Comunicati stampa

Mobilità sostenibile, Greenpeace compara Milano, Torino, Roma e Palermo. «Milano prima classificata, ultima Palermo» (mar, 19 giu 2018)
Quattro città italiane – Milano, Torino, Roma e Palermo – analizzate e comparate sul metro della mobilità sostenibile. È questo, in sintesi, il merito del rapporto “Living. Moving. Breathing. Ranking of 4 major Italian cities on Sustainable Urban Mobility”, realizzato dal Wuppertal Institute per conto di Greenpeace e diffuso oggi dall’organizzazione ambientalista. Il rapporto è un approfondimento di uno studio già diffuso lo scorso maggio, nel quale si mettevano a confronto 13 città europee in materia di sostenibilità dei trasporti. Utilizzando la stessa metodologia, gli studiosi del Wuppertal hanno quindi comparato le 4 città italiane; i dati raccolti e utilizzati sono relativi al 2016 e provenienti da fonti pubbliche ufficiali o direttamente dalle amministrazioni cittadine. Milano, Torino, Roma e Palermo sono state “lette” attraverso la lente di 21 diversi indicatori, sintetizzati in 5 parametri: sicurezza stradale, qualità dell’aria, gestione della mobilità, trasporti pubblici, mobilità attiva. Secondo lo studio, la città dove la mobilità è più sostenibile è Milano, che in termini di punteggio stacca nettamente le altre tre. Tra queste ultime (Torino seconda, Roma terza e Palermo ultima) le differenze di punteggio complessivo non sono marcate; i punteggi specifici ottenuti sui diversi parametri, però, rendono un quadro più chiaro delle profonde differenze tra i vari contesti urbani. «Questo studio evidenzia come la mobilità sostenibile sia un progetto concretissimo anche nel nostro Paese dove, tra molte difficoltà, si fanno strada innovazioni importanti e vengono approvati i primi piani per superare, nei contesti urbani, la mobilità privata fossile», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace. «Milano è una città che, lungi ancora dalla perfezione, sta trasformando profondamente la propria urbanistica e la propria logistica per migliorare la qualità della vita dei suoi cittadini e la mobilità. Altre città, come Roma e Palermo, partono da condizioni nettamente arretrate e hanno bisogno di migliore progettazione, maggiore coraggio da parte dei loro amministratori, nonché capacità di investire al meglio i fondi di cui dispongono, spesso insufficienti», conclude Boraschi. Il risultato di Milano è determinato da buone performance in materia di trasporto pubblico e mobility management; si tratta degli stessi indicatori, specularmente, che hanno maggiormente determinato il risultato negativo di Palermo. In generale le città italiane mostrano tassi di mobilità attiva - uso della bicicletta e spostamenti pedonali - molto più bassi di quelli di altre città europee e un livello di sicurezza stradale molto lontano dagli standard di altri centri urbani del Continente. Torino è risultata essere la città con le strade più insicure, ovvero con il più alto numero di morti tra pedoni e ciclisti in rapporto alla popolazione; è risultata anche essere la città con l’aria più inquinata. Ma la situazione dell’inquinamento atmosferico è grave in ognuna delle città oggetto della ricerca: tutte e quattro superano, ad esempio, i livelli di concentrazione massimi previsti dalle normative per il biossido di azoto, un gas tipico delle emissioni dei veicoli diesel La Capitale mostra inoltre indirizzi molto deboli di mobility management, che disincentivano poco o affatto l’uso del mezzo privato. Ciò determina anche una mobilità fortemente congestionata, con un incremento di circa il 40 percento dei tempi di spostamento, causato dall’alto numero di automobili presenti sulle strade. A Palermo i livelli di congestionamento del traffico sono persino leggermente superiori. La disponibilità di servizi di bike e car sharing è buona a Milano, modesta a Roma (specie in rapporto alla superficie della città) e nel capoluogo siciliano. La qualità del trasporto pubblico è forse l’indicatore sul quale si registrano le distanze maggiori tra i quattro sistemi urbani: da Milano, che ha un TPL di livello “europeo”, a Torino, dove il servizio è già meno efficiente e utilizzato; fino alla crisi di ATAC a Roma, assurta alle cronache nazionali, e al bassissimo livello di utilizzo dei mezzi pubblici da parte dei palermitani. Questi ultimi utilizzano un mezzo privato per il 75% degli spostamenti in città; i milanesi vi ricorrono invece solo nel 43% dei casi. «Quello che lo studio del Wuppertal Institute segnala, e che ancora per lo più manca alle città italiane, è una concezione integrata, e dunque una progettazione integrata, della mobilità», continua Boraschi. «Per abbandonare i mezzi privati i cittadini hanno bisogno di avere percorsi pedonali e ciclabili connessi con sistemi di mobilità condivisa e con il trasporto pubblico. Dall’integrazione di tutte queste opzioni di viaggio deve nascere una rete di mobilità sostenibile. Agire per potenziare un singolo aspetto – sia ad esempio il TPL o la ciclabilità – senza saldarlo fortemente a ogni altra forma di mobilità sostenibile, porta a risultati molto parziali», conclude. Per Greenpeace, la mobilità sostenibile ha un obiettivo chiaro: quello di superare quanto prima la mobilità privata a motore, un sistema fossile che danneggia il clima e peggiora drasticamente la vita nelle nostre città. Per questo l’organizzazione ambientalista sostiene gli indirizzi di Milano e Roma, in materia di limitazione della circolazione dei diesel, e chiede anche a Torino e Palermo di approntare presto piani di riduzione della mobilità privata, cominciando dai veicoli più inquinanti. Leggi il riassunto del report (in italiano)
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Greenpeace: Ue rimuove le barriere alla rivoluzione energetica ma l’obiettivo di crescita delle rinnovabili non è adeguato (gio, 14 giu 2018)
I pannelli solari potranno presto coprire milioni di tetti in tutta Europa, permettendo ai cittadini di diventare parte attiva nella transizione a un sistema di energia rinnovabile, grazie all’accordo raggiunto ieri in seno all’Unione europea. I governi europei hanno però frenato gli sforzi del Parlamento per aumentare il peso delle rinnovabili nel sistema energetico europeo, prevedendo un aggiornamento degli obiettivi di crescita delle fonti pulite nel 2023 e rigettando importanti misure di garanzia contro gli effetti nocivi delle bionergie e dei biocarburanti. “Questo accordo riconosce per la prima volta il diritto dei cittadini di partecipare alla rivoluzione energetica in Europa e abbatte alcune grandi barriere che frenano la lotta al cambiamento climatico. Tutto ciò garantisce alle persone e alle comunità un maggiore controllo sull’energia che utilizzano, mettendole in condizione di partecipare alla crescita delle rinnovabili e di sfidare i colossi del settore energetico in tutto il continente. L’obiettivo di crescita delle rinnovabili fissato al 32 per cento è però troppo basso e permette alle grandi compagnie energetiche di restare ancorate ai combustibili fossili o a tecnologie rivelatesi false soluzioni rispetto al cambiamento climatico” afferma Sebastian Mang, consulente energia di Greenpeace Ue. L’accordo tra il Parlamento europeo e i governi europei garantisce ai cittadini dell’Unione, alle autorità locali, ai piccoli imprenditori e alle cooperative il diritto di produrre, consumare, immagazzinare e vendere l’energia rinnovabile autoprodotta, senza essere per questo soggetti a sanzioni fiscali o oneri burocratici eccessivi. L’accordo mette al bando misure sanzionatorie che alcuni Paesi hanno introdotto per impedire ai propri cittadini di partecipare alla transizione energetica. In Romania, ad esempio, ai cittadini che vogliano vendere in rete l’energia che producono viene richiesto di fondare un’impresa e di corrispondere specifici requisiti fiscali. In Spagna, la “sun tax” impedisce la produzione diffusa di energia rinnovabile attraverso un sistema di tariffe onerose e ostacoli burocratici. La fine di queste misure vessatorie è stata una delle richieste centrali del Parlamento europeo nella negoziazione con gli stati membri. Per la prima volta, la legge europea riconosce il ruolo giocato dalle cooperative energetiche nella transizione energetica, rendendo più semplice per le persone realizzare i loro progetti nel campo delle rinnovabili e garantendo loro tutele contro il dominio dei mercati da parte delle grandi compagnie. Come dimostrato in un recente studio, i progetti gestiti dalle cooperative energetiche garantiscono alle economie locali guadagni otto volte superiori rispetto a progetti analoghi, gestiti però da una grande utility. Per Greenpeace l’obiettivo di crescita minima per l’energia rinnovabile al 32 percento entro il 2030 è inadeguato per prevenire gli effetti dannosi del cambiamento climatico. L’accordo raggiunto ieri consentirà inoltre ai Paesi e alle imprese di continuare a classificare come rinnovabili alcune bioenergie non sostenibili, spianando la strada all’abbattimento di altri alberi e alla deforestazione di foreste pluviali per la produzione di biocarburante che alimenterà centrali elettriche, stabilimenti industriali e autoveicoli. I negoziatori hanno convenuto di congelare ai livelli attuali l’utilizzo dei biocarburanti che maggiormente danneggiano la biodiversità, come l’olio di palma e di eliminarne l’uso entro il 2030, ponendo fine all’attuale obbligo per i Paesi membri dell’Unione di includere i biocarburanti ottenuti da colture nel loro mix energetico per il settore trasporti.
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Energia, Greenpeace in azione in Lussemburgo: «Italia si schieri in difesa di rinnovabili e clima. Ue punti su democrazia energetica.» (lun, 11 giu 2018)
In occasione del Consiglio Europeo per l’energia in corso in Lussemburgo, attivisti di Greenpeace sono entrati in azione per chiedere ai ministri riuniti di rispettare gli impegni sul clima e il diritto dei cittadini a produrre in autonomia energia da fonti rinnovabili. Gli attivisti hanno accolto i ministri srotolando due striscioni con i messaggi (in inglese): “Il nostro sole. La nostra energia. Il nostro futuro” e “Rinnovabili = Azione per il clima”. Gli attivisti hanno inoltre aperto un sole gigante, composto da messaggi provenienti da centinaia di cittadini europei che chiedono all’Ue l’abbandono di combustibili fossili e nucleare, in favore delle fonti rinnovabili. L’incontro si svolge a due giorni dall’ultima sessione di negoziati tra Parlamento, Consiglio e Commissione europea sulla Direttiva Ue per l’energia rinnovabile. Le posizioni di Parlamento e Consiglio sono molto distanti tra loro, con quest’ultimo che sta giocando al ribasso sugli obiettivi climatici e sta cercando di ostacolare la produzione di energia nelle mani dei cittadini. Mentre il nuovo governo spagnolo si è subito schierato in favore delle energie rinnovabili, c’è molta attesa per vedere quale sarà la posizione del governo italiano appena insediatosi, che potrebbe risultare decisiva per creare nuovi equilibri all’interno del Consiglio europeo. «Ci attendiamo che il nuovo governo, con Di Maio alla guida del Ministero dello Sviluppo Economico, si schieri in favore di rinnovabili e generazione distribuita. Del resto, alcuni dei cavalli di battaglia del Movimento 5 Stelle in campagna elettorale sono stati proprio la difesa del clima e la produzione di energia nelle mani dei cittadini. È dunque il momento di essere coerenti e passare dalle parole ai fatti», dichiara Luca Iacoboni, Responsabile della campagna Energia e Clima di Greenpeace Italia. «Nei prossimi giorni si deciderà il futuro energetico dell’Europa, e dell’Italia, per i prossimi dieci anni. Vedremo se il nostro Paese starà dalla parte dei cittadini e dell’ambiente o se continuerà a supportare le grandi aziende che inquinano il Pianeta e fanno profitti con i combustibili fossili», conclude. Attualmente alcuni Stati come Belgio, Francia, Lussemburgo, Olanda e Svezia hanno pubblicamente evidenziato l’urgenza di combattere i cambiamenti climatici e l’importanza di questo momento. Altri Paesi, tra cui Polonia, Ungheria e anche Germania, stanno invece chiedendo ulteriori sussidi per centrali a carbone e cercando di disincentivare la produzione di energia da parte dei cittadini. La posizione espressa dal Consiglio europeo sarà fondamentale in vista della imminente chiusura dei negoziati sulla Direttiva Rinnovabili. Il 13 giugno infatti è prevista l’ultima sessione di negoziazioni tra Parlamento europeo, Consiglio e Commissione, il cosiddetto trilogo. Al momento le discussioni sono intense e le posizioni dei vari organi molto distanti tra loro, ma un cambio di rotta da parte dell’Italia può essere decisivo per modificare gli equilibri e chiudere un accordo che sia positivo per il Pianeta e per le persone che lo abitano.
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Stop diesel a Milano, Greenpeace: «Scelta coraggiosa, Sala faccia presto e con determinazione» (ven, 08 giu 2018)
Greenpeace apprende con favore quanto dichiarato oggi dal sindaco di Milano Giuseppe Sala, riguardo la progressiva limitazione alla circolazione dei veicoli diesel sul territorio di Milano. «I provvedimenti annunciati oggi dal sindaco Giuseppe Sala vanno certamente nella giusta direzione specie se, come annunciato, l'orizzonte è una città "diesel free" al 2025», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace Italia. «Su questa materia Sala si dimostra un sindaco coraggioso e attento alla salute dei suoi cittadini. Da qui ai prossimi anni auspichiamo che gli sia presente un dato essenziale: i diesel euro 6, in alcuni casi, inquinano persino di più dei diesel euro 3 che intende giustamente vietare. Si tratta di numeri, non di opinioni, e la fonte è quello stesso istituto - l'International Council for Clean Transportation (Icct) - dalle cui ricerche emerse lo scandalo Dieselgate. Sala faccia presto e faccia con determinazione: Greenpeace è con lui», conclude Boraschi. Greenpeace dallo scorso ottobre ha lanciato una campagna che chiede ai sindaci di Roma, Milano, Torino e Palermo di vietare in tempi brevi la circolazione dei diesel nelle strade delle loro città. L’organizzazione ambientalista ritiene che i piani del Comune di Milano siano una risposta concreta e positiva alle sue richieste.
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Plastica, Greenpeace: «Bene annuncio Ikea, altri grandi marchi seguano l’esempio» (gio, 07 giu 2018)
Commentando quanto annunciato oggi da Ikea – ovvero l’eliminazione entro il 2020 di tutta la plastica monouso presente nei suoi prodotti venduti in tutto il mondo, e il ripensamento delle sue produzioni secondo i principi dell’economia circolare, con l’obiettivo di utilizzare solo energia rinnovabile e materiali riciclati entro il 2030 – Giuseppe Ungherese, della campagna Inquinamento di Greenpeace, dichiara: «La decisione di Ikea di rimuovere la plastica monouso dai suoi negozi è un passo importante nella giusta direzione. È giunto il momento anche per altre multinazionali di fare lo stesso e di ridurre drasticamente la quantità di plastica usa e getta immessa sul mercato. Ogni minuto che passa, nei mari del Pianeta finisce l’equivalente di un camion pieno di plastica, un quantitativo inaccettabile di rifiuti che ha raggiunto anche località remote come l’Antartide, l’Artide e il punto più profondo dell’oceano, la Fossa delle Marianne. Ikea ha dunque deciso di intervenire nel modo giusto, andando a ridurre l’inquinamento da plastica alla radice, anche se ci auguriamo che l’iniziativa non si limiti semplicemente alla sostituzione con bioplastiche o altri materiali comunque dannosi per l’ambiente», conclude Ungherese.
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Spedizione di Greenpeace scopre preoccupanti livelli di inquinamento da plastica in Antartide (gio, 07 giu 2018)
Analisi di laboratorio condotte su alcuni campioni raccolti durante una recente spedizione di Greenpeace in Antartide, evidenziano la presenza di microplastiche e altre sostanze chimiche in mare e nella neve. “Siamo abituati a pensare all’Antartide come a una terra remota e incontaminata,” dichiara Frida Bengtsson, della campagna di Greenpeace per la protezione dell’Antartide, “ma ormai l’impronta dell’uomo è evidente, dall’inquinamento ai cambiamenti climatici, fino alla pesca industriale al krill. Questi risultati mostrano che anche le zone più remote dell’Antartide sono contaminate dalla microplastica e da sostanze chimiche pericolose. È fondamentale agire alla radice per porre fine alla presenza di queste sostanze inquinanti in Antartide, e bisogna istituire un Santuario antartico che garantisca protezione a pinguini, balene e all’intero ecosistema.” Ci sono relativamente pochi dati per quanto riguarda la presenza di microplastica nelle acque dell’Antartide e queste analisi forniscono dati molto importanti. In sette campioni su otto di acque superficiali sono state trovate microplastiche e microfibre (almeno un frammento di microplastica per litro). Inoltre, su nove campioni di particolato marino, raccolti con la rete manta, due contenevano frammenti di microplastica. Le analisi di Greenpeace hanno documentato in Antartide anche la presenza di sostanze contaminanti come i PFAS (sostanze perfluoroalchiliche). “La plastica è stata trovata in ogni angolo dei nostri oceani, dall’Artide all’Antartide e nel punto più profondo dell’oceano, la Fossa delle Marianne” dichiara Giuseppe Ungherese, della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Abbiamo bisogno di un’azione urgente per ridurre la quantità di plastica nei nostri mari e creare riserve marine su vasta scala – come un grande Santuario antartico, già richiesto da oltre un milione e mezzo di persone – per proteggere la vita marina e i nostri oceani per le future generazioni”. I campioni sono stati raccolti durante una spedizione di Greenpeace in Antartide durata tre mesi, da gennaio a marzo 2018. Greenpeace ha condotto ricerche scientifiche come parte di una campagna volta alla creazione di un Santuario in Antartide. Con 1,8 milioni di chilometri quadrati di superficie, il Santuario misurerebbe cinque volte la Germania, rappresentando così la più vasta area protetta sulla Terra. Il progetto è stato proposto dall’Ue e una decisione verrà presa in occasione del prossimo incontro dell’Antarctic Ocean Commission (CCAMLR), il prossimo ottobre. “In Antartide abbiamo trovato ogni genere di rifiuto dell’industria ittica, come boe, reti e teloni, ed è stata una scena davvero desolante. Li abbiamo raccolti, ma ho capito chiaramente quanto sia importante impedire queste attività pericolose se vogliamo davvero proteggere l’incredibile fauna dell’Antartide.” conclude Bengtsson. Leggi il rapporto (in inglese) "Microplastics and persistent fluorinated chemicals in the Antarctic"
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Giornata mondiale ambiente. Greenpeace chiede ai governi del G7 e alle multinazionali di fermare l’inquinamento da plastica (mar, 05 giu 2018)
Appartengono per la maggior parte a Coca-Cola, Unilever, Nestlé e Procter & Gamble i rifiuti in plastica raccolti e catalogati recentemente da Greenpeace e da altre organizzazioni del movimento BreakFreeFromPlastic in alcune spiagge delle Filippine. Proprio a queste aziende, e alle maggiori potenze economiche che si incontreranno nei prossimi giorni al G7 in Canada, Greenpeace chiede interventi per la riduzione della produzione e immissione sul mercato di plastica usa e getta. "È necessario che i governi e le grandi multinazionali riconoscano che il riciclo non è la soluzione del problema. Bisogna fermare l'inquinamento da plastica prima che sia troppo tardi" dichiara Graham Forbes, responsabile della campagna plastica di Greenpeace. "In tutto il mondo, migliaia di persone si battono quotidianamente contro l'inquinamento da plastica, ma questa crisi ambientale necessita di interventi urgenti e azioni concrete per ridurre la produzione e il consumo di plastica monouso". Il movimento Break Free From Plastic - che rappresenta più di 1.200 gruppi in tutto il mondo tra cui Greenpeace - chiede ai paesi del G7 di approvare obiettivi di riduzione e divieti per la plastica monouso, investire in nuovi modelli di consegna dei prodotti basati sul riutilizzo e creare un sistema di tracciabilità della merce che renda le aziende responsabili della plastica che producono. Negli ultimi mesi, McDonald's, Starbucks, Procter & Gamble, Nestlé, Coca-Cola, Pepsi e Unilever hanno pubblicato piani volontari relativi all'inquinamento da plastica, ma nessuna delle aziende ha adottato interventi drastici per ridurre la produzione di imballaggi monouso. Mentre le aziende sono ancora riluttanti ad assumersi le proprie responsabilità, in tutto il mondo, tante persone si stanno attivando per promuovere cambiamenti attraverso azioni di pressione su imprese e governi chiedendo di ridurre o vietare la plastica usa e getta. Un gruppo di cittadini di Veracruz, in Messico, ha ottenuto il bando dei sacchetti di plastica e delle cannucce nel loro Stato. Ullapool, un villaggio scozzese, è diventato il primo comune plastic-free a seguito dell’attività di sensibilizzazione e pressione di alcuni bambini della scuola locale. Quasi 100 bar in Grecia hanno accettato di concedere sconti a tutti i clienti che impiegano le loro tazze riutilizzabili e in Italia, a seguito dei risultati delle indagini di Greenpeace e del CNR in cui erano stati riscontrati elevati livelli di microplastica nelle acque delle Isole Tremiti, il Sindaco ha vietato la vendita di alcuni prodotti in plastica monouso. “Iniziative come queste mostrano che ognuno può fare la differenza, facendo pressione su governi e multinazionali perché si facciano carico di questa grave crisi ambientale. Invitiamo tutti gli amanti del mare a partecipare all’iniziativa Plastic Radar (plasticradar.greenpeace.it) di Greenpeace segnalando la presenza di rifiuti di plastica in mare via Whatsapp al numero +39 342 3711267” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. Leggi i risultati recenti di pulizia e catalogazione dei rifiuti condotti in Asia: http://www.no-burn.org/philippine-top-polluters/
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Greenpeace: nasce Plastic Radar, un’iniziativa per segnalare i rifiuti in plastica nei nostri mari (ven, 01 giu 2018)
Greenpeace lancia oggi Plastic Radar, un servizio per segnalare la presenza di rifiuti in plastica sulle spiagge, sui fondali o che galleggiano sulla superficie dei mari italiani. È possibile partecipare all’iniziativa utilizzando la più comune applicazione di messaggistica istantanea, Whatsapp, inviando le segnalazioni al numero di Greenpeace +39 342 3711267. Attraverso il sito plasticradar.greenpeace.it sarà possibile consultare i risultati e scoprire quali sono le tipologie di imballaggi più comuni nei mari italiani, a quali categorie merceologiche appartengono, se sono in plastica usa e getta o multiuso e da quali mari italiani arriva il maggior numero di segnalazioni. “Le spiagge e i fondali marini sono soffocati dalla plastica. Con questa iniziativa invitiamo tutti gli amanti del mare a non rassegnarsi a convivere con la presenza di rifiuti in plastica ma ad accendere i riflettori su questo grave inquinamento che rappresenta una delle emergenze ambientali più gravi dei nostri tempi” dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. L’iniziativa è alla portata di tutti, basta avere un telefono cellulare su cui sia installata l’applicazione Whatsapp e, una volta ritrovato un rifiuto in plastica sulle spiagge, sui fondali o sulla superficie dei mari italiani, segnalarlo al numero di Greenpeace +39 342 3711267 tramite l’applicazione. Per effettuare una segnalazione sarà necessario scattare una foto del rifiuto e, se possibile, fare in modo che sia riconoscibile il marchio e il tipo di plastica di cui è costituito. Successivamente va inviata a Greenpeace, insieme alle coordinate geografiche del luogo dove è stato individuato il rifiuto. Ogni segnalazione viene elaborata da Greenpeace e i dati relativi a tipo di rifiuto e posizione saranno disponibili in forma aggregata - nell’arco di 24-48 ore - sul sito plasticradar.greenpeace.it “L’iniziativa, oltre a far luce sui rifiuti in plastica più presenti nei mari italiani, vuole individuare anche i principali marchi che, da anni, continuano a immettere sul mercato enormi quantitativi di plastica, principalmente usa e getta, non assumendosi alcuna responsabilità circa il suo corretto riciclo e recupero" dichiara Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. "Se vogliamo fermare l'inquinamento da plastica nei nostri mari, è necessario che le grandi aziende affrontino concretamente le loro responsabilità, in particolare riguardo la plastica monouso, avviando immediatamente programmi che riducano drasticamente il ricorso all'utilizzo di imballaggi e contenitori in plastica usa e getta" conclude Ungherese. Nei mesi scorsi Greenpeace ha lanciato una petizione (no-plastica.greenpeace.it), sottoscritta da più di un milione di persone in tutto il mondo, in cui si chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Procter & Gamble, McDonald’s e Starbucks di ridurre drasticamente l’utilizzo di contenitori e imballaggi in plastica monouso. Visita il sito plasticradar.greenpeace.it Guarda il video
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Greenpeace incontra Regione Lazio dopo protesta su smog, «Incontro costruttivo, ora valuteremo proposta nuovo piano qualità dell’aria» (mer, 30 mag 2018)
A seguito della protesta presso la sede della Regione Lazio di questa mattina, una delegazione di Greenpeace ha incontrato questo pomeriggio l’Assessore all’Agricoltura, promozione della filiera e della cultura del cibo, ambiente e risorse naturali Enrica Onorati, il Segretario Generale Andrea Tardiola e altri funzionari della Regione. In un clima di confronto costruttivo, Greenpeace ha sollecitato l'adozione di un Piano di Risanamento della Qualità dell'Aria nuovo e ambizioso, per fare fronte alle criticità ambientali consolidate sul territorio del Lazio. I rappresentanti del governo regionale hanno garantito di voler mettere a disposizione di Greenpeace, già nei prossimi giorni, quanto sin qui approntato per la redazione di un nuovo Piano. L’organizzazione ambientalista dunque domani non procederà con l'esposto nei confronti della Regione Lazio, riservandosi di studiare nel merito quanto acquisirà, e da lì valutare ulteriori iniziative.
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Smog, Greenpeace in azione alla Regione Lazio: «Chiediamo un immediato aggiornamento del piano sulla qualità dell’aria» (mer, 30 mag 2018)
Attivisti di Greenpeace hanno scalato questa mattina il palazzo della Regione Lazio, a Roma, calandosi poi lungo una parete dell’edificio sulla quale hanno aperto un enorme striscione con il volto di Nicola Zingaretti, coperto da una maschera antismog e accompagnato dalla scritta “Aria pulita ora!”. Gli attivisti hanno voluto denunciare il mancato adeguamento del “Piano di Risanamento per la Qualità dell’Aria” regionale alla normativa in vigore. Mentre alcuni attivisti hanno aperto il banner con il ritratto di Zingaretti - opera dello street artist Tvboy, famoso per le sue opere tra cui il murales del bacio tra Di Maio e Salvini - all’ingresso della sede della Regione altri attivisti hanno manifestato con striscioni che recitano “Tempo scaduto. Ci vediamo in Tribunale”. Greenpeace annuncia infatti un esposto contro il mancato aggiornamento da parte della Regione Lazio del piano per la qualità dell’aria attualmente in vigore. Un piano ormai assolutamente carente e inadeguato alla luce della normativa corrente, adottato oltre otto anni fa sulla base di una normativa del 1999. «Greenpeace si rivolgerà ai giudici per tutelare il diritto dei cittadini a respirare aria pulita. Il comportamento della Regione, che neppure si è degnata di rispondere in maniera adeguata alla nostra lettera di diffida, è deplorevole», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace Italia. «Il governo di Zingaretti è colpevole, da oltre cinque anni, di una grave inazione sul fronte dell’inquinamento atmosferico; è giunto il momento di rivolgersi ai giudici contro un immobilismo incomprensibile, senza scusanti e, soprattutto, dannoso per la salute di migliaia di cittadini». L'organizzazione aveva notificato lo scorso 19 febbraio una lettera di diffida alla Regione Lazio con la richiesta di adottare un “Piano di Risanamento per la Qualità dell’Aria” che individuasse le misure necessarie a riportare i livelli di inquinamento atmosferico in regione al di sotto dei valori di legge nel più breve tempo possibile. L'organizzazione aveva dato, in quella diffida, 60 giorni di tempo per avviare l’adeguamento del Piano ivi compresa l'indicazione di un termine chiaro, non oltre sei mesi per la sua conclusione. A fronte delle elezioni tenutesi il 4 marzo scorso, che hanno confermato la presidenza di Zingaretti, Greenpeace ha deciso di attendere oltre tre mesi. La Regione, nel frattempo, non ha risposto in modo adeguato alla diffida. La riprova dell’inefficacia dell’attuale Piano – e delle misure in esso contenute – è venuta recentemente anche dalla Commissione Europea: nel deferire l’Italia alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea per la ripetuta violazione delle norme in materia di inquinamento atmosferico, la Commissione ha incluso il Lazio tra le aree in cui le autorità non hanno presentato misure credibili, efficaci e tempestive per ridurre l'inquinamento entro i limiti il prima possibile. Dal 2010, anno di recepimento della direttiva europea più recente, in caso di sforamento dei limiti di legge per le concentrazioni di inquinanti, la legge impone alle Regioni di predisporre piani contenenti “misure appropriate affinché il periodo di superamento sia il più breve possibile”. A tal fine, le Regioni devono adottare un “Piano di Risanamento per la Qualità dell’aria” in cui siano individuati provvedimenti specifici, sia definito un calendario di interventi e siano valutati impatti e miglioramenti attesi. Tutti questi elementi sono del tutto assenti nel Piano attuale della Regione Lazio, adottato nel 2009 e mai aggiornato in linea con i chiari dettati della normativa. Come risultato di tale inerzia, sette anni dopo la loro entrata in vigore, a Roma le soglie legali per il biossido di azoto (NO2, un inquinante tipico della mobilità diesel che in Italia è causa di oltre 17 mila morti premature l’anno) sono superate anche del 50 percento. La serie storica dei rilevamenti di ARPA Lazio rivela che la capitale ha livelli di inquinamento da NO2 minori, di pochissimo, solo a quelli di Torino, e spesso più alti di quelli di Milano. Non va meglio con il PM10 nel frusinate, e in particolare nella Valle del Sacco: in dodici anni di vita della normativa su questo inquinante, i valori limite giornalieri sono stati superati puntualmente, anno dopo anno, fin quasi tre volte il numero consentito (fino a 93 giorni di sforamento nel 2017). Una “piccola Pianura Padana” nel centro Italia e una qualità dell’aria tra le peggiori d’Europa.
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Greenpeace: bene l’impegno della Commissione Europea su plastica monouso ma servono misure piu’ ambiziose (lun, 28 mag 2018)
Greenpeace, insieme alla coalizione ReThink Plastic Alliance, accoglie favorevolmente la nuova proposta di direttiva della Commissione Europea sulla plastica usa e getta e la considera un primo passo, importante e positivo, verso la riduzione degli imballaggi e dei contenitori in plastica monouso. La proposta prevede, tra i vari provvedimenti, il bando per cannucce, piatti e posate di plastica usa e getta e l’incremento del riciclo delle bottiglie. “Se vogliamo invertire la rotta, è fondamentale eliminare al più presto tutti quegli oggetti per i quali sono già disponibili alternative sostenibili. La proposta della Commissione Ue è un buon passo avanti ma è necessario avere più coraggio e ambizione: chiediamo ai membri del Parlamento Europeo di definire obiettivi precisi sulla riduzione della produzione e immissione sul mercato di imballaggi monouso. La proposta, altrimenti, è inefficace e non sufficiente per affrontare il grave inquinamento da plastica dei nostri mari” commenta Giuseppe Ungherese, responsabile della Campagna Inquinamento di Greenpeace Italia.
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Greenpeace: la maggioranza della commissione agricoltura del Parlamento Ue ha legami con l’agro-industria (gio, 24 mag 2018)
Una indagine di Greenpeace mostra che la maggioranza degli eurodeputati della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo ha legami con l’agro-industria. La salute e l’ambiente potrebbero non essere garantiti a sufficienza concedendo a questa Commissione un ruolo guida esclusivo nella riforma della PAC (Politica Agricola Comune). Ben 25 eurodeputati su 46, infatti, sono agricoltori, ex agricoltori, detengono quote in aziende agricole o rappresentano lobby di settore. Altri quattro deputati hanno qualche legame col settore, come parenti stretti coinvolti. “L’esperienza in campo agricolo è sicuramente importante, ma l’agricoltura ha riflessi su altri settori chiave come salute e ambiente. Sarebbe opportuno che anche chi ha competenze in questi campi avesse voce in capitolo nella discussione sulla riforma della PAC” afferma Marco Contiero, direttore delle politiche agricole di Greenpeace Ue. La futura PAC, che sarà applicata dal 2021 al 2027, sarà negoziata tra governi nazionali e Parlamento europeo. Quest’ultimo non ha ancora deciso se la Commissione Agricoltura giocherà nuovamente un ruolo esclusivo nel determinare la posizione del Parlamento, o se saranno tenuti nella giusta considerazione i temi della salute, dell’ambiente e della sicurezza alimentare. Una decisione finale è attesa dopo che la Commissione europea pubblicherà la propria proposta politica sulla nuova PAC, il 1 giugno. Leggi la ricerca di Greenpeace European Unit: www.greenpeace.org/eu-unit/Global/eu-unit/reports-briefings/2018/20180524-Out-of-Balance-industry-links-EU-AGRI-committee.pdf
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Mobilità sostenibile, Greenpeace compara 13 grandi città europee: «Roma ultima classificata, il primato va a Copenaghen» (mar, 22 mag 2018)
Roma fanalino di coda in fatto di mobilità sostenibile e sicurezza stradale, Copenaghen capofila. È quanto emerge dal report “Living. Moving. Breathing. Ranking of European Cities in Sustainable Transport”, realizzato dal Wuppertal Institute per conto di Greenpeace e diffuso oggi dall’organizzazione ambientalista. Il rapporto, utilizzando gli ultimi dati disponibili, relativi al 2016 e provenienti da fonti pubbliche ufficiali o direttamente dalle amministrazioni cittadine, compara la performance di 13 città europee in fatto di mobilità sostenibile, assegnando a ciascuno dei parametri utilizzati - sicurezza stradale, qualità dell’aria, gestione della mobilità, trasporti pubblici, mobilità attiva – un massimo di 20 punti, per un totale potenzialmente raggiungibile di 100 punti. Secondo l’analisi condotta, al primo posto si classifica Copenaghen, con un punteggio di 57 su 100, seguita nell’ordine da Amsterdam (55) e Oslo (50). Ultima classificata Roma (27), preceduta da Mosca (30,75), Londra e Berlino (appaiate a quota 34,50). «Questo studio evidenzia come la mobilità sia un settore chiave per la salute, l’economia, la vivibilità e la bellezza delle città in cui viviamo; e che una mobilità diversa e migliore non è un’utopia ma una realtà che va costruita con impegno», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace. «Ci sono città che, lungi ancora dalla perfezione, hanno trasformato completamente la propria urbanistica e la propria logistica per ridurre drasticamente la mobilità privata fossile. È un obiettivo ormai comune a molti governi locali; la differenza la fa il coraggio con cui lo si persegue e, conseguentemente, gli investimenti che si mettono in campo», conclude Boraschi. Il risultato di Roma è determinato da performance molto negative su alcuni degli indicatori della ricerca, in particolare per quanto attiene la sicurezza stradale e la gestione della mobilità; nonché per il basso livello di utilizzo della bicicletta e i pochi spostamenti a piedi. Entrando nel merito della sicurezza stradale, durante il 2016 a Roma si sono registrati 25 incidenti mortali che hanno coinvolto ciclisti e 47 che hanno coinvolto pedoni. Nello stesso periodo, ci sono stati 110 incidenti ogni diecimila spostamenti in bici e 133 incidenti ogni diecimila spostamenti a piedi. Roma, in termini di sicurezza stradale, è la città più insicura tra quelle analizzate dalla ricerca del Wuppertal Institute. La Capitale mostra inoltre indirizzi molto deboli di mobility management, che disincentivano poco o affatto l’uso del mezzo privato. Ciò determina anche una mobilità fortemente congestionata, con un incremento di circa il 40 percento dei tempi di spostamento, causato dall’alto numero di automobili presenti sulle strade. Infine, anche se la città ha implementato sistemi di bike e car sharing, la disponibilità di questi servizi è ancora limitata. Anche il trasporto pubblico romano mostra profondi segni di crisi: la risultante di questo “ingorgo” di problemi e criticità è anche un’aria insalubre, soprattutto per quanto riguarda le concentrazioni di biossido di azoto, un gas cancerogeno tipico delle emissioni dei veicoli diesel. Situazione differente per Copenaghen, classificatasi al primo posto, che sta cercando di adoperare un’ampia varietà di soluzioni per migliorare la qualità dell’aria e di vita per i propri cittadini. La città sta dimostrando quanto una buona pianificazione possa apportare differenze tangibili: con investimenti nelle infrastrutture di servizio alla mobilità ciclistica, l’introduzione di drastiche restrizioni alla circolazione dei mezzi pesanti, pedaggi e altre forme di pagamento – per gli automobilisti – dei costi reali dell’uso del mezzo privato, un impegno prioritario per innalzare i livelli di sicurezza stradale. «Se Roma vuole incrementare la mobilità sostenibile, deve cominciare a proteggere pedoni e ciclisti dal traffico motorizzato, che nella Capitale risulta aggressivo e troppo spesso mortale» continua Boraschi. «Roma, inoltre, ha l’obiettivo generale di ridurre l’uso privato della macchina implementando sistemi di pedaggio per la mobilità privata. L’esempio dell’Area C di Milano, per restare al contesto italiano, può essere di immediata ispirazione; stessa funzione possono svolgere le esperienze, in tal senso, di Londra e Stoccolma», conclude. Oltre a Roma, anche Londra, Bruxelles, Zurigo e Berlino hanno tutte guadagnato una posizione estremamente bassa nello studio per quanto riguarda le condizioni di sicurezza stradale, mentre Amsterdam, Madrid e Oslo affiancano Copenaghen nel primato di città più sicure per ciclisti e pedoni. Altro indicatore chiave del report è il livello di inquinamento atmosferico, che spesso coincide con gravi crisi ambientali e sanitarie. Fra le città esaminate, Oslo e Vienna si posizionano bene tanto per i livelli di pulizia dell’aria, quanto per i trasporti pubblici. Uno score alto su entrambi questi indicatori non è una mera casualità: quel che lo studio dimostra è che esiste una correlazione forte tra qualità dell’aria e mobilità sostenibile; e che, inoltre, sicurezza stradale, mobilità attiva, trasporto pubblico e mobility management sono fattori che si “rafforzano” reciprocamente. Per Greenpeace, la mobilità sostenibile ha un obiettivo chiaro, quello di superare quanto prima la mobilità privata a motore, una mobilità fossile che danneggia il clima e peggiora drasticamente la vita nelle nostre città. Leggi il briefing in italiano Leggi il report completo in inglese
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Smog, Italia deferita alla corte Ue. Greenpeace: «Urgente rivoluzionare la mobilità» (gio, 17 mag 2018)
Commentando il deferimento dell’Italia davanti alla Corte europea in materia di inquinamento atmosferico da PM10, il responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace Italia, Andrea Boraschi, dichiara: «Il provvedimento adottato dalla Commissione europea non sorprende nessuno. Era annunciato da tempo e l’Italia ha fatto di tutto o quasi per meritarlo. È la conseguenza lineare dell’inazione dei governi succedutisi negli ultimi anni, e della marginalità delle politiche ambientali e sanitarie nel nostro Paese», dichiara Boraschi. «L’Italia è indietro su molti fronti, quanto a tutela della qualità dell’aria. Ma certamente quello dei trasporti mostra le maggiori criticità. Abbiamo un livello di motorizzazione significativamente più alto degli altri Paesi dell’Unione, mentre la mobilità sostenibile stenta a crescere. Un sistema che si basa sul mezzo privato a benzina o gasolio è un sistema patogeno, oltre che antitetico agli accordi sul clima», conclude. Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente, in Italia si registrano ogni anno oltre 80 mila morti premature a causa dell’inquinamento atmosferico. Solo lo scorso anno sono stati 39 i capoluoghi italiani in cui almeno una centralina di monitoraggio dell’aria ha fatto registrare il superamento del limite annuale di 35 giorni con concentrazioni medie superiori a 50 μg/m3 (microgrammi per metro cubo). Tra queste città, ve ne sono addirittura 5 in cui i giorni di sforamento dei limiti di legge sono stati più di 100 (e ve ne sono molte altre con valori appena inferiori). La Pianura Padana, la Valle del Sacco nel frusinate e altri territori della Penisola sono in piena emergenza ambientale e sanitaria. Greenpeace ricorda infine che oltre al PM10, in Italia resta da affrontare seriamente il grave impatto causato dal biossido di azoto, un inquinante tipico del settore trasporti e dei diesel in particolare. Questo inquinante, in Italia, è responsabile di oltre 17 mila morti premature l’anno e sul biossido di azoto è aperta una ulteriore procedura di infrazione contro l’Italia. Il nostro Paese ha rappresentato negli ultimi anni uno dei mercati più floridi per le auto a gasolio, mentre la penetrazione della mobilità elettrica è molto più bassa rispetto ai Paesi del nord Europa. Secondo l’organizzazione ambientalista è ragionevole attendersi che, in assenza di provvedimenti radicali da parte dei prossimi esecutivi, anche la procedura d’infrazione per il biossido d’azoto possa concludersi con un deferimento dell’Italia alla Corte di Giustizia.
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Greenpeace: fare luce sulle formulazioni commerciali a base di glifosato (mer, 16 mag 2018)
Commentando l’annuncio dell’Istituto Ramazzini sul nuovo studio a lungo termine sul glifosato, per dare risposte sui possibili impatti sulla salute ad esso legati, incluso il suo potenziale cancerogeno, la responsabile della campagna agricoltura di Greenpeace Italia Federica Ferrario afferma: "L’aspetto importante di questo studio è che vuole essere totalmente indipendente e che ha lo scopo di verificare, piuttosto che nascondere, gli effetti negativi sulla salute derivanti dall'uso del glifosato. Lo studio potrebbe introdurre nuovi e importanti elementi per valutare gli effetti del glifosato sulla salute delle persone e fare luce sugli effetti delle formulazioni commerciali a base di glifosato, poiché le persone e l’ambiente non sono esposte solo al suo principio attivo, ma piuttosto a un mix di sostanze chimiche diverse presenti nelle formulazioni commerciali, che tuttora non sono sottoposte ad adeguata valutazione." A tale scopo, l’Istituto Ramazzini si è avvalso di una rete di partner quali l’Università di Bologna (Dipartimento di Agraria, Veterinaria e Biostatistica), l’Ospedale San Martino di Genova, l’Istituto Superiore di Sanità, la Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York e la George Washington University. Lo studio sarà finanziato da una campagna di crowdfunding. L'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA)nel 2015 ha stabilito che il glifosato da solo "non presenta potenziale genotossico" e che "nessuna prova di cancerogenicità è stata osservata nei ratti o nei topi”. Stando all’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell'OMS (IARC) è vero l'esatto contrario: l’IARC ha constatato la presenza di "prove evidenti" di genotossicità e "evidenze sufficienti" di cancerogenicità per gli animali. L'EFSA ha riconosciuto che "il potenziale genotossico" delle formulazioni a base di glifosato deve essere valutato e che "la tossicità a lungo termine, la cancerogenicità, la tossicità riproduttiva e il potenziale di interferenza endocrina delle formulazioni” dovrebbero essere "chiariti".
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Greenpeace e Re:Common: «Allianz verso uscita dal carbone, cosa aspetta Generali a seguire esempio?» (mer, 09 mag 2018)
Allianz, la seconda più grande compagnia assicurativa al mondo, si avvia ad uscire dal settore del carbone dopo aver deciso di espandere significativamente la sua climate strategy, adottata nel 2015. La decisione del gruppo tedesco è comunque tutt’altro che risolutiva, con un obiettivo di decarbonizzazione al 2040 decisamente troppo lontano, e con impegni sul settore assicurativo meno ambiziosi di quelli già assunti da altre compagnie come Zurich o Axa. Si tratta tuttavia dell’ennesimo progresso registrato nell’ultimo anno: il settore assicurativo, con compagnie come Axa, Zurich, Swiss RE, Scor, ha ormai intrapreso la strada per abbandonare definitivamente il carbone, sia come investimenti che come coperture assicurative. L’annuncio di Allianz è un'altra conferma del fatto che il settore dei combustibili fossili, a cominciare dal carbone, è un business pericoloso, e non solo per il clima. Allianz non fornirà più coperture assicurative a miniere e centrali a carbone, incluse quelle in funzione ed in costruzione. Per quanto riguarda i contratti già in essere, la maggior parte di essi non verrà rinnovata oltre la scadenza. Quest’ultimo è uno dei punti più critici della policy, poiché lascia ancora aperta la possibilità di assicurare alcuni impianti a carbone. Rispetto agli investimenti in società attive nel settore del carbone, Allianz escluderà dal proprio portafoglio tutte le compagnie che prevedono di costruire nuovi impianti per oltre 500 MW di potenza complessiva, fissando così un nuovo standard per il disinvestimento. La policy avrà effetto immediato, si legge nel comunicato di annuncio, e verrà applicata globalmente, senza alcuna eccezione. Se il comparto assicurativo si muove, la posizione di Generali - il più grande gruppo assicurativo italiano - resta sempre più isolata e di retroguardia. Da mesi diverse organizzazioni, tra cui Re:Common e Greenpeace, senza esiti accettabili chiedono al Leone di Trieste di smettere di assicurare e finanziare il carbone. «L’annuncio di Allianz lascia Generali sempre più sola nel settore del carbone, in particolare per quanto riguarda la Polonia, dove la compagnia triestina assicura, proprio insieme alla compagnia tedesca, alcune delle centrali e miniere di carbone più inquinanti d’Europa», dichiarano Re:Common e Greenpeace Italia. «Il passo indietro di Allianz deve far riflettere anche il management di Generali, da cui ci si aspetta un segnale chiaro nella direzione di smettere di assicurare e finanziare il carbone, senza alcuna eccezione». Nel mese di febbraio Generali ha approvato una strategia sul cambiamento climatico che Re:Common e Greenpeace hanno giudicato insufficiente, perché permette al Leone di Trieste di continuare ad assicurare il carbone senza alcun cambiamento. La strategia prevede anche delle “eccezioni” sul lato finanziario proprio per quanto riguarda gli impianti più inquinanti d’Europa, che si trovano in Polonia ed Est Europa. Finora Generali ha motivato la sua decisione di coprire i rischi del carbone affermando che anche se questa mossa non fosse fatta da loro, sarebbe comunque intrapresa da un’altra compagnia assicurativa. Ora che però anche Allianz si è mossa per abbandonare il carbone, il gruppo triestino è chiamato sempre di più a rivedere la sua posizione. E deve farlo in tempi brevi poiché il prossimo dicembre proprio in Polonia si terrà la Conferenza sul clima (COP24). Anche per questo motivo, nei prossimi mesi gli occhi di tutto il mondo si rivolgeranno verso alcuni degli impianti che la compagnia triestina assicura in Polonia, e la pressione su Generali si farà sempre maggiore.
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Nuovo rapporto di Greenpeace: «I petrolieri pronti a ‘bombardare’ anche lo Ionio, gli air gun minacciano un’area marina di grande valore» (mar, 08 mag 2018)
La minaccia dei petrolieri ai mari italiani, mai venuta meno negli ultimi anni, si estende ora alle acque dello Ionio, al largo di Santa Maria di Leuca. Si tratta di un’area che, secondo la Convenzione sulla Biodiversità (Convention on Biological Diversity - CBD), è classificata come EBSA, ovvero come particolarmente preziosa per l’ecosistema marino nel suo complesso.  È quanto denuncia Greenpeace Italia con un nuovo rapporto, “Troppo rumor per nulla. Un altro assalto degli air gun al nostro mare, tra Adriatico e Ionio”. La ricerca di nuovi giacimenti di fonti fossili sotto i nostri fondali è il fattore che muove, in questo caso, la Edison S.p.A. (Permesso di Ricerca di Idrocarburi Liquidi e Gassosi “d 84F.R-EL”), e avverrebbe ancora una volta con la tecnica dell’air gun. Un dispositivo che, generando artificialmente onde d’urto e analizzandone la riflessione sui fondali marini, permette di identificare i depositi di idrocarburi offshore. Per la ricerca di un giacimento marino sono impiegati decine di air gun, disposti su due file a una profondità di 5-10 metri: producono violente detonazioni ogni 10-15 secondi per settimane, continuativamente. Il rumore generato è almeno doppio rispetto a quello del decollo di un jet. Gli effetti dannosi delle esplosioni sull’ecosistema marino sono documentati in numerosi studi e in questo caso colpirebbero molto specie: tonni, pesci spada, squali, mobule, cetacei, tartarughe caretta. Nonché habitat di profondità con organismi come coralli e spugne che rappresentano importanti serbatoi di biodiversità, sono aree di riproduzione di numerose specie ittiche di importanza commerciale e contribuiscono al riciclaggio di materia organica nella catena trofica. «Ci sono Paesi che hanno vietato la ricerca, e quindi l’estrazione, di nuovi giacimenti fossili nei loro mari. Ultima in tal senso la Nuova Zelanda, che sta rinunciando a riserve infinitamente più consistenti di quelle presenti sotto i nostri fondali, pur di proteggere questi ecosistemi, il clima e ogni altra attività economica legata al mare e potenzialmente danneggiata dal petrolio. Cosa aspetta l’Italia a darsi un indirizzo conseguente con gli impegni presi in sedi internazionali come l’Accordo di Parigi?», dichiara Alessandro Giannì, Direttore delle Campagne di Greenpeace Italia. Greenpeace ricorda nel suo rapporto che “la scoperta dei banchi di coralli di acque fredde (o di profondità, o “coralli bianchi”) al largo di Santa Maria di Leuca ha fatto di questo tratto di mare un’area di primissimo interesse biologico. Si tratta di comunità dominate da Madrepora oculata e Lophelia pertusa. Questi banchi di coralli di profondità sono un hot spot di biodiversità. Ci sono non meno di 222 specie a profondità tra 280 e 1121 metri. Spugne (36 specie), molluschi (35), cnidari (o celenterati: coralli, anemoni…: 31 specie), anellidi (24 specie, di cui una trovata qui per la prima volta nel Mediterraneo), crostacei (23), briozoi (19) e 40 specie di pesci”. Secondo l’associazione ambientalista la richiesta di permesso presentata da Edison per sondare i fondali di questo tratto di mare è lacunosa ed omissiva, nel valutare i possibili impatti dell’air gun sull’ambiente. Per questo l’associazione presenterà le sue osservazioni nel merito al Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, per chiedere il respingimento di questo ennesimo tentativo di oltraggio ai nostri mari. Greenpeace auspica che le istituzioni locali si attivino per contrastare una prospettiva che minaccerebbe turismo, pesca e comunità costiere; e auspica inoltre che sulle attività di ricerca di nuovi giacimenti, che interessano l’intero Adriatico e alcune aree dello Ionio, si ascolti anche la voce della società civile di quei territori, da tempo e in larga misura contraria a questa prospettiva. Leggi il rapporto "Troppo rumor per nulla"
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Greenpeace al salone del libro di Torino presenta il primo volume sulla storia dell’associazione (lun, 07 mag 2018)
Arriva in libreria “GREENPEACE. I GUERRIERI DELL’ARCOBALENO IN ITALIA” (Edizioni Minerva), il primo libro che racconta la storia di Greenpeace Italia e i suoi oltre trent’anni di campagne in difesa dell’ambiente nel nostro Paese. Il libro, curato da Ivan Novelli, è ricco di foto di qualità (più di settanta), accompagnate dai contributi di una quarantina di protagonisti di ieri e di oggi, che raccontano i temi, i fatti, le azioni. Aperto dalle riflessioni del presidente Andrea Purgatori e del giornalista de “La Repubblica” Antonio Cianciullo, si conclude con un saggio dell’antropologo Franco La Cecla. La prima presentazione sarà ospitata dal Salone Internazionale del Libro di Torino domenica 13 maggio, alle ore 13:30, presso la Sala Stock (Padiglione 5). Insieme a Ivan Novelli, Antonio Cianciullo, e all’editore Roberto Mugavero, interverranno lo scrittore Premio Strega e “amico delle foreste” Edoardo Albinati e Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia. Per dirla con uno dei grandi fotografi della Magnum, Josef Koudelka: «Se una foto è buona racconta molte storie diverse». Infatti, c’è tutto il mondo di Greenpeace in questo libro. Ci sono i volti degli attivisti arrampicati sulle ciminiere, dei volontari e i sostenitori che marciano in piazza per un futuro migliore, ma anche delle persone insieme alle quali e per le quali conduciamo le nostre battaglie, come gli apicoltori in difficoltà per i pesticidi immessi nell’ambiente o le vittime dell’inquinamento industriale. Tante fotografie per raccontare le diverse campagne che si sono susseguite per oltre trent’anni, compendiate da brevi testi scritti dai protagonisti che raccontano i temi, i fatti, le azioni. Dall’inquinamento della laguna di Venezia alle centrali a carbone di Porto Tolle e Brindisi, dalla pesca distruttiva delle spadare nel Mediterraneo alle proteste contro i test nucleari francesi a Mururoa, dai referendum contro il nucleare alla campagna contro i gas buca-ozono, alle azioni contro le trivelle petrolifere e tante altre ancora. Una storia fatta da centinaia di attivisti, dal loro coraggio e determinazione per difendere l’ambiente. Una storia che continua ancora oggi.
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Greenpeace al salone del libro di Torino presenta il primo volume sulla storia dell’associazione (lun, 07 mag 2018)
Arriva in libreria “GREENPEACE. I GUERRIERI DELL’ARCOBALENO IN ITALIA” (Edizioni Minerva), il primo libro che racconta la storia di Greenpeace Italia e i suoi oltre trent’anni di campagne in difesa dell’ambiente nel nostro Paese. Il libro, curato da Ivan Novelli, è ricco di foto di qualità (più di settanta), accompagnate dai contributi di una quarantina di protagonisti di ieri e di oggi, che raccontano i temi, i fatti, le azioni. Aperto dalle riflessioni del presidente Andrea Purgatori e del giornalista de “La Repubblica” Antonio Cianciullo, si conclude con un saggio dell’antropologo Franco La Cecla. La prima presentazione sarà ospitata dal Salone Internazionale del Libro di Torino domenica 13 maggio, alle ore 13:30, presso la Sala Stock (Padiglione 5). Insieme a Ivan Novelli, Antonio Cianciullo, e all’editore Roberto Mugavero, interverranno lo scrittore Premio Strega e “amico delle foreste” Edoardo Albinati e Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia. Per dirla con uno dei grandi fotografi della Magnum, Josef Koudelka: «Se una foto è buona racconta molte storie diverse». Infatti, c’è tutto il mondo di Greenpeace in questo libro. Ci sono i volti degli attivisti arrampicati sulle ciminiere, dei volontari e i sostenitori che marciano in piazza per un futuro migliore, ma anche delle persone insieme alle quali e per le quali conduciamo le nostre battaglie, come gli apicoltori in difficoltà per i pesticidi immessi nell’ambiente o le vittime dell’inquinamento industriale. Tante fotografie per raccontare le diverse campagne che si sono susseguite per oltre trent’anni, compendiate da brevi testi scritti dai protagonisti che raccontano i temi, i fatti, le azioni. Dall’inquinamento della laguna di Venezia alle centrali a carbone di Porto Tolle e Brindisi, dalla pesca distruttiva delle spadare nel Mediterraneo alle proteste contro i test nucleari francesi a Mururoa, dai referendum contro il nucleare alla campagna contro i gas buca-ozono, alle azioni contro le trivelle petrolifere e tante altre ancora. Una storia fatta da centinaia di attivisti, dal loro coraggio e determinazione per difendere l’ambiente. Una storia che continua ancora oggi.
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Nuova inchiesta di Greenpeace: in Indonesia è in atto una massiccia deforestazione per favorire l’industria dell’olio di palma (gio, 03 mag 2018)
4 mila ettari di foresta pluviale in Papua, Indonesia – un’area equivalente alla metà della città di Parigi – distrutti fra il maggio 2015 e l’aprile 2017 per produrre olio di palma. Lo rivela una nuova indagine di Greenpeace insieme ad alcune immagini scioccanti girate dall’organizzazione, che ora accusa un’azienda produttrice di olio di palma dalla quale si riforniscono marchi come Mars, Nestlé, PepsiCo e Unilever. “Secondi i dati del Ministero dell'Ambiente indonesiano, tra il 1990 e il 2015 l'Indonesia ha perso circa 24 milioni di ettari di foresta tropicale: più di ogni altro paese al mondo. Dopo aver distrutto gran parte delle foreste pluviali di Sumatra e Kalimantan, l’industria dell’olio di palma sta ora avanzando verso nuove frontiere vergini, come Papua” commenta Martina Borghi, responsabile della campagna Foreste di Greenpeace Italia. “Se il governo indonesiano ha intenzione di continuare a difendere l’industria dell’olio di palma, dovrebbe prima assicurare che vengano adottate e rispettate politiche volte a fermare la deforestazione, il drenaggio delle torbiere e lo sfruttamento dei lavoratori e delle le comunità locali” prosegue Borghi. Alcune delle foto e dei video prodotti fra il marzo e l’aprile 2018, testimoniano la massiva deforestazione in corso nella PT Megakarya Jaya Raya, una concessione di olio di palma controllata dalla Hayel Saeed Anam Group (HSA). La concessione include alcune aree protette dal governo indonesiano in risposta ai devastanti incendi che hanno colpito le foreste nel 2015: in queste zone è proibito lo sviluppo commerciale.
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Greenpeace: i dati OMS sull’inquinamento dell’aria evidenziano l’importanza di abbandonare i combustibili fossili (mer, 02 mag 2018)
L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha diffuso oggi la mappatura dei livelli di inquinamento nelle città di tutto il mondo, uno studio che rappresenta un chiaro invito ad agire per eliminare la nostra dipendenza dai combustibili fossili. Si tratta della più completa mappatura dei livelli di inquinamento delle città a livello globale disponibile ad oggi. “I dati mostrano che la dipendenza dall’energia sporca rappresenta un rischio per la salute a livello globale: 9 persone su 10 sono esposte a livelli di inquinamento dell’aria pericolosi per la salute e l’inquinamento dell’aria è responsabile ogni anno di milioni di morti premature” dichiara Andrea Boraschi, responsabile campagna Trasporti Greenpeace Italia. “L’aumento dell’utilizzo di carbone, petrolio e gas nel 2017, che implica non solo una crescita delle emissioni di CO2 ma anche quella delle emissioni di sostanze inquinanti nell’atmosfera, rappresenta un grave rischio per la salute delle persone e necessita di un’azione immediata. Per assicurare aria pulita per tutti e salvare vite umane, i governi devono stabilire con urgenza scadenze improrogabili e piani d’azione per raggiungere gli obiettivi di qualità dell’aria. Per raggiungerli è necessaria una transizione veloce a fonti di energia pulite e trasporti sostenibili” conclude Boraschi. Il rapporto dell’OMS ha evidenziato che: - A livello globale, 15 fra le 20 città maggiormente inquinate sono in India, mentre 16 delle città maggiormente inquinate nell’Unione europea si trovano in Polonia. L’India, uno dei paesi maggiormente colpiti dagli impatti dell’inquinamento dell’aria sulla salute, sta mettendo a punto un piano nazionale, ma mancano ancora degli obiettivi precisi. - Nel 70 per cento delle città per cui sono disponibili dati, i livelli di inquinamento da polveri sottili (PM2.5) superano le linee guida dell’OMS, con l’80 per cento delle città dell’Unione Europea e il 96 per cento dei Paesi in via di sviluppo che soffrono a causa dei livelli di inquinamento troppo elevati. - I dati dell’OMS evidenziano dei progressi straordinari in Cina, dove gli investimenti in energia pulita, un piano nazionale contro l’inquinamento dell’aria e i rigidi standard sulle emissioni hanno prodotto dei progressi eccezionali, con un livello medio di PM2.5 nelle città disponibili a fornire i dati diminuito fino al   30 per cento dal 2013 al 2016. Ad ogni modo, il livello medio di PM2.5 nelle città campionate è cinque volte superiore a quello stabilito dalle linee guida dell’OMS, e ciò evidenzia la necessità di stabilire nuovi obiettivi e misure più ambiziose. - Il monitoraggio della qualità dell’aria necessita di essere urgentemente ampliato, in particolare in Asia meridionale, nel Sud est asiatico e nell’Africa Subsahariana. Il Sud est asiatico e l’Africa forniscono dati sulla qualità dell’aria solo in 92 città, un numero inferiore all’intera Austria.
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Api, approvato bando permanente in UE per tre neonicotinoidi dannosi. Greenpeace: «Ottima notizia, bene voto a favore dell’Italia» (ven, 27 apr 2018)
Greenpeace accoglie con grande soddisfazione il bando permanente e quasi totale di tre insetticidi neonicotinoidi dannosi per le api, approvato questa mattina dai Paesi Ue. Anche l’Italia ha votato a favore del bando, insieme alla maggioranza dei Paesi membri. Secondo l’organizzazione ambientalista, oggi è una grande giornata per il futuro dell’agricoltura europea. «Questa è una notizia importante per le api, l’ambiente e tutti noi. Il voto a favore dell’Italia certifica l’attenzione dei cittadini italiani per la protezione degli impollinatori», dichiara Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. «I danni di questi neonicotinoidi sono ormai incontestabili. Bandire questi insetticidi è un passo necessario e importante, il primo verso una riduzione dell'uso di pesticidi sintetici e a sostegno della transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti». Il bando votato oggi estende quello parziale già in essere dal 2013 per tre neonicotinoidi - l'imidacloprid e il clothianidin della Bayer e il tiamethoxam della Syngenta. Rimane consentito il loro utilizzo solo all’interno di serre permanenti. I Paesi che hanno votato a favore del divieto sono: Italia, Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Austria, Svezia, Grecia, Portogallo, Irlanda, Slovenia, Estonia, Cipro, Lussemburgo, Malta, che rappresentano il 76,1% della popolazione dell'Ue. Quattro i Paesi contrari al divieto: Romania, Repubblica Ceca, Ungheria e Danimarca. Otto gli astenuti: Polonia, Belgio, Slovacchia, Finlandia, Bulgaria, Croazia, Lettonia e Lituania. Oltre ai 3 insetticidi in discussione, ce ne sono altri che costituiscono una minaccia per le api e altri insetti benefici. Tra questi quattro neonicotinoidi, il cui uso è attualmente permesso in Ue: acetamiprid, thiacloprid, sulfoxaflor e flupyradifurone e altre sostanze quali cipermetrina, deltametrina e clorpirifos. Per evitare che questi tre insetticidi ora vietati vengano sostituiti con altre sostanze chimiche che potrebbero essere altrettanto dannose, Greenpeace ritiene che l'Ue debba bandire l’uso di tutti i neonicotinoidi, come la Francia sta già considerando di fare. È inoltre necessario applicare gli stessi rigidi standard utilizzati per questo bando alla valutazione di tutti i pesticidi e, soprattutto, ridurre l'uso di pesticidi sintetici e sostenere la transizione verso metodi ecologici di controllo dei parassiti.
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Greenpeace alla Bicifestazione: «Ridurre il numero di auto, l’unico modo per avere aria più pulita e salvare il clima» (gio, 26 apr 2018)
Greenpeace aderisce e invita tutti a partecipare alla Bicifestazione, la grande manifestazione che si terrà questo sabato a Roma - a partire dalle ore 16, in Via dei Fori Imperiali - e che vedrà il mondo della bicicletta e della mobilità sostenibile manifestare per chiedere una profonda trasformazione nelle nostre città. «Trasformare la mobilità non è e non sarà solo questione di combustibili. Dobbiamo cominciare a ridurre immediatamente il numero di veicoli privati, specie nel nostro Paese che ha un tasso di motorizzazione elevatissimo», dichiara Andrea Boraschi, responsabile della campagna Trasporti di Greenpeace Italia. «Il traguardo a cui puntare è una “rivoluzione urbana”. Le città devono diventare rapidamente luoghi dove passeggiare e pedalare in sicurezza e con facilità; in cui la mobilità condivisa sia un sistema intelligente ed elettrico di connessione del bisogno e del diritto di mobilità di tutti; in cui il trasporto pubblico sia efficiente, non inquinante, economico, preferibile al mezzo privato». L’organizzazione ambientalista, con la sua campagna CleanAirNow, sia in Italia che in Europa chiede da mesi ai sindaci delle maggiori città di indicare delle “date di scadenza” per i veicoli “fossili”, a cominciare dai diesel: un termine ultimo oltre il quale non sarà più consentito ai veicoli inquinanti circolare sulle nostre strade. Per promuovere una vera decarbonizzazione nel settore dei trasporti e proteggere la nostra salute, l’ambiente e il clima. Sono già molte le città - Parigi, Madrid, Atene, Stoccarda e di recente anche Roma - che in Europa hanno previsto delle date oltre le quali i veicoli diesel, i più dannosi per la salute umana, non saranno più ammessi alla circolazione; altre stanno programmando, entro il 2030, la fuoriuscita dalla mobilità fossile, quindi il definitivo superamento del ‘motore a combustione interna’. La mobilità elettrica, che già oggi sta conquistando molti mercati nel mondo, potrà divenire in futuro un sistema dei trasporti largamente rinnovabile, abbattendo drasticamente le emissioni di gas serra e di altri inquinanti, ma tuttavia, non basterà per salvare il clima. Se gli attuali tassi demografici e di espansione delle città verranno confermati, una mobilità basata sul possesso dell’auto privata segnerà comunque la sconfitta di ogni battaglia per la difesa del clima. E questo anche nell’ipotesi in cui ogni mezzo fosse a “emissioni zero”: basterebbe continuare a costruire strade, ponti, parcheggi e ogni altra infrastruttura di servizio alla mobilità privata, nelle dimensioni in cui è prevista la sua espansione, per sforare in ogni caso il limite dei 2 gradi centigradi. Greenpeace ritiene che, sul modello di Roma, i centri urbani maggiormente colpiti dalle emissioni di biossido di azoto (un inquinante che secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente è responsabile in Italia di 17.000 morti premature l’anno) debbano cominciare a indicare una data oltre la quale non sarà più consentito, ai veicoli diesel, di circolare sulle nostre strade. Questo, secondo l’organizzazione ambientalista, è il passo più urgente da intraprendere.
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Inchiesta di Greenpeace: i fondi comunitari finanziano alcuni degli allevamenti più inquinanti in UE (mar, 24 apr 2018)
Un’inchiesta condotta da Greenpeace incrociando i dati dei finanziamenti diretti nell’ambito della Politica Agricola Comune (PAC) e il Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR) rivela come i sussidi comunitari finanzino alcuni tra gli allevamenti più inquinanti d’Europa. Oltre la metà (51%) degli allevamenti esaminati in sette diversi Paesi dell’Ue ha ricevuto infatti fondi per un totale di 104 milioni di euro, nonostante si tratti di alcuni tra i maggiori emettitori di ammoniaca nei rispettivi Paesi. Il rilascio di ammoniaca da fertilizzanti o liquami può causare fenomeni di eutrofizzazione in fiumi, laghi e mari per l'eccessivo arricchimento di sostanze nutritive. L'ammoniaca è causa inoltre di inquinamento atmosferico da particolato fine, con conseguenti impatti sulla salute umana. «La tutela ambientale dovrebbe essere uno degli obiettivi della Politica Agricola Europea, ma i fatti certificano che i comportamenti sbagliati vengono costantemente premiati. E l’inquinamento da ammoniaca è solo la punta dell’iceberg», afferma Federica Ferrario, responsabile campagna Agricoltura di Greenpeace Italia. «La PAC continua a finanziare gli allevamenti intensivi nonostante gli impatti disastrosi che questi hanno sull’ambiente, sul clima e sulla salute pubblica, mentre dovrebbe promuovere invece l’agricoltura che rispetta la natura e il benessere di tutti», conclude. La ricerca, condotta in collaborazione con alcuni giornalisti investigativi, ha preso in esame allevamenti presenti in Italia, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Olanda e Polonia e inseriti nel Registro europeo delle emissioni e dei trasferimenti di sostanze inquinanti (E-PRTR). Solo le aziende agricole che emettono più di 10 mila chilogrammi di ammoniaca all'anno sono obbligate a comunicare i dati all’ E-PRTR. Delle 2.374 aziende zootecniche di questi Paesi riconducibili alle emissioni di ammoniaca incluse nell’E-PRTR, 1.209 hanno ricevuto pagamenti PAC per un totale di almeno 104 milioni di EUR all'anno. In Italia, i sussidi alla PAC sono stati erogati a circa il 67% delle 739 società incluse nel registro. La PAC stanzia annualmente 59 miliardi di euro di sovvenzioni, circa il 40% del bilancio complessivo dell'Ue. La ricerca ha inoltre evidenziato la mancanza di un adeguato sistema di monitoraggio e trasmissione dei dati relativi all’inquinamento agricolo in Europa. L’ammoniaca non è la sola sostanza inquinante derivata dagli allevamenti, ma è l’unica che le singole aziende agricole di grandi dimensioni sono tenute a dichiarare. Nel 2015 - anno per cui sono disponibili i dati più recenti - in Italia 874 allevamenti hanno sforato il valore soglia di 10 tonnellate annue di ammoniaca. In quell'anno queste aziende hanno emesso 46.000 tonnellate di ammoniaca. Ciò rappresenta il 12,8% delle emissioni totali di ammoniaca del comparto agricolo del Paese. In altre parole, l'87,2% delle emissioni di ammoniaca del comparto agricolo non viene registrato nell'E-PRTR. Il prossimo 2 maggio la Commissione europea dovrebbe pubblicare una bozza del prossimo bilancio Ue, a partire dal 2020, che includerà le spese della PAC. All'inizio di giugno, è attesa anche la pubblicazione della sua proposta di riforma della PAC. Gli impatti legati agli allevamenti intensivi sono insostenibili, perciò Greenpeace chiede all’Unione europea e all’Italia di tagliare i sussidi agli allevamenti intensivi e sostenere aziende agricole che producono con metodi ecologici. Sintesi in italiano dell’indagine “Come la PAC promuove l'inquinamento
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Nuova ricerca di Greenpeace, CNR-ISMAR e UNIVPM: nel Mediterraneo livelli di microplastiche paragonabili a quelli dei vortici di plastica del Pacifico (lun, 23 apr 2018)
Nelle acque marine superficiali italiane si riscontra un’enorme e diffusa presenza di microplastiche comparabile ai livelli presenti nei vortici oceanici del nord Pacifico, con i picchi più alti rilevati nelle acque di Portici (Napoli) ma anche in aree marine protette come le Isole Tremiti (Foggia). Sono questi alcuni dei risultati principali diffusi oggi dall’Istituto di Scienze Marine del CNR di Genova (ISMAR), dall’Università Politecnica delle Marche (UNIVPM) e da Greenpeace Italia, frutto dei campionamenti nelle nostre acque realizzati durante il tour “Meno Plastica più Mediterraneo” della nave ammiraglia di Greenpeace, Rainbow Warrior, che la scorsa estate ha visitato le coste del Mediterraneo. Ai risultati prodotti dal CNR-ISMAR si aggiungeranno nei prossimi mesi anche quelli raccolti da UNIVPM, per stabilire la presenza e la composizione di microplastiche nei pesci e negli organismi marini. Obiettivo dei campionamenti effettuati da ISMAR è stato stabilire la quantità e la composizione di microplastiche sulla superficie delle acque marine italiane e nello zooplancton e produrre maggiori dati per supportare la standardizzazione e armonizzazione dei protocolli per la ricerca scientifica. Le plastiche sono polimeri sintetici la cui produzione è esponenzialmente aumentata negli ultimi 50 anni: solo nel 2015 sono stati prodotti 300 milioni di tonnellate e ogni anno in mare ne finiscono circa 8 milioni di tonnellate. I risultati di questo studio confermano l’enorme presenza anche nel Mediterraneo di microplastiche con valori paragonabili a quelli che si trovano nelle “zuppe di plastica” presenti nei vortici oceanici.  Preoccupante è il fatto che concentrazioni cosi elevate di microplastiche siano evidenti anche nel Mediterraneo, un bacino semi-chiuso fortemente antropizzato, con un limitato riciclo d’acqua che ne consente l’accumulo. Le microplastiche provengono da diverse fonti: quelle primarie derivano principalmente da prodotti per l’igiene personale (cosmetici, creme, dentifrici ecc.) o sono le materie prime come pellet o polveri di plastica utilizzate per la produzione di materiali plastici. Le microplastiche secondarie derivano invece dalla frammentazione e decomposizione di materiali plastici di dimensioni più grandi. Diversi studi hanno inoltre evidenziato che le microplastiche secondarie contengono additivi chimici come gli ftalati. La campagna ha permesso di analizzare campioni di acqua di mare prelevata in 19 stazioni lungo la costa italiana, da Genova ad Ancona. I prelievi sono stati effettuati sia in zone sottoposte a un forte impatto antropico (foci di fiumi e porti) che in aree marine protette. “I risultati indicano che l’inquinamento da plastica non conosce confini e che i frammenti si accumulano anche in aree protette o in zone teoricamente lontane da sorgenti di inquinamento”, dichiara Francesca Garaventa, responsabile CNR-Ismar dei campionamenti. “Infatti, nella stazione di Portici (Napoli) zona a forte impatto antropico, si trovano valori di microplastiche pari a 3,56 frammenti per metro cubo ma valori non molto inferiori - 2,2 - si trovano anche alle Isole Tremiti”. Per avere un’idea di cosa significhino tali valori, immaginiamo di riempire due piscine olimpioniche con l’acqua delle Isole Tremiti e l’acqua di Portici: nella prima ci troveremmo a nuotare in mezzo a 5.500 pezzi e nella seconda in mezzo a 8.900 pezzi di plastica. L’analisi ha permesso di identificare 14 tipi di polimeri. La maggior parte delle plastiche ritrovate è fatta di polietilene, ovvero il polimero con cui viene prodotta la maggior parte del packaging e gli imballaggi usa e getta. “I dati raccolti confermano che i nostri mari stanno letteralmente soffocando sotto una montagna di plastica e microplastica, per lo più derivante dall’uso e dalla dispersione di articoli monouso” commenta Serena Maso, campagna mare di Greenpeace. “Per invertire questo drammatico trend bisogna intervenire alla fonte, ovvero la produzione. Il riciclo non è la soluzione e sono le aziende responsabili che devono farsi carico del problema, partendo dall’eliminazione della plastica usa e getta.”  Questa importante campagna di monitoraggio, oltre a fornire un ampio quadro del livello di contaminazione delle coste italiane, sottolinea l’importanza di investire in programmi di raccolta dati e di identificare metodologie standard di campionamento ed analisi. Leggi i dati dei campionamenti Leggi il report (in inglese) Link a petizione di Greenpeace
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