Comunicati stampa

Re:Common e Greenpeace: «Finalmente Generali compie un passo concreto per abbandonare il carbone e difendere il clima» (ven, 09 nov 2018)
Re:Common e Greenpeace Italia accolgono con soddisfazione quanto deliberato in queste ore dal Gruppo Generali, ovvero l'aggiornamento della "Strategia sui cambiamenti climatici" grazie ad un piano operativo che punta a ridurre con coraggio l’esposizione del Leone di Trieste verso il carbone, il più inquinante tra i combustibili fossili. Una decisione che arriva dopo un anno di intensa campagna condotta dalle due organizzazioni, supportate da decine di migliaia di persone che hanno aderito al loro appello. «Generali ha deciso di compiere un passo importante in difesa dei cittadini. Abbandonare il carbone, come il colosso assicurativo italiano dimostra oggi di voler fare, significa voler fermare la più inquinante fonte energetica, nonché una delle principali cause dei cambiamenti climatici», afferma Luca Iacoboni, responsabile campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Alluvioni, siccità, trombe d’aria e altri fenomeni meteorologici estremi sono la diretta conseguenza del clima che cambia, e sono purtroppo una drammatica realtà già oggi in tutta Italia. È dunque un’ottima notizia che Generali stia decidendo di anteporre le persone e il clima ai propri interessi economici a breve termine. Ora monitoreremo che alle parole seguano i fatti, e che il Leone di Trieste abbandoni presto tutte le attività carbonifere anche in Polonia e Repubblica Ceca” In particolare, Generali ha ufficializzato che non fornirà più coperture assicurative per la costruzione di nuove centrali a carbone, senza alcun tipo di eccezione. Inoltre, la compagnia triestina non accetterà come nuovi clienti società attive nel comparto carbonifero, mettendo così un limite alla sua esposizione verso l’industria più dannosa per il clima e la salute delle persone. «Il 3 dicembre avrà inizio la prossima Conferenza mondiale sui cambiamenti climatici e ad ospitarla sarà proprio la Polonia, dove Generali assicura alcuni degli impianti a carbone più inquinanti d’Europa. Scegliendo di non assicurare la costruzione di nuove centrali, incluse quelle in Polonia, Generali manda un primo segnale di rottura importante con l’industria carbonifera del paese», dichiara Alessandro Runci di Re:Common. «Continueremo a lavorare affinché il Leone di Trieste interrompa una volta per tutte i suoi rapporti con società come PGE, i cui piani di espansione minacciano il Pianeta e le comunità locali». Per quanto riguarda gli attuali clienti con interessi nel settore del carbone, ovvero l’utility polacca PGE e la ceca CEZ, Generali fa sapere di avere iniziato con loro un protocollo di ingaggio, la cui prima fase terminerà ad inizio 2019. Se entro allora tali società non avranno presentato dei piani di transizione credibili, Generali interromperà i rapporti con questi clienti. Sul lato investimenti, per quanto riguarda le equity, Generali si impegna a completare il disinvestimento dalle società attive nel carbone entro aprile 2019, mentre per i bond attenderà la naturale scadenza. Secondo il rapporto pubblicato a inizio ottobre dall’IPCC, rimangono solamente 12 anni per compiere le scelte necessarie a evitare una crisi climatica irreversibile. Con l’annuncio odierno, Generali dimostra di voler fare la sua parte in questa sfida, e questo soddisfa le associazioni ambientaliste. Tuttavia, la lotta ai cambiamenti climatici non ammette eccezioni, e decine di migliaia di persone in Italia e nel mondo attendono che a breve il Leone di Trieste si liberi di tutti gli investimenti nel settore del carbone e degli altri combustibili fossili. Leggi la nota tecnica di Generali
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Il governo ci dica subito se la difesa del clima è una priorità (Mon, 05 Nov 2018)
Greenpeace rivolge al governo italiano un urgente invito a fare chiarezza: l'organizzazione ambientalista chiede che venga espressa la posizione ufficiale dell'esecutivo in materia di cambiamenti climatici, e definito il livello di impegno del nostro Paese su questo fronte. Una chiarezza tanto più urgente visto che, tra meno di un mese, si aprirà in Polonia, a Katowice, la COP24, un’importante riunione della Conferenza ONU sul Clima. «Chi c'è al governo del Paese oggi? Abbiamo bisogno di saperlo, urgentemente», chiede Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia. «Si tratta di una classe di governo che guarda al cambiamento climatico come un'assoluta priorità, su cui impegnare le energie del Paese, o di una compagine di scettici, o peggio di negazionisti, che persino dinanzi a tragedie come quelle di questi giorni non sa trovare una parola chiara per individuare le cause e definire impegni coerenti verso le soluzioni?». L’organizzazione ambientalista ricorda che la Lega di Matteo Salvini ha più volte negli anni espresso posizioni negazioniste in materia di cambiamenti climatici: votando una mozione in Parlamento, secondo cui il rapporto tra aumento delle temperature medie del Pianeta e concentrazione di gas serra non sarebbe ”affatto chiarito”; votando contro la ratifica dell'Accordo di Parigi all'Europarlamento (nel 2016); elogiando (per bocca dello stesso Salvini) il Trump che ritira gli Stati Uniti dallo stesso accordo sul clima; organizzando persino convegni per smentire ciò su cui oltre il 97 per cento della comunità scientifica internazionale concorda da anni. Greenpeace fa inoltre notare che molti temi all'ordine del giorno - sui cui negli anni passati il M5S, e in alcuni casi anche la Lega, avevano espresso posizioni nettissime (come Tap, trivelle, CETA) - sono chiaramente interconnessi e andrebbero affrontati prioritariamente nel quadro di una strategia di difesa del clima. «Questo non è un dibattito teorico o da salotto: parliamo di una minaccia che grava sulla vita delle persone, come sull'ambiente», continua Onufrio. «Salvini dica chiaramente e pubblicamente cosa pensa dei cambiamenti climatici e cosa pensa di fare sia per le misure di adattamento che per ridurre le emissioni, e lo faccia presto. Altrettanto faccia il Movimento 5 Stelle, che per anni a questo tema ha dedicato grande attenzione: le posizioni espresse in passato e le improvvide parole di queste ore del ministro dell'Interno non sono neppure causa di imbarazzo?», conclude.
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Da Rio Mare un impegno ambizioso per una pesca al tonno sostenibile (Thu, 25 Oct 2018)
Il colosso del mercato europeo Bolton Food, primo in Italia con il marchio Rio Mare, prende finalmente degli impegni chiari e ambiziosi per ridurre gli impatti ambientali della pesca al tonno che finisce nei propri prodotti, dimostrando di voler essere un vero leader dell’industria del tonno. «Oggi è un giorno importante per migliaia di consumatori che per anni hanno chiesto alle aziende di scegliere di stare dalla parte del mare», dichiara Giorgia Monti, Responsabile della Campagna mare di Greenpeace Italia. «Siamo molto soddisfatti che Rio Mare abbia finalmente deciso di accettare la sfida e prendere impegni ambiziosi per ridurre l’utilizzo dei metodi di pesca più dannosi. Solo un anno fa un altro colosso mondiale Thai Union prendeva impegni importanti nella stessa direzione. Adesso solo chi farà seguire alle parole i fatti diventerà davvero l’azienda di tonno più sostenibile al mondo», conclude Monti. Rio Mare rende pubblici oggi le sfide che l’azienda ha deciso di affrontare. Da un lato il 50 per cento del suo tonno sarà pescato con i metodi di pesca a più basso impatto ambientale, primo tra tutti la pesca a canna, dall’altro l’azienda si impegna a diminuire finalmente la sua dipendenza dai metodi di pesca più distruttivi, imponendo chiari limiti ai pescherecci da cui si rifornisce all’utilizzo di Sistemi di Aggregazione per pesci, i FAD (Fish Aggregating devices). Il numero di FAD è ormai fuori controllo: il loro uso smodato da parte di flotte sempre più industrializzate sta svuotando i nostri oceani, causando la morte di migliaia di animali in pericolo.  Questi impegni sono una vittoria a cui Greenpeace lavora da 8 anni, quando ha pubblicato per la prima volta la classifica “Rompiscatole” in cui Rio Mare occupava uno degli ultimi posti, non avendo nemmeno una politica aziendale sulla sostenibilità. Grazie a un percorso a volte lento e fatto di impegni presi a metà ma anche marcato da passi importanti, come il lancio di linee con tonno pescato a canna sui più importanti mercati europei, Bolton Food oggi decide di fare una scelta decisa e coraggiosa per fermare la pesca che distrugge i nostri mari. «Questi importanti risultati sono il frutto di un approccio serio e determinato alla sostenibilità iniziato nel 2009 con la fondazione dell’International Seafood Sustainability Foundation (ISSF) e rafforzatosi negli anni grazie anche a un dialogo costante con le principali associazioni ambientaliste, tra le quali Greenpeace, con cui ci confrontiamo da anni in un approccio aperto e condiviso alla responsabilità sociale della nostra azienda - afferma Luciano Pirovano, Sustainable Development Director di Bolton Food -. Una strategia che si è tradotta in una serie di azioni concrete quali lo sviluppo di metodi di pesca sempre più selettivi e impegni stringenti volti a migliorare la gestione dei FAD. Attraverso il nostro impegno siamo fiduciosi di poter promuovere una positiva trasformazione di tutto il settore del tonno verso migliori standard di sostenibilità”. Il mercato mondiale del tonno in scatola sta finalmente cambiando, spingendo l’industria verso una pesca più sostenibile: in questo processo inarrestabile il resto del settore del tonno in scatola in Italia non potrà fare a meno di rispondere alle esigenze di consumatori sempre più attenti a scegliere prodotti che non li rendano complici ignari della distruzione dei nostri mari.
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Nuovo report: le grandi multinazionali dietro l'inquinamento da plastica (Tue, 23 Oct 2018)
Le grandi multinazionali degli alimenti e delle bevande, con i loro prodotti in plastica monouso, promuovono uno stile di vita e di consumo basato sull’usa e getta e sono le forze predominanti dietro la grave crisi ambientale dell’inquinamento da plastica. È quanto emerge dal report diffuso oggi da Greenpeace “Una crisi di convenienza. Le multinazionali dietro l'inquinamento da plastica del Pianeta” in cui si presentano i risultati di un questionario sull’uso di plastica monouso sottoposto a undici grandi aziende di beni di largo consumo (Fast Moving Consumer Goods, FMCG): Coca-Cola, Colgate-Palmolive, Danone, Johnson e Johnson, Kraft Heinz, Mars, Nestlé, Mondelez, PepsiCo, Procter & Gamble e Unilever. «L’intero settore, oltre a non affrontare la grave crisi ambientale dell’inquinamento da plastica, prevede l’incremento delle vendite di prodotti imballati in plastica usa e getta che potrebbe aggravare la contaminazione negli anni a venire» dichiara Giuseppe Ungherese, Responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. «Bisogna sfatare il mito – aggiunge Ungherese - che tutti gli imballaggi immessi in commercio possano essere raccolti e riciclati e di questo le grandi multinazionali devono prenderne atto e smettere di ingannare i consumatori». Dal rapporto emerge, inoltre, che gran parte delle aziende intervistate non conosce o non ha condiviso i dati relativi alle quantità di imballaggi prodotti che vengono riciclati né tantomeno è a conoscenza della destinazione dei propri imballaggi alla fine del loro ciclo di vita. Tra le soluzioni proposte dalle undici aziende che hanno partecipato al questionario, gran parte punta sull’incremento della riciclabilità e sull’uso di plastica riciclata ma nessuna ha investito in programmi di riduzione a monte o in sistemi di consegna e distribuzione alternativi. «E’ ora che le grandi aziende si impegnino a ridurre l’impiego di plastica monouso garantendo una transizione verso un nuovo modello di business trasparente basato su reali soluzioni e nuovi sistemi di distribuzione dei prodotti. Soluzioni volte realmente a ridurre l’inquinamento alla radice. Solo così salveremo i mari del Pianeta» conclude Ungherese. Le quattro multinazionali che hanno comunicato i volumi di vendita più elevati di prodotti in plastica monouso (Coca Cola, PepsiCo, Nestlé e Danone) sono le stesse i cui imballaggi si trovano con maggior frequenza tra i rifiuti abbandonati in tutto il mondo, come evidenziato da un recente rapporto pubblicato dalla coalizione Break Free From Plastic. Le stesse quattro multinazionali hanno fatto pressione, attraverso una lettera inviata ai ministri europei, affinché non vengano approvate misure attualmente in discussione al Parlamento europeo che hanno come obiettivo quello di incrementare la riciclabilità e il recupero delle bottiglie per l’acqua minerale e le bevande. L’Unione Europea, infatti, preso atto della gravità della situazione e dell’insufficienza degli impegni volontari delle grandi multinazionali (come dimostra anche il rapporto), sta sviluppando una direttiva che, oltre a introdurre l’obbligo delle aziende di assumersi le proprie responsabilità promuove nuovi sistemi di distribuzione basati sul riutilizzo e riuso. Leggi il rapporto “Una crisi di convenienza
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La microplastica nel sale da cucina, Greenpeace: “Più del 90 per cento dei campioni contaminato” (Thu, 18 Oct 2018)
Ben 36 dei 39 campioni di sale da cucina analizzati, provenienti da diverse nazioni inclusa l’Italia, contenevano frammenti di plastica inferiori ai 5 millimetri, meglio noti come microplastiche. Lo rivela una recente ricerca scientifica, pubblicata sulla rivista internazionale Environmental Science & Technology nata dalla collaborazione tra Greenpeace e l’Università di Incheon in Corea del Sud. Dall’indagine, che ha preso in esame campioni di sale marino, di miniera e di lago, risulta che 36 campioni erano contaminati da microplastica costituita da Polietilene, Polipropilene e Polietilene Tereftalato (PET), ovvero le tipologie di plastica più comunemente utilizzate per produrre imballaggi usa e getta. «Numerosi studi hanno già dimostrato la presenza di plastica in pesci e frutti di mare, acqua di rubinetto e adesso anche nel sale da cucina. Questa ricerca conferma la gravità dell’inquinamento da plastica e come per noi sia ormai impossibile sfuggire a tale contaminazione» dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. «È necessario fermare l’inquinamento alla radice ed è fondamentale che le grandi aziende facciano la loro parte riducendo drasticamente l’impiego della plastica usa e getta per confezionare i loro prodotti», conclude. Questa ricerca, la prima condotta su vasta scala e tale da permettere un’analisi comparata della presenza di microplastiche in campioni di sale da cucina provenienti da numerose aree geografiche, ha consentito anche di correlare i livelli di inquinamento riscontrati nel sale con l’immissione e il rilascio di plastica nell’ambiente. Infatti, di tutti i campioni analizzati quelli provenienti dall’Asia hanno registrato i livelli medi di contaminazione più elevati con picchi fino a 13 mila microplastiche in un campione proveniente dall’Indonesia che, secondo studi recenti, è seconda per l’apporto globale di plastica nei mari. In generale nei campioni di sale marino è stata osservata una maggiore presenza di microplastiche (compresi tra 0 e 1674 microplastiche per chilo, escludendo il campione indonesiano), seguiti dai campioni provenienti da laghi salati (compresi tra 28 e 462 microplastiche per chilo) e dalle miniere (compresi tra 0 e 148 microplastiche per chilo). Anche i tre campioni di sale provenienti dall’Italia, due di tipo marino e uno di miniera, sono risultati contaminati dalle microplastiche con un numero di particelle compreso tra 4 e 30 unità per chilogrammo. Inoltre, in base ai risultati della ricerca e, considerando l'assunzione media giornaliera di 10 grammi, un adulto potrebbe ingerire, solo attraverso il consumo di sale da cucina, circa 2 mila pezzi di microplastiche all'anno considerando la concentrazione media di microplastiche in tutti i sali analizzati e fino a 110 sulla base del dato italiano peggiore. «I risultati suggeriscono che l’ingestione di microplastiche da parte dell’uomo può avvenire anche attraverso prodotti di origine marina e l’esposizione umana può dipendere dai livelli di contaminazione nelle differenti aree geografiche» afferma Kim Seung-Kyu, professore dell’Università di Incheon e autore dell’articolo. «Per limitare la nostra esposizione alle microplastiche – conclude - sono necessarie misure preventive riguardo l’immissione di plastica in mare, una migliore gestione dei rifiuti in ambiente terrestre e, soprattutto, la riduzione della produzione di rifiuti in plastica». Nei mesi scorsi Greenpeace ha lanciato una petizione (no-plastica.greenpeace.it), sottoscritta da quasi due milioni di persone in tutto il mondo, con cui chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Ferrero, Unilever, San Benedetto, Procter & Gamble e McDonald’s di assumersi le proprie responsabilità, partendo dalla riduzione di contenitori e imballaggi in plastica monouso immessi sul mercato.
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Nuovo report: la pesca nelle aree di riproduzione dello Stretto di Sicilia è fuori controllo (Tue, 16 Oct 2018)
A pochi giorni dall’apertura dei lavori della 42ma Sessione della Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo (CGPM-FAO), Greenpeace, nel rapporto “FRA poco spariranno”, denuncia il fallimento delle misure di tutela delle aree di riproduzione (nurseries) delle specie ittiche più importanti dello Stretto di Sicilia: gambero rosa (o bianco) e nasello (spesso impropriamente chiamato “merluzzo”), da tempo in crisi. Analizzando i dati del sistema di identificazione automatica (Automatic Identification System, AIS), il rapporto di Greenpeace mostra, infatti, che negli ultimi tre anni circa almeno 147 pescherecci a strascico sono stati impegnati in presunte attività di pesca in tre delicate aree del tratto di mare che divide Sicilia e Tunisia Sono tutti pescherecci italiani, provenienti soprattutto dai porti di Mazara del Vallo, Sciacca, Porto Empedocle, Licata e Portopalo di Capo Passero. Eppure la proposta di vietare la pesca nelle aree di riproduzione per garantire un futuro alle risorse di gambero rosa e nasello, la cui pesca vale intorno ai 48 milioni di euro, risale almeno al 2006. Nel 2011 il Piano di Gestione della Pesca nello Stretto di Sicilia ha formalmente vietato la pesca a strascico in due di queste aree, rimandandone però l’esecuzione pratica a successivi accordi internazionali. Si arriva così al 2016, quando la specifica Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo della FAO stabilisce la creazione di tre Fisheries Restricted Areas (FRAs) nello Stretto di Sicilia. Tuttavia le raccomandazioni prevedono clausole che hanno permesso all’Italia di evitare di renderle operative. Il paradosso, dimostrato dal rapporto “FRA poco spariranno”, è che l’attività di pesca entro le tre FRA sembra addirittura essere aumentata dopo la loro “istituzione”. Il recente Piano di Gestione Nazionale del 2018 conferma che, di fatto, la protezione di nurseries di fondamentale importanza per la pesca è ancora un miraggio. «Abbiamo perso almeno dodici anni per dare una speranza di futuro al mare, alle sue risorse e ai pescatori», dichiara Giorgia Monti, Responsabile della Campagna Mare di Greenpeace Italia. «La cosa più incredibile – aggiunge- è che i pescherecci che abbiamo identificato non hanno fatto nulla di illegale perché le raccomandazioni del CGPM-FAO sono rimaste solo sulla carta e la pesca tende pure ad aumentare!» A dispetto di un continuo calo delle risorse ittiche nello Stretto di Sicilia, l’Italia non ha ancora avviato misure efficaci per tutelare le nurseries delle specie ittiche più importanti non rispettando nemmeno le raccomandazioni del CGPM-FAO che era tenuta ad applicare. Non sorprende che secondo alcuni esperti il settore sia ormai “in avanzato stato di decomposizione” e il fatto che, dopo anni di stallo, la stessa FAO consideri sovrasfruttate le popolazioni di nasello e gambero bianco dello Stretto di Sicilia. «Più il tempo passa – conclude Monti- più saranno necessari sacrifici per rimediare a questo disastro. Al CGPM-FAO chiediamo di intervenire con fermezza nei confronti dell’Italia che non ha fatto assolutamente nulla di concreto per far rispettare una norma così elementare come il divieto di pesca nelle zone dove i pesci si riproducono. Il nostro mare non ha bisogno di leggi di carta ma di essere protetto davvero prima che sia troppo tardi!» Leggi il Report: http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/FRA-poco-spariranno/
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Pfas, in azione in Veneto: chiediamo l’immediata bonifica del sito di Miteni (Sun, 14 Oct 2018)
Questo pomeriggio, durante l’inaugurazione di un monumento posizionato in prossimità della Miteni di Trissino, climber di Greenpeace hanno aperto due banner con scritto “Bonifica subito” e “Stop Pfas” sulla facciata di un centro commerciale poco distante. All’inaugurazione del monumento erano presenti il sindaco di Trissino, autorità regionali e il ministro degli Affari Regionali, Erika Stefani.  «Con che coraggio le autorità locali festeggiano, quando a poche decine di metri continua a consumarsi l’inquinamento da PFAS, un crimine ambientale conclamato?», dichiara Giuseppe Ungherese responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. «Chiediamo a Regione Veneto, Provincia di Vicenza e Comune di Trissino di avviare immediatamente la bonifica del sito Miteni e di occuparsi seriamente della tutela del territorio e della popolazione contaminata», conclude Ungherese.  La protesta si è aggiunta al sit-in di numerosi cittadini e comitati veneti che manifestavano con lo stesso intento, ovvero chiedere alle autorità presenti interventi rapidi per avviare subito la bonifica del sito dell’azienda chimica di Trissino, ritenuta dalle autorità la principale fonte della contaminazione da PFAS. Già questa mattina, a Trissino, attivisti di Greenpeace avevano aperto uno striscione a forma di freccia, indirizzato verso l’ingresso della Miteni, con il messaggio “Crimini ambientali in corso”.    
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In azione davanti alla Miteni: «L’inquinamento da PFAS è un crimine ambientale» (Sun, 14 Oct 2018)
Questa mattina attivisti di Greenpeace hanno aperto uno striscione a forma di freccia, indirizzato verso l’ingresso della Miteni, a Trissino, con il messaggio “Crimini ambientali in corso”. In contemporanea altri attivisti hanno aperto uno striscione con la scritta “Bonifica subito”. La protesta pacifica è avvenuta poche ore prima dell’inaugurazione di un monumento che si terrà a poca distanza rispetto alla Miteni. Evento a cui dovrebbero partecipare istituzioni cittadine, regionali e rappresentanti del governo nazionale.  «Come dimostrano dati recenti di ARPAV, l’inquinamento da PFAS, e il crimine ambientale che ne deriva, è tuttora in corso», dichiara Giuseppe Ungherese responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. «Oggi assistiamo addirittura al paradosso in cui è l’azienda, che ha originato uno degli inquinamenti di acqua potabile più vasti d’Europa, a dettare i tempi degli interventi, mentre le sue casse si svuotano pericolosamente con il rischio di lasciare allo Stato l’incombenza di coprire i futuri costi della bonifica. Oltre al danno la beffa per tutta la popolazione contaminata. È necessario che le autorità locali prendano in mano la situazione e stabiliscano tempi brevi per la bonifica», conclude Ungherese. Secondo fonti stampa, lo stabilimento dell’azienda Miteni presenterebbe numerosi problemi di sicurezza che avrebbero causato la recente dispersione nelle acque di falda di PFAS di nuova generazione, come il GenX e il C6O4. A ciò si aggiunge la grave situazione finanziaria di Miteni, che ha recentemente avviato le procedure per la richiesta del concordato preventivo, e che pone seri interrogativi sulle reali possibilità dell’azienda di poter far fronte alle future richieste di risarcimento danni.
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Collisione navi nel Santuario dei Cetacei, Greenpeace: «Immagini satellitari mostrano che contaminazione da idrocarburi interessa ormai oltre 100 chilometri quadrati» (Wed, 10 Oct 2018)
Una elaborazione di Greenpeace effettuata su immagini satellitari rivela che la contaminazione di idrocarburi rilasciati dalla collisione tra il portacontainer Virginia e il traghetto Ulysses, circa trenta chilometri a nord ovest di Capo Corso, in pieno Santuario dei Cetacei, riguarda ormai un'area superiore ai 100 chilometri quadrati. Le immagini mostrano infatti che l’area interessata dalla contaminazione è passata dai circa 88 chilometri quadrati dell’8 ottobre ai 104 chilometri quadrati di ieri, 9 ottobre. Le foto sono state ottenute dal Satellite SENTINEL (https://apps.sentinel-hub.com/eo-browser/) e l’area interessata dalla contaminazione è stata calcolata utilizzando il programma ArcGIS per desktop app con il sistema di proiezione delle coordinate Europe_Albers_Equal_Area_Conic. «Questo è l’ennesimo disastro che si verifica nel Santuario dei Cetacei. Recuperare gli idrocarburi dispersi è impossibile e se non si mettono a punto meccanismi efficaci per prevenire simili incidenti il Santuario dei Cetacei sarà sempre a rischio», dichiara Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. «È evidente che questo incidente poteva essere evitato. Il sospetto che sulla plancia del traghetto Ulysses non ci fosse nessuno è assolutamente fondato e un meccanismo di controllo delle rotte che si applichi almeno alle grandi imbarcazioni avrebbe potuto prevenire quest’incidente». Secondo quanto si apprende da fonti stampa francesi, si potrebbe trattare del rilascio di varie centinaia di tonnellate di combustibile IFO (Intermediate Fuel Oil). Si tratta di una sostanza più leggera del “bunker” (combustibile semisolido), con un livello di tossicità acuta definito “medio”, ma con elevato livello di rischio per imbrattamento (a causa dell’elevata viscosità) e con elevata persistenza. Le prossime ore potrebbero essere decisive per l’evoluzione di questo disastro. Fino ad ora le condizioni meteo sono ottimali, ma tra ventiquattro ore nella zona sono previste onde di due metri. Ciò potrebbe comportare non solo una notevolissima, ulteriore, dispersione degli idrocarburi fuoriusciti dalla portacontainer Virginia, ma anche rendere difficoltosa l’operazione di separazione delle due navi. In condizione di mare agitato, peraltro, le due navi potrebbero subire danni ulteriori con conseguenze pericolosamente imprevedibili. «Dopo la Costa Concordia, la perdita di bidoni con sostanze pericolose al largo della Gorgonia, il naufragio del cargo turco Mersa 2 sull’Isola d’Elba, quest’ennesimo incidente ci conferma che il Santuario oggi è indifeso», continua Giannì. «Chiediamo al ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, di dare finalmente concretezza, con i suoi colleghi di Francia e Monaco/Montecarlo, al Santuario dei Cetacei che evidentemente, per ora, è solo un Santuario virtuale», conclude.
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Greenpeace: la plastica monouso di Coca cola, Pepsi e Nestlé inquina il Pianeta (Tue, 09 Oct 2018)
Appartengono a Coca-Cola, PepsiCo e Nestlé la maggior parte dei contenitori e imballaggi usa e getta identificati nel corso di 239 attività di pulizia e catalogazione dei rifiuti – brand audit - condotti in 42 Paesi e sei continenti da Break Free From Plastic, la coalizione internazionale di cui fanno parte più di mille organizzazioni, tra cui Greenpeace. Dalla catalogazione di oltre 187 mila rifiuti in plastica, sono stati identificati migliaia di marchi i cui imballaggi sono principalmente monouso. In particolare, gli imballaggi in plastica usa e getta appartenenti a Coca-Cola sono risultati i più comuni su scala globale e sono stati identificati in 40 dei 42 Paesi in cui le attività di brand audit sono state svolte. «I brand audit offrono una prova innegabile del massiccio contributo delle grandi multinazionali alla grave crisi globale dell'inquinamento da plastica», afferma Von Hernandez, coordinatore globale della coalizione Break Free From Plastic. «Continuando ad inondare il mercato con enormi quantità di imballaggi in plastica usa e getta, queste aziende sono responsabili dello stato di contaminazione del Pianeta. È il momento che le grandi multinazionali si assumano le proprie responsabilità e la smettano di colpevolizzare i cittadini per l’utilizzo dei loro prodotti inquinanti e, il più delle volte, inutili e superflui». L’applicazione del protocollo del Brand Audit, oltre a prevedere la raccolta di tutti i rifiuti, permette la catalogazione dei rifiuti in plastica e la loro suddivisione per tipologia di plastica (polimero) e, laddove possibile, l’identificazione del marchio di appartenenza. Nel complesso, il polistirolo, che non è riciclabile nella maggior parte delle nazioni, è risultato il tipo più comune di plastica, seguito da vicino dal PET (Polietilene Tereftalato), una tipologia di plastica utilizzata su scala globale per produrre bottiglie, contenitori e altri imballaggi usa e getta. Gli audit, condotti dalla coalizione Break Free From Plastic, hanno rilevato che Coca-Cola, PepsiCo, Nestlé, Danone, Mondelez International, Procter & Gamble, Unilever, Perfetti van Melle, Mars Incorporated e Colgate-Palmolive sono stati, nell’ordine, i marchi individuati con maggior frequenza. In Italia Greenpeace ha condotto 11 attività di pulizia e catalogazione dei rifiuti in plastica in undici spiagge, tra cui Bari, Napoli, Genova, Trieste, Palermo, Pisa e Chioggia. Di tutti i rifiuti in plastica di cui è stato possibile identificare i marchi di appartenenza, gli imballaggi e contenitori più comuni sono riconducibili a Coca Cola, San Benedetto, Ferrero e Nestlé. «I nostri mari pagano il prezzo della dipendenza delle multinazionali del cibo e delle bevande dalla plastica usa e getta», dichiara Chiara Campione, responsabile della Corporate Unit di Greenpeace Italia. «Grazie ai risultati dei brand audit, possiamo finalmente indirizzare le responsabilità nella giusta direzione, e chiedere alle grandi aziende di non utilizzare la plastica monouso per confezionare i propri prodotti», conclude. Nei mesi scorsi Greenpeace ha lanciato una petizione (no-plastica.greenpeace.it), sottoscritta da quasi due milioni di persone in tutto il mondo, con cui chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Ferrero, Unilever, San Benedetto, Procter & Gamble e McDonald’s di assumersi le proprie responsabilità, partendo dalla riduzione di contenitori e imballaggi in plastica monouso immessi sul mercato. Leggi il rapporto integrale (in inglese)
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Greenpeace: regole certe per la tutela del Santuario dei Cetacei (Mon, 08 Oct 2018)
«Le nostre preoccupazioni si sono avverate: un altro incidente incredibile tra imbarcazioni che dovrebbero esser dotate delle migliori tecnologie e in condizioni meteorologiche assolutamente ideali. In attesa dei risultati dell'indagine che deve accertare le responsabilità, ora possiamo solo sperare che le delicatissime procedure per disincastrare le due navi riescano ad evitare ulteriori dispersioni di combustibile in mare e, soprattutto, l'affondamento della portacontainer». Cosi Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia, commenta la collisione avvenuta domenica tra la nave ro-ro tunisina Ulysse e la portacontainer cipriota CLS Virginia a circa 28 km a nord ovest di Capo Corso, in pieno Santuario internazionale dei Cetacei. Greenpeace segue con preoccupazione l’evoluzione della situazione. Il momento più delicato sarà quando si dovranno separare le due navi: a quel punto si potrebbero verificare importanti sversamenti di idrocarburi che sarà necessario arginare. Si tratta del combustibile navale (in particolare della portacontainer cipriota) che usualmente contiene elevati quantitativi di sostanze tossiche e cancerogene (Idrocarburi Policiclici Aromatici e altro). L’area di Capo Corso è nota in particolare per la presenza di grandi cetacei. Qui sono stati osservati sia la balenottera comune che il capodoglio. Questo incidente, purtroppo, conferma la vulnerabilità dell’aerea, soggetta a intenso traffico navale e funestata da ripetuti incidenti. Purtroppo, gli allarmi lanciati da Greenpeace e da molti altri sono rimasti inascoltati e ben pochi passi avanti si sono fatti per garantire la sicurezza dei trasporti nel Santuario. «Un incidente di questo tipo era prevedibile – aggiunge Giannì - e Greenpeace non è stata certo l’unica a lanciare l’allarme sull’affollamento delle rotte marittime in un’area teoricamente protetta come quella del Santuario dei Cetacei: il triangolo di mare racchiuso tra Nord della Sardegna, Corsica, Toscana e Liguria, fin quasi a Tolone, in Francia». Greenpeace si batte da anni affinché il Santuario dei Cetacei sia protetto sul serio e non solo sulla carta. C’è voluto l’incidente della Concordia per avere le prime norme sui trasporti marittimi nel Santuario. Ma il cosiddetto decreto “anti-inchini” non è sufficiente a prevenire collisioni nel Santuario come ha peraltro dimostrato il caso della Mersa2. Meno di cinque mesi dopo il naufragio della Costa Concordia un cargo turco, la Mersa2, si arenava sugli scogli di Capo S. Andrea all’Isola d’Elba. Anche in quel caso le condizioni meteo erano ottimali. «Il Santuario doveva essere l’occasione, purtroppo mancata, per garantire regole e innovazione anche per i trasporti marittimi – conclude Giannì – ci auguriamo che questo ennesimo incidente non si riveli l’ennesimo disastro ambientale prevedibile. Introdurre norme precise sulla protezione e sulla tutela del Santuario dei Cetacei è una scelta non più rinviabile, il decreto anti-inchini non basta. Un’altra Concordia è sempre possibile».
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Clima, Greenpeace: «I leader del Pianeta ascoltino gli scienziati dell’IPCC e agiscano con urgenza tagliando le emissioni globali» (Mon, 08 Oct 2018)
Un piano ben definito per riuscire a limitare con urgenza il riscaldamento globale. È quanto propone lo “Special Report on 1.5 degrees Celsius” presentato in Korea nelle scorse ore dal Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change - IPCC). Il report mostra come le emissioni globali debbano essere dimezzate entro il 2030, per poi essere totalmente azzerate al massimo entro il 2050. Se infatti si dovesse continuare ad emettere CO2 ai ritmi odierni, ci si attende che la temperatura del Pianeta superi il grado e mezzo di aumento già tra il 2030 e il 2052. «Il Pianeta è in fiamme. Se vogliamo evitare altri tragici incendi, altre gravi tempeste e ulteriori perdite di vite umane, dobbiamo tagliare le emissioni globali entro i prossimi dieci anni», dichiara Jennifer Morgan, Direttrice Esecutiva di Greenpeace International. «Una sfida enorme, ma che possiamo affrontare. Non agire sarebbe questione di vita o di morte per milioni di persone in tutto il mondo, in particolare per le più vulnerabili». Per riuscire a contenere l’innalzamento delle temperature entro 1,5 gradi Celsius, il consumo globale di carbone dovrebbe essere ridotto di almeno due terzi entro il 2030 e arrivare quasi a quota zero, nella produzione elettrica, entro il 2050. Le rinnovabili dovrebbero invece salire a quota 70-85% della produzione elettrica entro il 2050, con scenari che mostrano che queste percentuali potrebbero essere addirittura più alte. Il rapporto dell’IPCC mostra inoltre come la maturazione tecnologica delle tecnologie solari, eoliche e di stoccaggio potrebbe essere un segnale di come un cambiamento sistemico, nel settore dell’energia, sia già in corso. Anche il ricorso a petrolio e gas dovrebbe diminuire rapidamente. Una roadmap non basata su tecnologie di rimozione della CO2 richiede un calo di circa il 37 per cento dell’uso di petrolio entro il 2030, rispetto ai livelli del 2010. Soluzioni naturali di contrasto ai cambiamenti climatici, come la protezione delle foreste e la riforestazione, potrebbero fornire oltre un terzo della riduzione a costi competitivi delle emissioni di CO2 fino al 2030, per mantenere l’aumento globale delle temperature entro i 2 gradi, con un potenziale elevato anche per un obiettivo a 1,5 gradi. «Questo dell'IPCC è il rapporto più importante che abbiamo mai avuto in fatto di scienza climatica. I governi e le grandi aziende ora non possono più nascondersi, devono dimostrare di comprendere la scienza, agendo con l'urgenza che questa richiede», continua Morgan. «Ma abbiamo tutti un ruolo, ogni persona deve fare tutto ciò che è in suo potere per cambiare rotta e seguire il piano dell’IPCC», conclude. Il lancio del rapporto dell’IPCC ha coinciso con una azione degli attivisti di Greenpeace, che sull’edificio dove si è tenuta la conferenza stampa hanno aperto uno striscione con il messaggio “Abbiamo ancora speranza, azione per il clima ora!” Il rapporto dell’IPCC contribuirà direttamente alla Conferenza del Clima dell’ONU il prossimo dicembre (COP24) e sarà il riferimento per i governi nel rilanciare i propri piani di azione sul clima.
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Migranti: Greenpeace sostiene la missione di Mediterranea contro i naufragi di stato (Thu, 04 Oct 2018)
Greenpeace sostiene la nave “Mare Ionio” e tutti coloro, dalle ONG alla Guardia Costiera, che si impegnano a salvare vite umane in mare nel rispetto degli obblighi imposti dal Diritto Internazionale e dall’umana coscienza. “La nostra è un’associazione nata sul mare. E la prima regola di un uomo di mare è che non si lascia nessuno in mare. Abbandonare un naufrago è un’azione infame: ci perdi il rispetto, il sonno, l’anima. Non si fa, e basta. Più volte abbiamo ribadito che criminalizzare chi salva vite in mare è una barbarie, e a questa barbarie non vogliamo arrenderci” commenta Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. Greenpeace ritiene che gli attuali flussi migratori siano già da inquadrare nel più ampio contesto della “Giustizia climatica”. Sebbene sia difficile considerare i cambiamenti climatici come la sola causa di questi flussi migratori, è ormai accertato che gli impatti del cambiamento climatico sono una delle cause che spingono ogni anno milioni di uomini, donne e bambini ad abbandonare le proprie case, terre, comunità. Ad esempio, Greenpeace ricorda come l’ultimo rapporto congiunto di FAO, WFP, UNICEF, OMS e IFAD (The State of Food Security and Nutrition in the World – SOFI 2018) è molto netto nel ricordare che il cambiamento climatico sta distruggendo i successi ottenuti nel ridurre la fame sul Pianeta, dichiarando che “l’esposizione a eventi climatici estremi, intensi e complessi rischia di erodere e ribaltare quanto è stato fatto finora per porre termine alla fame e alla malnutrizione”. L’Europa e l’Italia hanno, come tutti i Paesi sviluppati, una responsabilità innegabile riguardo al degrado ambientale in generale e ai cambiamenti climatici in particolare e devono coerentemente intervenire per rimuovere le cause di queste migrazioni forzate e, al tempo stesso, soccorrere e accogliere coloro che fuggono da disastri di cui siamo corresponsabili.
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Greenpeace in 15 città italiane per chiedere a Generali di diventare leader contro i cambiamenti climatici (Thu, 04 Oct 2018)
“Acqua alta in arrivo”, “Cambiamenti climatici in corso”. Con questi messaggi i volontari di Greenpeace hanno manifestato quest’oggi in circa 15 città italiane, nei pressi di diverse agenzie di Assicurazioni Generali. Il binomio cambiamenti climatici e Assicurazioni Generali è presto spiegato: da circa un anno Greenpeace, in collaborazione con Re:Common e molte associazioni internazionali, chiede al Leone di Trieste di smettere di assicurare e finanziare centrali e miniere a carbone, il più inquinante tra tutti i combustibili fossili. «Lo scorso febbraio – dichiara Luca Iacoboni, responsabile della Campagna energia e clima di Greenpeace Italia – Generali ha approvato una “strategia sul cambiamento climatico”, un primo passo che però prevede delle pericolosissime “eccezioni” grazie alle quali il più grande gruppo assicurativo italiano potrà continuare a finanziare e assicurare il carbone in Polonia e Repubblica Ceca. Paesi che hanno impianti tra i più inquinanti d’Europa. Chiediamo a Generali – aggiunge Iacoboni - di diventare un vero leader nella lotta ai cambiamenti climatici, abbandonando il carbone senza eccezioni ed impegnandosi così ad assicurare a tutti i cittadini un futuro con meno disastri climatici». Tra le “eccezioni” nella strategia di Generali ci sono: la centrale di Kozienice, secondo impianto più grande d'Europa; la miniera di Turow, che si calcola inquini l'acqua potabile di 30mila persone; la centrale di Opole, che raddoppierà la produzione nei prossimi anni e che già oggi emette ogni anno oltre 5 milioni di tonnellate di CO2 (tanta CO2 quanta ne emettono in media, nello stesso periodo, circa 2,5 milioni di SUV). I volontari dell’associazione ambientalista hanno simbolicamente “portato” nelle piazze italiane l’innalzamento del livello del mare, che secondo uno studio dell’Enea sarà nel nostro Paese di 90-140cm al 2100. Tra le cause principali di questo fenomeno ci sono proprio i cambiamenti climatici, oltre ad altri fattori come erosione delle coste e cementificazione. L’Enea ha recentemente prodotto anche delle dettagliate mappe che analizzano diverse zone d’Italia particolarmente a rischio. «Tra le città più in pericolo c’è Venezia ma anche Trieste, sede storica proprio di Generali. Speriamo che questo paradosso spinga il management del Gruppo – conclude Iacoboni – a prendere una posizione davvero ambiziosa sul tema dei cambiamenti climatici, iniziando dall’abbandono immediato del carbone senza nessuna eccezione perché non abbiamo davvero più tempo da perdere e, se non agiamo oggi, domani potrebbe essere già troppo tardi». A dicembre si terrà in Polonia la annuale Conferenza sul Clima (COP24), proprio vicino ad alcuni degli impianti in cui Generali si trova coinvolta. Gli occhi di tutto il mondo saranno puntati sulla Polonia e soprattutto sugli impianti a carbone. Generali ha la possibilità di giocare un ruolo fondamentale in uno dei momenti storici più importanti nella lotta ai cambiamenti climatici. Speriamo che ne prenda consapevolezza e diventi un leader del settore da imitare in tutto il mondo.
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Greenpeace: “Ci aspettiamo che il nuovo report IPCC dimostri la necessità di azioni urgenti” (Mon, 01 Oct 2018)
«Alluvioni, siccità, tifoni, ondate di calore sono sempre più frequenti e forti in tutto il mondo, e sono solo alcune delle conseguenze del clima che cambia», dichiara Luca Iacoboni, responsabile Campagna energia e clima di Greenpeace Italia all’apertura, in Corea del Sud, della riunione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il braccio scientifico dell’Onu che si occupa in particolare di cambiamenti climatici. Il meeting, a cui Greenpeace partecipa in qualità di osservatore ufficiale con scienziati e delegazioni dei vari governi porterà, l’8 ottobre, alla pubblicazione di un rapporto che mostrerà ai decisori politici le possibili strade da percorrere per raggiungere l’obiettivo climatico, siglato alla COP21 di Parigi nel 2015, di mantenere l’aumento di temperatura entro 1.5 °C. «Crediamo che il report che verrà pubblicato la prossima settimana dall’IPCC – aggiunge Iacoboni - sarà un monito a tutta la classe politica: non abbiamo davvero più tempo da perdere. Possiamo limitare gli impatti dei cambiamenti climatici ma dobbiamo agire subito, abbandonare una volta per tutte petrolio, carbone, gas e nucleare e accelerare la rivoluzione energetica verso un mondo 100 per cento rinnovabile». Il report IPCC delineerà le varie possibili strade che ci troviamo davanti, poi starà alla politica decidere quale percorrere. «In questo momento così importante serve più ambizione da parte della politica, delle aziende e degli stessi cittadini, che vivono più di tutti sulla propria pelle gli impatti dei cambiamenti climatici. Con il report dell’IPCC avremo uno strumento chiaro e aggiornato su quelli che sono gli scenari per il presente e per il futuro. Ci aspettiamo che i leader mondiali che si riuniranno a dicembre in Polonia per la COP24 si schierino al fianco dei cittadini e non della grande lobby fossile», conclude Iacoboni. Alla prossima COP24, che si terrà in Polonia dal 2 al 14 dicembre, tutti i Paesi saranno chiamati ad aumentare i propri obiettivi di riduzione delle emissioni di CO2 e di produzione da fonti rinnovabili. Il report dell’IPCC dovrebbe essere lo strumento scientifico che guiderà le prossime decisioni e azioni politiche.
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Giornata per eliminazione totale armi nucleari, Greenpeace chiede a Presidente Camera Fico e a Vicepremier Di Maio sostegno a ratifica italiana di trattato ONU (Wed, 26 Sep 2018)
In occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari, Greenpeace ha scritto al Presidente della Camera, Roberto Fico, e al Vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, per chiedere una rapida ratifica del Trattato ONU per la Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) da parte dell’Italia. Il TPNW è stato adottato il 7 luglio 2017 ma, a distanza di poco più di un anno, solamente quindici Paesi - tra cui la Santa Sede e, in Europa, solo l’Austria - hanno ratificato quest’accordo storico che, per entrare in vigore, deve essere ratificato da 50 Stati. L’Italia non ha ancora firmato, né quindi ratificato, questo accordo. Il Presidente della Camera Fico e il Vicepresidente del Consiglio Di Maio sono tra i firmatari dell’appello lanciato a suo tempo da ICAN - International Campaign to Abolish Nuclear Weapons (Campagna Internazionale per Abolire le Armi Nucleari) – a favore della firma del Trattato stesso. «Un mondo sempre più instabile e imprevedibile è più sicuro senza armi nucleari», dichiara Giuseppe Onufrio, Direttore Esecutivo di Greenpeace Italia. «Sia il Vicepresidente del Consiglio Di Maio che il Presidente della Camera Fico avevano firmato l’appello di ICAN a sostegno del Trattato che proibisce le armi nucleari e ne sono dunque consapevoli. Chiediamo loro quindi di intervenire, perché l’Italia firmi e ratifichi al più presto un Trattato che ci rende tutti più sicuri». Greenpeace sostiene oggi l’iniziativa condotta da ICAN in tutto il mondo per promuovere una rapida ratifica del TPNW. Nel 2017, lCAN ha vinto il Premio Nobel per la Pace come riconoscimento per l’impegno profuso per il raggiungimento di questo obiettivo.  
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Plastic Radar, Greenpeace: la plastica monouso di San Benedetto, Coca-Cola e Nestlé inquina i mari italiani (Fri, 21 Sep 2018)
Quasi 6800 rifiuti segnalati, il 90 percento dei quali in plastica usa e getta, e riconducibili in gran parte a San Benedetto Group, Coca-Cola Company e Nestlé: è quanto emerge dall’analisi dei dati di Plastic Radar, l’iniziativa di Greenpeace che, raccogliendo le segnalazioni di tutti gli amanti del mare attraverso WhatsApp, ha permesso di far luce sullo stato dell’inquinamento da plastica sulle spiagge, sui fondali e nei mari italiani. «Da inizio giugno a fine agosto, da nord a sud della nostra penisola, più di 3200 persone hanno partecipato a Plastic Radar diventando parte attiva nella denuncia di questa grave crisi ambientale e chiedendo un cambio di direzione nell’attribuzione della responsabilità» spiega Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Sebbene Plastic Radar non rappresenti un rigoroso strumento di analisi scientifica, la numerosità del campione di segnalazioni ottenute consente un buon livello di confidenza in merito ai risultati dell’attività. L’analisi delle segnalazioni fotografiche di rifiuti in plastica presenti lungo i litorali italiani ha permesso non solo di far luce sulla tipologia di imballaggi e contenitori più presenti, ma di individuare anche i marchi e le aziende produttrici. Delle quasi 6800 segnalazioni valide ricevute, il 91 per cento ha riguardato rifiuti in plastica usa e getta, ovvero oggetti progettati per un utilizzo che va da pochi secondi ad alcuni minuti, e in gran parte rappresentati da bottiglie per l’acqua minerale e bevande (25 per cento); a seguire, nell’ordine: confezioni per alimenti (circa il 10 per cento), frammenti (6 per cento), sacchetti di plastica (4 per cento), bicchieri, flaconi di detersivi, tappi e reti (tutti al 3 per cento) e contenitori industriali, flaconi di saponi e contenitori in polistirolo (tutti al 2 per cento). Per quel che riguarda le reti da pesca, la maggior parte è stata segnalata dalle coste del Mar Adriatico e del Mar Ionio, con un contributo importante delle reti tubolari utilizzate da alcuni anni negli allevamenti di cozze. Considerando che la tipologia di rifiuto in plastica più segnalata è rappresentata dalle bottiglie per l’acqua minerale e le bevande, non sorprende che il PET (Polietilene Tereftalato) sia risultato il polimero più comune nei mari italiani, seguito dall’HDPE (Polietilene ad alta densità). Dalle segnalazioni in cui è stato possibile identificare il marchio di appartenenza, è emerso che gran parte di queste era riconducibile alle aziende produttrici San Benedetto Group, Coca-Cola Company e Nestlé «Sebbene la presenza di rifiuti in plastica lungo i litorali italiani sia molto spesso imputabile a uno scorretto comportamento individuale, le multinazionali degli alimenti e delle bevande devono assumersi le proprie responsabilità di fronte ad una contaminazione sempre più grave. Le grandi aziende non possono ignorare la difficoltà di riciclare tutta la plastica che immettono sul mercato in volumi sempre crescenti e devono cominciare a fornire alternative ai consumatori che non prevedano il ricorso alla plastica usa e getta», conclude Ungherese. Leggi i risultati di Plastic Radar
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Plastic radar (Fri, 21 Sep 2018)
Quasi 6800 rifiuti segnalati, il 90 percento dei quali in plastica usa e getta, e riconducibili in gran parte a San Benedetto Group, Coca-Cola Company e Nestlé: è quanto emerge dall’analisi dei dati di Plastic Radar, l’iniziativa di Greenpeace che, raccogliendo le segnalazioni di tutti gli amanti del mare attraverso WhatsApp, ha permesso di far luce sullo stato dell’inquinamento da plastica sulle spiagge, sui fondali e nei mari italiani. Sebbene Plastic Radar non rappresenti un rigoroso strumento di analisi scientifica, la numerosità del campione di segnalazioni ottenute consente un buon livello di confidenza in merito ai risultati dell’attività. L’analisi delle segnalazioni fotografiche di rifiuti in plastica presenti lungo i litorali italiani ha permesso non solo di far luce sulla tipologia di imballaggi e contenitori più presenti, ma di individuare anche i marchi e le aziende produttrici. Leggi il report 
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Clima. Greenpeace “Dieci anni per dire addio alle auto a benzina, gasolio e alle ibride convenzionali” (Thu, 20 Sep 2018)
Se l’Europa intende onorare gli impegni presi con gli accordi di Parigi per limitare l’innalzamento delle temperature medie entro il grado e mezzo, la vendita di auto a benzina, a gasolio e delle ibride convenzionali dovrà finire entro il 2028. È quanto emerge da uno studio commissionato da Greenpeace al prestigioso istituto di ricerca tedesco DLR. Il rapporto chiarisce anche che il numero delle auto a benzina e gasolio circolanti sulle strade europee dovrà ridursi dell’80% entro il 2035 e che – a meno di politiche attive e drastiche, che anticipino ulteriormente la scomparsa dei veicoli “fossili” – le auto con motori a combustione interna rimarranno tra le flotte europee fino ai primi anni ’40. «Il phase out dei motori ‘fossili’, alimentati con i derivati del petrolio, non solo avrà effetti positivi per il clima ma aiuterà significativamente a ridurre la crisi sanitaria che viene dall’inquinamento atmosferico, migliorando la nostra qualità della vita», ha dichiarato Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace Italia. L’abbandono della tecnologia del motore a combustione interna, tuttavia, sarà possibile solo se i governi nazionali e l’industria dell’automobile si faranno pienamente carico della sfida per la difesa del clima. Il confronto tra il Parlamento Europeo e i Paesi membri dell’Unione riguardo ai tetti di emissione di gas serra per automobili e veicoli commerciali leggeri mostra, però, quanto i politici europei siano lontani dal senso profondo di questa sfida. «Molte case automobilistiche sono ancor oggi disperatamente aggrappate al motore a combustione interna. Tuttavia, se queste imprese vogliono conservare le loro quote di mercato, dovranno spostarsi velocemente verso nuovi modelli di business, investendo sull’auto elettrica e verso servizi di mobilità condivisa. Questo richiederà nuove norme e nuovi investimenti per sviluppare veicoli elettrici economici, più piccoli e con consumi di energia ridotti», ha aggiunto Boraschi. La prospettiva di rimpiazzare le auto oggi circolanti con auto elettriche, in un rapporto di uno a uno, non è sostenibile in termini ambientali. Il numero di auto private circolanti dovrà ridursi sensibilmente e, al contempo, dovrà realizzarsi una profonda innovazione tecnologica capace di cambiare drasticamente il mondo dell’auto. Greenpeace chiede ai governi europei di garantire che la vendita di auto “a petrolio”, incluse le ibride convenzionali, abbia termine entro il 2028. Ogni Stato dovrà fissare un’opportuna data di phase out e adottare e implementare una cornice normativa vincolante per decarbonizzare velocemente e radicalmente il settore trasporti. Leggi il report (in inglese)
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Greenpeace in azione a New York in apertura negoziati su accordo globale per tutela degli oceani, «Necessaria una rete di santuari marini» (Tue, 04 Sep 2018)
Attivisti di Greenpeace hanno fatto volare questa mattina una tartaruga gigante nei pressi del quartier generale delle Nazioni Unite, a New York, dove - per la prima volta nella storia - gli Stati membri si stanno riunendo per definire un accordo globale per la tutela degli oceani al di fuori dei confini nazionali. Questi negoziati sono il risultato di un processo durato dieci anni e che potrebbe concludersi già nel 2020. In contemporanea, gli attivisti hanno aperto uno striscione con la scritta: “I nostri oceani hanno bisogno di un trattato globale”. «In questo momento, il destino dei nostri oceani è nelle mani di ogni governo coinvolto in questi negoziati», dichiara Sandra Schoettner, responsabile della campagna di Greenpeace per la creazione di santuari marini. «Non è un’esagerazione dire che nel Palazzo Di Vetro si sta facendo la storia, è urgente che si crei un trattato che permetta di realizzare una rete globale di santuari marini». Questo accordo sugli oceani è cruciale poiché le leggi che attualmente tutelano le acque al di fuori delle giurisdizioni nazionali sono estremamente frammentate, inadeguate e concentrate principalmente sul diritto a sfruttare risorse, piuttosto che sul dovere di proteggerle. Lo stesso Mediterraneo è spesso soggetto ad attività distruttive per la mancata volontà dei governi costieri di sviluppare reali misure di tutela in zone internazionali di mare. In assenza di un accordo globale, solo l’1 per cento degli oceani è ad oggi protetto. Come conseguenza, mari e oceani sono ridotti allo stremo a causa di pesca eccessiva, inquinamento, cambiamenti climatici e altre attività umane. «La superficie dell’oceano che si estende oltre i confini nazionali rappresenta quasi la metà del nostro Pianeta», continua Schoettner. «Gli oceani appartengono a tutti noi, ma se non agiamo immediatamente per proteggerli perderemo habitat e specie animali fondamentali, spesso prima ancora di aver avuto l’opportunità di conoscerle. Per i leader mondiali è questo il momento di mostrare di voler davvero raggiungere l’imperativo scientifico di proteggere almeno il 30 percento dei nostri oceani entro il 2030. Un risultato che può essere raggiunto unicamente con un trattato globale che da un lato protegga realmente queste acque, e dall’altro permetta di creare una rete globale di santuari marini», conclude.
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Dimissioni Hulot, Greenpeace: «Scelta coraggiosa, Macron deve smettere di dare precedenza a interessi multinazionali» (Tue, 28 Aug 2018)
Commentando le dimissioni di Nicolas Hulot dal ruolo di Ministro della Transizione ecologica, Jean-François Julliard, Direttore Esecutivo di Greenpeace Francia, dichiara: «Sfortunatamente abbiamo perso un anno cruciale nella lotta ai problemi ambientali. E questa estate ha dimostrato, ancora una volta, la portata senza precedenti dei cambiamenti climatici. Nicolas Hulot ha finalmente preso la coraggiosa scelta di abbandonare un governo di cui non vuole più essere l’etichetta verde. Hulot è stato in pratica condannato ad essere senza poteri e a difendere le contraddizioni di un presidente che rifiuta la transizione energetica e ambientale. Emmanuel Macron deve prima di tutto cambiare la sua visione, migliorando radicalmente i suoi obiettivi e smettendola di dare la precedenza agli interessi delle industrie e delle multinazionali. La protezione dell’ambiente è una precondizione necessaria per tutte le misure sociali ed economiche. Senza una profonda trasformazione delle nostre società in campi come l’energia, i trasporti e il cibo, noi non saremo capace di combattere i cambiamenti climatici», conclude.
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Indagine di Greenpeace rivela che in Italia un locale plastic free è già possibile (Fri, 03 Aug 2018)
Superare l'impiego di alcuni dei più comuni oggetti in plastica usa e getta, uno dei punti in discussione nella recente direttiva europea sulla plastica monouso, è già possibile. Lo rivela un’indagine condotta nelle scorse settimane dai volontari di Greenpeace in 162 bar, pub e caffetterie situati in dieci città italiane: Bari, Bologna, Firenze, Udine, Napoli, Milano, Palermo, Torino, Pisa e Padova. Dall’indagine, somministrata sotto forma di questionario ai gestori dei locali, emerge che il 95 per cento di questi non impiega già piatti usa e getta né in plastica né in altri materiali, il 77 impiega agitatori per cocktail in metallo utilizzabili infinite volte, il 58 non utilizza posate in plastica ma nemmeno in altri materiali monouso e il 13 per cento usa cannucce in metallo lavabili e riutilizzabili. «Superare l’utilizzo della plastica monouso, e più in generale non ricorrere a prodotti usa e getta, è già una realtà in numerose città italiane», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. «L’Unione Europea e il Ministro Costa non hanno alibi: è possibile già da oggi adottare soluzioni ambiziose che vadano al di là della semplice sostituzione della plastica usa e getta con altri materiali, come carta e bioplastica”. Nelle scorse settimane Greenpeace, insieme alle altre organizzazioni della coalizione europea “Rethink Plastic Alliance”, ha messo in evidenza, infatti, le varie problematiche ambientali connesse alla sostituzione della plastica monouso con la bioplastica, ribadendo la necessità di prevenire e ridurre la produzione di rifiuti a monte: unica strategia sostenibile a lungo termine. A parlare sono i fatti. Dall’indagine condotta da Greenpeace, per esempio, emerge che alcuni dei locali italiani hanno già adottato una strategia “rifiuti zero”, come il caso di Lortica a Bologna che, oltre a dare la possibilità ai clienti di riempire gratuitamente le proprie borracce per l’acqua, sceglie per i propri acquisti principalmente alimenti sfusi, riducendo al minimo il ricorso al packaging indipendentemente dal materiale di cui è composto. L’Ex Asilo Filangieri a Napoli utilizza per la birra solo bicchieri in plastica non monouso, lavabili e riutilizzabili, con l'applicazione di un deposito cauzionale di 50 centesimi di euro che vengono restituiti alla riconsegna del bicchiere. Il locale Sabir di Palermo, poi, ha sostituito le cannucce in plastica monouso con quelle in rame, che possono essere lavate ed utilizzate infinite volte. Se da un lato molti locali hanno deciso di abbandonare la plastica monouso è necessario sottolineare come, nel corso dell’indagine, siano emerse numerose criticità soprattutto riguardo le bottiglie in plastica usa e getta per l'acqua minerale. Infatti, di tutti i locali in cui sono state condotte le interviste, solo il 15 per cento adotta per l’acqua imballaggi e sistemi alternativi di distribuzione: sinonimo inequivocabile che per questi prodotti le aziende forniscono, sia ai gestori dei locali che ai consumatori, poche alternative alla plastica tradizionale. «Se vogliamo salvare i mari dalla plastica è necessario che e i grandi marchi degli alimenti e delle bevande, che immettono sul mercato grandi volumi di plastica monouso, facciano la loro parte e si assumano le loro responsabilità. Queste aziende sanno benissimo che è impossibile riciclare tutta questa plastica. Per questo, insieme ad oltre un milione di persone che hanno aderito al nostro appello, chiediamo loro di ridurre drasticamente l’utilizzo di contenitori e imballaggi in plastica monouso», conclude Ungherese.
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Casa Surace e Greenpeace insieme contro la plastica usa e getta (Wed, 01 Aug 2018)
Come ridurre l’utilizzo della plastica monouso e combattere l’inquinamento da questo materiale nei nostri mari? Lo spiega con ironia un nuovo video diffuso oggi da Casa Surace, realizzato in collaborazione con Greenpeace Italia. Pochi minuti per spiegare in modo originale come si possa fare a meno di oggetti in plastica - bicchieri, piatti, posate, cannucce - che vengono utilizzati soltanto per pochi minuti, ma che in realtà hanno un impatto devastante e duraturo sull’ambiente. «Siamo molto contenti della collaborazione con Casa Surace, il loro video risponde con semplicità e intelligenza ai dubbi più comuni sulla plastica monouso, e dimostra come sia possibile sostituirla nella nostra vita quotidiana», dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. «Nonostante infatti si parli sempre più spesso dell’inquinamento da plastica usa e getta, c’è bisogno di soluzioni, anche semplici, che evitino un peggioramento del fenomeno», conclude. Guarda il video
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Nuovo inquinamento in Veneto, Greenpeace chiede a magistratura sequestro di Miteni e verifica di eventuali responsabilità di funzionari pubblici (Thu, 26 Jul 2018)
Greenpeace chiede oggi il sequestro preventivo dell’azienda chimica Miteni e la verifica su eventuali responsabilità, frutto di dolo o di omissione, addebitabili ai rappresentanti legali dell’azienda e a rappresentanti e funzionari di tutte le amministrazioni pubbliche coinvolte in un nuovo caso di inquinamento, accertato già nel 2013 e parallelo alla questione PFAS. L’organizzazione ambientalista ha per questo depositato in queste ore due differenti esposti: un primo presso la Procura competente di Vicenza, un secondo presso la Corte dei Conti del Veneto. Da alcuni documenti, ottenuti da Greenpeace tramite istanza pubblica di accesso agli atti presso gli enti locali veneti, emerge infatti che nel 2013 in numerosi piezometri – pozzi di osservazione per misurare parametri chimico-fisici della falda acquifera - del sito produttivo di Miteni, le concentrazioni nella falda di alcune sostanze chimiche già normate superavano fino a tre volte le Concentrazioni Soglia Consentite (CSC), ovvero concentrazioni oltre le quali è previsto intervenire con operazioni di bonifica. Tali superamenti sono stati comunicati dalla stessa Miteni alle autorità competenti insieme alla richiesta di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), poi concessa dalla Regione Veneto con decreto numero 59 del 30 luglio 2014. Le sostanze chimiche in questione erano differenti dai PFAS, e nello specifico: 1,2 Dicloropropano, Tricloroetilene, Tetracloroetilene, Cloroformio, Bromodiclorometano. Si tratta di sostanze già note per la loro pericolosità per la salute umana e che, secondo la classificazione dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), sono sicuramente cancerogene (l’1,2 Dicloropropano), probabilmente cancerogene (Tricloroetilene e Tetracloroetilene) o potenzialmente cancerogene per l'uomo (Cloroformio, Bromodiclorometano e 1,4 Diclorobenzene). «Quanto emerge dalla consultazione dei documenti ufficiali è gravissimo e pone seri interrogativi sull’operato delle istituzioni locali preposte che, di fronte a prove tangibili di un inquinamento oltre le soglie di sostanze già normate, non solo non hanno preso alcun provvedimento cautelativo e sanzionatorio, ma hanno di fatto garantito a Miteni la continuità ad operare col rinnovo dell’AIA nel 2014», dichiara Giuseppe Ungherese, Responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Tutte le autorità locali riunite nella conferenza dei servizi (Regione Veneto, ARPAV, Provincia di Vicenza e Comune di Trissino) erano a conoscenza di tali violazioni almeno dal luglio 2014. Tuttavia, a fronte di una grave e accertata situazione di inquinamento delle acque da parte di Miteni, le autorità preposte non hanno adottato tutte le cautele del caso né tantomeno la doverosa e concreta applicazione del principio di precauzione. Inoltre, riguardo le misure intraprese da Miteni per contenere l’inquinamento, dai documenti ufficiali non risultano azioni specifiche di controllo sulla tenuta e l’efficacia della barriera idraulica, realizzata su iniziativa dell’azienda stessa e implementata nel 2016, sempre su iniziativa di Miteni. Anche su questo aspetto, con la denuncia di oggi, Greenpeace chiede alla magistratura di accertare l’operato degli enti tecnici regionali deputati ai controlli. «Riteniamo che ci sia la ragionevole possibilità che nel corso delle indagini penali emergano gravi responsabilità anche da parte di funzionari pubblici», continua Ungherese. «Invitiamo pertanto la procura ad effettuare tutti gli accertamenti del caso e verificare le condotte degli enti pubblici che avrebbero dovuto perseguire l’unico obiettivo di tutelare il territorio e la popolazione già pesantemente colpita dall’inquinamento da PFAS», conclude.
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