macchina elettrica, dall’altro è loro intenzione continuare a vendere, per molti anni ancora, auto diesel o alimentate a benzina. Le auto diesel sono la fonte principale di immissione nell’aria del diossido di azoto (NO2). Questo gas tossico causa malattie come l’asma e minaccia in particolare la salute di bambini e anziani. Secondo una ricerca del 2013, anche un piccolo incremento di 10 microgrammi per metro cubo aumenta del 15% la probabilità dei bambini di sviluppare l’asma. Per l’Agenzia Europea dell’Ambiente, l’NO2 causa in Europa 68 mila morti premature ogni anno. Le auto diesel rappresentano oggi il 50% delle vendite sul mercato europeo. Nonostante in apparenza sembrino aver compreso questi problemi, i dirigenti delle case automobilistiche ancora parlano dei motori diesel come di una tecnologia “essenziale” e “pulita”, e continuano a presentare – anche in questo Salone dell’Auto di Francoforte - numerosi modelli di enormi SUV e limousine alimentati a gasolio. Da questo punto di vista, prevedere una variante elettrica per ogni modello non è abbastanza. Secondo Greenpeace, quello di cui tutti abbiamo bisogno è porre fine alla produzione di auto alimentate con derivati del petrolio.  Stando alle schede tecniche delle aziende automobilistiche, le auto sembrano diventare sempre più “pulite”. Ma l’aria delle nostre città resta, purtroppo, inquinata e spesso irrespirabile. Le emissioni reali su strada dei veicoli omologati sono molto più alte di quelle rilevate durante i test ufficiali. Analisi effettuate dall’ International Council on Clean Transportation (ICCT) hanno dimostrato come anche i modelli diesel Euro 6 emettano realmente, in media, cinque volte la quantità di inquinanti prevista dalla normativa.   «L’inquinamento atmosferico causato dalle auto con motori diesel o benzina ha le dimensioni di una vera emergenza sanitaria», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. «È importante che i consumatori non si lascino ingannare dal marketing delle aziende automobilistiche: continuano a vendere milioni di auto, specie quelle diesel, che sono una minaccia diretta alla nostra salute, e ancor più a quella dei bambini. Il diesel deve presto uscire dal mercato e i governi europei devono garantire la salute pubblica e responsabilizzare l’industria automobilistica per i danni che provoca».
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Sentenza corte di giustizia su OGM superata (mer, 13 set 2017)
La sentenza della Corte di Giustizia europea sugli OGM fa riferimento a un quadro giuridico ormai superato. Così Greenpeace commenta la sentenza emessa oggi. Dalla fine del 2015, con le modifiche alla Direttiva europea che regola gli OGM, l'Italia fa parte ufficialmente della maggioranza dei Paesi UE che ha vietato la coltivazione di mais OGM sul territorio nazionale. “Applicare il principio di precauzione è quanto ci si aspetta da governanti responsabili, e per questo è da lodare il decreto interministeriale italiano che, basandosi appunto su questo principio, vietò il rilascio in ambiente di mais OGM MON810, prevenendo così la contaminazione certa di ambiente e coltivazioni convenzionali e biologiche” commenta Federica Ferrario, responsabile agricoltura sostenibile Greenpeace Italia. “Il principio di precauzione è uno dei cardini dell'Unione europea. Ha come scopo quello di garantire un alto livello di protezione dell’ambiente grazie a delle prese di posizione preventive in caso di rischio. Non di danno conclamato, ma appunto di rischio. Per questo ci viene invidiato in tutto il mondo”.     Le tossine Bt prodotte dal mais OGM sono potenzialmente in grado di danneggiare non solo i parassiti del mais, ma anche altri insetti non bersaglio, tra cui farfalle, coccinelle e, se i residui raggiungono corsi d'acqua, anche organismi acquatici. Nei Paesi in cui delle piante Bt vengono coltivate, i parassiti diventano a loro volta resistenti alle tossine Bt, con conseguenti "perdite economiche sostanziali per gli agricoltori", secondo un’analisi delle coltivazioni di OGM pubblicata dall’Accademia nazionale statunitense delle Scienze.
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Salone dell’auto di Francoforte: Greenpeace in azione per chiedere la fine dei motori a scoppio (mar, 12 set 2017)
Nella giornata inaugurale del Salone automobilistico di Francoforte, il più grande al mondo, dieci attivisti di Greenpeace sono entrati in azione con una protesta pacifica e nonviolenta indirizzata all’industria dell’auto, responsabile di gravi danni alla salute umana e di altrettanto gravi impatti sul clima. Con una Volkswagen posta all’ingresso della fiera, “piantata” nel suolo e avvolta nel fumo, e con striscioni sui quali si legge “L’età del petrolio sta finendo”, Greenpeace chiede un sistema basato su mobilità sostenibile, incentrato su auto elettriche piccole, ecologiche e condivise. Per contro, sono molte le case automobilistiche che quest’anno espongono a Francoforte modelli pesanti, di grandi dimensioni, alimentati a benzina o diesel: rappresentano la direzione sbagliata per il settore dell’automobile. «L’industria dell’auto è in rotta di collisione con le politiche per la protezione del clima», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace. «Il settore trasporti dovrà presto fare a meno del petrolio. Solo le aziende che svilupperanno rapidamente alternative pulite ed efficienti sopravvivranno a questa transizione». Una ricerca commissionata da Greenpeace, e realizzata dall’esperto di trasporti Robin Hickman, esamina l’impatto ecologico e sociale delle auto private con motori a combustione interna. Lo studio, intitolato “Perché l’automobile non ha futuro”, evidenzia come le automobili private a benzina e diesel – a cui vanno aggiunte le infrastrutture richieste per la loro mobilità – emettono troppi gas serra e altri inquinanti che eccedono i limiti ecologici del Pianeta, causando ogni singolo giorno migliaia di morti premature, sia per colpa dell’inquinamento che degli incidenti. Nonostante il numero crescente di governi che stanno prevedendo di vietare l’uso di macchine alimentate con fonti fossili tra il 2025 e il 2040, molte tra le grandi case automobilistiche rifiutano di percorrere la strada dell’innovazione e della transizione. Non è sorprendente, da questo punto di vista, che una dozzina di importanti aziende, molto più flessibili e innovative rispetto alla maggior parte delle case automobilistiche, abbiano deciso di disertare il Salone di Francoforte. Tra queste Tesla (che già produce solo auto elettriche) e Nissan, la cui Leaf è ad oggi l’auto elettrica di maggior successo al mondo. Leggi il briefing “Perché l’automobile non ha futuro” (in inglese)  Leggi il report completo (in inglese)
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Assolto direttore delle campagne per protesta pacifica contro le volanti a coppia, tra le responsabili del collasso della pesca al pesce azzurro  (gio, 27 lug 2017)
Il tribunale di Sciacca (Agrigento) ha assolto ieri con formula piena perché il fatto non sussiste il direttore delle campagne di Greenpeace Italia, Alessandro Giannì, dall’inverosimile accusa di “violenza privata”. Secondo alcuni pescatori di Sciacca, protestare in modo pacifico, senza peraltro interferire con le attività di pesca, sarebbe un atto violento. L’accusa in questione era rivolta peraltro a una persona che accompagnava giornalisti e foto/video operatori, senza prendere parte attiva alla protesta. La protesta si tenne il 29 aprile 2013 nello Stretto di Sicilia per denunciare la pericolosità per le risorse ittiche della pesca con le “volanti a coppia”, autorizzate prima con una “licenza sperimentale” che non ha mai prodotto un solo dato “scientifico” e poi con provvedimenti semestrali che vengono ancora rinnovati nonostante le popolazioni di sardine e acciughe dello Stretto siano prossime al collasso. “I pescatori dovrebbero riflettere ora su chi continua a permettere, per interessi economici o elettorali, la distruzione delle risorse del mare” afferma Alessandro Giannì. “La pesca al pesce azzurro nello Stretto di Sicilia è al collasso e rischiamo di dover demolire metà della flotta per le scelte dissennate degli ultimi anni”. Secondo gli ultimi documenti del Comitato Scientifico, Tecnico ed Economico per la Pesca (STECF) dell’Unione europea, la pesca delle acciughe nello Stretto di Sicilia dovrebbe essere ridotta di oltre la metà (da circa 3.000 tonnellate a meno di 1.500 tonnellate l’anno), mentre quella delle sardine è stata formalmente valutata come “eccessiva”. Il Comitato ha già chiesto di applicare quote di pesca per queste due specie e gli impatti sull’occupazione del settore rischiano di essere notevoli, anche e soprattutto a causa della dissennata gestione del sistema negli ultimi decenni. Greenpeace ha partecipato a un “Tavolo di consultazione” al Ministero delle Politiche Agricole (Direzione Generale Pesca e Acquacultura) dove ha presentato proposte concrete per un Piano di Gestione temporaneo che cerchi di limitare lo sfascio del settore. Tra le misure proposte da Greenpeace, il blocco di ogni tipo di pesca al pesce azzurro nei mesi invernali (quando si pescano solo esemplari giovani) e un serio piano di monitoraggio della pesca a volante che chiarisca i volumi di scarto e il deprezzamento delle catture. Quel “Tavolo di consultazione” non si riunisce da mesi e le licenze della “volante a coppia” continuano a essere rinnovate: non ci risulta sia stato adottato piano di gestione a tutela delle risorse. Nel frattempo, il Ministero delle Politiche Agricole ha attivato un altro “Tavolo di consultazione permanente della pesca e dell’acquacoltura” cui le associazioni ambientaliste non sono state nemmeno invitate.
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Giustizia è fatta per gli Arctic 30, Russia condannata a pagare all’Olanda 5,4 milioni di euro di danni (mar, 18 lug 2017)
Un tribunale internazionale ha condannato la Russia al pagamento allo stato olandese di 5.395.561,61 euro di danni, più gli interessi, per la vicenda degli “Arctic 30”, riaffermando in modo autorevole il diritto alla protesta pacifica in acque internazionali. La sentenza arriva dopo un lungo arbitrato seguito all’abbordaggio illegale, sequestro e detenzione della nave di Greenpeace battente bandiera olandese, Arctic Sunrise, avvenuto a settembre 2013. Gli “Arctic 30” - 28 attivisti di Greenpeace e due giornalisti free lance - furono detenuti per due mesi in carcere prima di essere rilasciati su cauzione e poi scarcerati in seguito a un’amnistia adottata dalla Duma. L’Arctic Sunrise venne restituita a Greenpeace dopo nove mesi di detenzione nel porto russo di Murmansk, seriamente danneggiata. Anche i gommoni e altre dotazioni di bordo avevano subito gravi danni. Già nell’agosto del 2015 la Russia era stata ritenuta responsabile da un tribunale internazionale per abbordaggio, sequestro e detenzione della nave e per le misure successive prese nei confronti della nave e del suo equipaggio. Oggi il danno è stato stimato monetariamente. Il governo russo ha sempre rifiutato di partecipare ai diversi procedimenti legali o di pagare la sua quota di spese legali stabilita dal tribunale. Non è quindi chiaro se questa volta rispetterà il giudizio legalmente vincolante e pagherà i danni. Quanto il governo olandese dovesse successivamente riconoscere a Greenpeace International verrà impiegato per coprire i costi di riparazione della nave, mentre la compensazione per i danni immateriali sofferti dagli Arctic 30 andrà naturalmente ai singoli individui coinvolti.  La settimana scorsa, dopo i lunghi lavori che sono stati necessari, l’Arctic Sunrise è ripartita per una missione contro le esplorazioni petrolifere nel mare di Barents, condotte dalla compagnia norvegese Statoil, che si sta spingendo sempre più a nord nel Circolo Polare Artico. Gli Arctic 30 si sono rivolti alla Corte europea per i diritti umani, sostenendo che le azioni intraprese dalle Autorità russe hanno leso i loro diritti al libero movimento e alla libertà d’espressione. Il caso è ancora però nelle sue fasi iniziali. “La protesta pacifica degli Arctic 30 ha mostrato al mondo fino a che punto si spingono alcuni governi e alcune aziende per tenerci ancorati ai combustibili fossili. L’azione coraggiosa intrapresa in quella remota piattaforma petrolifera ha spinto milioni di persone a unirsi contro l’industria petrolifera e a battersi per un futuro energetico pulito” commenta Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia.
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L’Italia rifiuti la proposta della Commissione europea sul rinnovo del glifosato (mar, 18 lug 2017)
Verrà discussa domani e dopodomani dai rappresentanti dei Paesi membri a Bruxelles - durante la riunione del comitato permanente per le piante, gli animali, gli alimenti e i mangimi (PAFF) - la nuova proposta della Commissione europea sul rinnovo per ulteriori 10 anni del glifosato, l’erbicida più utilizzato a livello europeo. Con una lettera ufficiale, Greenpeace ha chiesto ieri ai ministri Lorenzin, Martina e Galletti di opporsi a questo rinnovo,evidenziando nuovamente i pericoli legati a questo erbicida. «Chiediamo al Governo italiano di respingere al mittente questa inaccettabile proposta. Al di là dei dubbi sugli impatti sanitari per l’uomo, che comunque permangono, gli effetti avversi del glifosato sull’ambiente sono ormai chiaramente documentati», afferma Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura Sostenibile di Greenpeace Italia. «E sarebbe assurdo concedere il via libera a questa sostanza per altri 10 anni, senza aver prima effettuato accurate verifiche su possibili irregolarità nel processo di autorizzazione», continua Ferrario. La pubblicazione dei cosiddetti "Monsanto Papers" getta infatti un’ombra inquietante sulla correttezza dei processi di autorizzazione di questo erbicida. Greenpeace ritiene necessario avviare un'inchiesta per verificare l’esistenza di eventuali indebite influenze, da parte di Monsanto o di altri produttori del glifosato, sulle valutazioni delle agenzie europee sul legame del glifosato con il cancro negli esseri umani. Leggi la lettera di Greenpeace Italia
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Distacco iceberg Larsen C, Greenpeace: «Oggi imperativo è implementare al più presto Accordo di Parigi» (mer, 12 lug 2017)
Commentando la notizia relativa al distacco dell’iceberg Larsen C dalla penisola Antartica, Paul Johnston, capo della Science Unit di Greenpeace International, dichiara: «Lo scioglimento dei ghiacci in Antartide è stato sempre riconosciuto come un ammonimento a tutto il Pianeta sui pericoli dei cambiamenti climatici. Il collasso di questa calotta di ghiaccio, il terzo registrato in questa regione negli ultimi anni, è verosimilmente un altro segnale dell’impatto globale del clima che cambia» «Non si può dire con certezza se i cambiamenti climatici abbiano giocato il ruolo più importante nel distacco di Larsen C, ma considerando le rotture relativamente recenti di altri pezzi di ghiacciai, e l’importante contributo che in questi casi le acque più calde hanno dato all’erosione di ghiacci nella Penisola Antartica, sembra più che possibile che le attività umane siano un fattore», continua Johnston. Secondo Greenpeace siamo ancora in tempo per evitare le più disastrose conseguenze dei cambiamenti climatici, ma occorre agire rapidamente. Le decisioni prese oggi da governi e aziende incideranno sulla sicurezza e il benessere futuri di miliardi di persone. Oggi l’imperativo è quello di implementare l’Accordo di Parigi, accelerando la transizione verso il 100 per cento di energie rinnovabili e lasciando sottoterra i combustibili fossili. «È beffardo come questo accada a poche settimane dalla decisione di Trump di far uscire il suo Paese dall’Accordo di Parigi. Trump ha isolato gli Stati Uniti, lasciandoli andare alla deriva da soli, mentre il resto del mondo proseguirà con gli impegni presi, cogliendo le opportunità che regalano le energie rinnovabili e l’economia a basse emissioni», conclude Johnston.
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Successo di Greenpeace: azienda leader del tonno in scatola Thai Union si impegna per una pesca più sostenibile e socialmente responsabile (mar, 11 lug 2017)
Thai Union, azienda leader del settore ittico, proprietaria in Italia del marchio Mareblu, si è impegnata ad adottare misure per contrastare la pesca illegale e quella eccessiva, oltre a migliorare i mezzi di sussistenza di centinaia di lavoratori della propria filiera. L’annuncio di oggi arriva in seguito a una lunga campagna internazionale di Greenpeace, portata avanti anche in Italia con la campagna “Tonno in trappola”. Gli impegni di Thai Union prevedono notevoli miglioramenti della sua strategia di sostenibilità SeaChange®, includono gli sforzi tesi a sostenere le migliori pratiche di pesca, a migliorare le altre pratiche, a ridurre quelle illegali e non etiche nella sua filiera globale, e inoltre, a portare nei mercati più importanti sempre più tonno pescato in modo responsabile. “Questo impegno segna un enorme progresso per i nostri oceani e la vita marina, e per i diritti dei lavoratori dell’industria ittica”, afferma Bunny McDiarmid, direttore esecutivo di Greenpeace International. “Se Thai Union implementasse queste riforme, spingerebbe le altre aziende a mostrare lo stesso livello di ambizione, portando il settore verso un cambiamento davvero necessario. È giunto il momento per le altre aziende di farsi avanti e mostrare la propria leadership”. Thai Union ha approvato un pacchetto di riforme che include gli impegni a: ridurre del 50 per cento - entro il 2020 - il numero dei sistemi di aggregazione per pesci (FAD) usati globalmente nella propria filiera, raddoppiando quindi la quantità di pesce catturato senza FAD disponibile sul mercato nello stesso periodo. I FAD sono oggetti galleggianti che attirano pesci e altri organismi: sono poi circondati dalle reti e ciò causa la cattura e l’uccisione di squali, tartarughe e giovani tonni; estendere la vigente moratoria al trasbordo del pescato in mare dalle sole imbarcazioni di Thai Union a tutte quelle dell’intera filiera, a meno che i fornitori non garantiscano nuove rigide condizioni. Il trasbordo in mare consente alle navi di continuare una spedizione di pesca per mesi o anni e spesso facilita l’attività illegale; garantire la presenza di osservatori indipendenti su tutte le imbarcazioni che pescano con palangari ed effettuano trasbordi di pesce in mare, per ispezionare e riferire sul potenziale sfruttamento dei lavoratori, e assicurare al 100 per cento un controllo umano o elettronico su tutti i pescherecci che pescano tonno da cui si rifornisce Thai Union; sviluppare un codice di condotta completo per tutti i pescherecci della propria filiera, per integrare e rinforzare il Codice di Condotta etico su Affari e Lavoro, al fine di garantire agli uomini che lavorano sulle imbarcazioni condizioni umane ed eque, con audit indipendenti, i cui risultati siano risultati accessibili al pubblico, e una chiara tempistica per assicurare che questi obiettivi siano raggiunti; spostare quote significative di tonno dalla pesca con i palangari a quella con la canna o lenze entro il 2020 e implementare misure stringenti per ridurre le catture accidentali. I palangari catturano e uccidono involontariamente uccelli marini, tartarughe e squali; passare a una piena tracciabilità digitale, consentendo ai consumatori di risalire la filiera del tonno fino al peschereccio, identificando il metodo di pesca usato. “Thai Union ha deciso di prendere la leadership di questo cambiamento positivo, essendo una delle maggiori aziende del settore ittico del mondo”, afferma Thiraphong Chansiri, presidente e amministratore delegato di Thai Union. “Thai Union ringrazia Greenpeace per il suo impegno a collaborare a questo scopo, dal momento che entrambe le organizzazioni seguono una visione condivisa di tutela della salute dei mari, adesso e per le generazioni future.” Greenpeace e Thai Union hanno concordato di incontrarsi ogni sei mesi per valutare i progressi e l’applicazione dell’accordo. Alla fine del 2018, una terza parte indipendente revisionerà i progressi sulla base degli impegni presi. “Thai Union ha definito un nuovo standard per l’industria ittica per affrontare e risolvere il problema della pesca distruttiva, dello sfruttamento dei lavoratori e delle pratiche non etiche”, continua McDiarmid. “Questo è un grande giorno per le centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo che hanno chiesto all’industria della pesca di agire per eliminare questi problemi.” Thai Union è proprietaria dei marchi di tonno ben noti a livello globale, tra cui Mareblu, Chicken of the Sea, John West, Petit Navire, e Sealect. Circa 700.000 persone in tutto il mondo hanno chiesto a Thai Union di impegnarsi a vendere del tonno in scatola più sostenibile. Dopo l’annuncio di oggi, Greenpeace, i suoi sostenitori e un revisore indipendente continueranno a controllare Thai union e il progresso di tutta l’industria ittica, al fine di assicurare che questi impegni portino a reali cambiamenti. Per saperne di più sul pacchetto di interventi di Thai Union: http://www.greenpeace.org/international/Global/international/documents/oceans/Thai-Union-Commitments.pdf
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G20: protesta di Greenpeace anti Trump, i leader del G19 vadano oltre l’Accordo di Parigi (ven, 07 lug 2017)
Attivisti di Greenpeace hanno posizionato una scultura alta sette metri che ritrae il presidente Donald Trump su un pontone sul fiume Elba, di fronte alla Elbphilharmonie, dove si ritroveranno stasera i leader del G20 per un concerto. La scultura ritrae il presidente statunitense come un bambino capriccioso con tanto di pannolino seduto sul pianeta Terra. Nelle mani tiene una copia stracciata dell’Accordo di Parigi, mentre sotto alla scultura si legge il messaggio “Time For a Change”. “Gli altri leader del G20 non possono aspettare che Trump cresca” dichiara Luca Iacoboni, responsabile campagna energia e clima di Greenpeace Italia. “I G19 devono mostrare ora che hanno deciso di abbandonare carbone, petrolio e gas, dando attuazione all’Accordo di Parigi”. “La decisione di Trump di rinnegare l’Accordo di Parigi rende impossibile una forte dichiarazione congiunta del G20 sul clima. La Merkel non deve però sacrificare l’ambizione per raggiungere l’unità. Abbiamo bisogno di un impegno dei G19 sul clima che mostri l’intenzione di andare anche al di là quanto sottoscritto a Parigi da 195 Paesi” dichiara Jennifer Morgan, direttore esecutivo di Greenpeace International. “Questo è il momento di mostrare solidarietà con le persone di tutto il mondo, inclusi sindaci, governatori e amministratori delegati statunitensi che sono impegnati contro i cambiamenti climatici, dimostrando che la trasformazione verso un’economia a zero emissioni è irreversibile così come l’Accordo di Parigi”.
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